| Cesare
Zavattini diceva che pensare è faticoso e per questo ci arrabattiamo
continuamente a cercare scorciatoie che ci evitano di farlo. È una questione
di pigrizia della mente, di inerzia rassicurante. Sempre secondo Zavattini
tutte le brutture del mondo non sono che il risultato di questa nostra
pigrizia. Se non sentissimo la fatica del pensare non ci sarebbero guerre,
fame, orrori.
Pensare quindi è la soluzione, ma cerchiamo di capire di cosa si tratta.
Partiamo da un tema piuttosto complesso, tanto per vedere fino a che
punto soffriamo la fatica che dicevamo: come percepiamo il mondo e come
crediamo che il mondo veda noi. Quando facciamo qualcosa da mostrare
agli altri o semplicemente parliamo di una cosa che vorremmo che gli
altri ascoltassero, entra in azione il nostro giudizio sul mondo e naturalmente
anche il giudizio che il cosiddetto mondo formula su di noi. Di cosa
sono fatte queste due cose che abbiamo definito “giudizio”? sono due
cose o è una sola osservata da punti di vista diversi?
Pensiamo.
Poniamo che si voglia trasmettere ad un pubblico la nostra concezione
di arte. Poniamo che questa sia in disaccordo con quello che comunemente
passa come arte nel resto della società. Poniamo che i concetti che
vogliamo esporre siano così forti da incontrare grossi ostacoli ogni
volta che si cerca di proporli. Poniamo che questa situazione vada ormai
avanti da anni. Che cosa facciamo? La tendenza più comune è quella di
fermarsi, pensare, o credere di farlo, e mettere in discussione quello
che finora ci ha guidato nella nostra attività di artisti e pensatori.
Ci diciamo: «se questa cosa non piace a nessuno di certo è sbagliata»,
«io voglio lavorare in comunione con gli altri, non posso ritrovarmi
sempre da solo», riteniamo quindi opportuno rivedere le nostre posizioni
e cercare una conciliazione con le altre con le quali siamo venuti in
contatto. Facciamo compromessi e di fatto snaturiamo quello che avevamo
costruito con tanta passione. L’obiezione, naturalmente, è che se non
facciamo così ci ritroviamo sempre isolati con le nostre convinzioni,
senza mai produrre niente di valido. Allora, mettiamo da parte quella
che ci sembra essere una controproducente presunzione ed accettiamo
la possibilità che quello che ci viene proposto sia altrettanto o più
valido di ciò che proponiamo noi ed andiamo avanti umilmente nel tentativo
di costruire qualcosa di importante. Pazienza se non siamo dei geni
capaci di innovare il panorama artistico e socio – culturale stantio
in cui ci è toccato operare. Ciò che conta veramente, in fondo, è l’arte.
O no? Ma è proprio così che funziona? Voi che ne dite?
Pensiamo.
Quando sento discorsi come quello di sopra, nella mia testa, si realizza
una specie di cortocircuito. Mi spiego: se sento che ciò che conta è
l’arte, la cosa mi piace. Se sento che è necessario mettere da parte
la presunzione ed essere umili per realizzare cose importanti, sono
d’accordo. Tutto coincide con quei valori che sento fondamentali per
non prevaricare gli altri, per essere un uomo buono, per realizzare
un ideale di essere umano in grado di migliorare le sorti di questo
pianeta. Tutto coincide? Quasi tutto. Cioè: sto lì che penso a questa
cosa, a come si incastra con i miei principi, ma ho una profonda sensazione
negativa. Non mi sento soddisfatto. Sento che c’è qualcosa che non va
in tutto questo. Un po’ come quando ci accorgiamo di aver preso una
solenne fregatura. Che cos’è questa fregatura? Perché dà insoddisfazione
il vedere messi in pratica i propri principi? Da dove proviene questa
sensazione? È l’inerzia, è il fatto che dopo un’intera pagina di pensieri
ancora non abbiamo pensato veramente. È la consapevolezza di aver preso
una scorciatoia che in realtà non ci ha abbreviato nessun cammino, ma
semplicemente ci ha condotto da un’altra parte. Non era una scorciatoia.
Era solo la strada più facile da percorrere. Meno fatica. Risultati
mediocri. Se vogliamo veramente raggiungere il luogo per cui ci eravamo
messi in cammino, siamo costretti a renderci conto che in realtà abbiamo
allungato la strada che volevamo fare. Bisogna tornare indietro, prima
grossa difficoltà, e imboccare la strada giusta, molto più impervia,
quasi non percorribile, quindi le difficoltà aumentano in modo esponenziale.
In più abbiamo un grande nemico: l’inerzia, la pigrizia della mente,
che già adesso ci impedisce di tornare indietro e quando ce l’avremo
fatta ci aprirà continuamente dei bivi che riportano alla “scorciatoia”.
Risultati mediocri.
La pigrizia, l’inerzia: sentite come ci lusinga affermando che questo
voler tornare indietro non è altro che la famosa presunzione? Il solo
parlare di risultati mediocri non è altro che un risollevarsi della
nostra presunzione, della nostra mancanza di umiltà, in realtà non ci
va giù il fatto che possa avere ragione qualcun altro e allora tiriamo
fuori tutta una serie di elucubrazioni mentali per giustificare il nostro
desiderio di affermazione. Ci stiamo ricadendo eh? Stiamo di nuovo per
darle ragione così non dobbiamo pensare più e possiamo finirla con questa
fatica. La fatica è la sua grande alleata. L’inerzia è un mostro capace
di guidare orde di falsi pensieri per impedirci di pensare. L’inerzia
è la pigrizia della mente. Si maschera sotto i nostri pensieri, è così
connaturata in noi sembra impossibile identificarla. È un non pensiero
che sembra pensiero. Bisogna capire se è possibile smascherarla. Si
può capire quando sta agendo? Come?
Pensiamo.
Da dove partiamo? Facile, da ciò che cade sotto i nostri sensi. Visto
che è difficile districarci nella confusione della nostra mente, osserviamo
il nostro corpo. Che cosa bisogna fare quando non si sa cosa fare? Bisogna
cominciare con quello che si ha. E una cosa che abbiamo è sicuramente
il nostro corpo. Tutti abbiamo notato come quando si è giovani abbiamo
a che fare con un corpo, il nostro, estremamente più disponibile ed
elastico rispetto all’età adulta. Di solito dopo i trent’anni la disponibilità
del nostro corpo diminuisce, oppone molte più resistenze a muoversi
spontaneamente, acquista delle rigidità che implicano un sempre maggiore
sforzo di volontà ogni qual volta si vogliano compiere azioni a cui
solo cinque o sei anni prima non avremmo nemmeno pensato. Ad un certo
punto, a chi prima, a chi dopo, nasce la necessità della palestra, di
fare esercizi che mantengano in buona funzione e oleate le giunture.
Non che chi non si dedica agli esercizi fisici diventi automaticamente
un catorcio, ma accusa la fatica, questo sì. Per fare fronte a questa
fatica si entra in un meccanismo di abitudini corporee che si trascina
fino alla vecchiaia. Come avviene? Se osserviamo i bambini giocare,
o compiere azioni quotidiane ci accorgiamo come ogni cosa che fanno,
la ripetono in maniera diversa. Il loro modo di muoversi nel mondo è
sempre un modo attivo. Non hanno niente di meccanizzato, i loro gesti
le loro domande sulle cose che li circondano sono genuini, mai viziati
da pregiudizi. All’inizio. Poi piano piano le cose cambiano, non è che
smettono di farsi domande, se le fanno come prima, ma si danno le risposte
da soli. Perché. Le risposte che hanno ricevuto dal mondo erano formulate
in modo che sembrassero sempre una sola: il mondo è qualcosa di molto
semplice che si può capire facilmente, basta che lo uniformi.
Basta che lo uniformi. Semplice no? Tutto può rientrare in un semplice
schema, così che sia facile da capire. Perché non c’è niente da capire.
È tutto lì già spiegato che va per la sua strada, basta saltarci su.
Tutto scorre. Immutabile. L’inerzia. Smettono le domande e il bambino
inizia a sedersi sempre allo stesso modo, a mangiare con gli stessi
gesti, assume una sola postura del corpo, una sola, di solito gli piace
un solo taglio di capelli, la stessa camicia rossa. Tuttavia è ancora
un bambino. Ogni tanto sgorgano fuori sprazzi di fantasia (ops… l’ho
detto!), così ancora fa cose inspiegabili, come mangiarsi le gomme da
masticare attaccate sull’asfalto ad esempio, ma per poco, fino a che
qualcuno non gli ricorda che deve diventare grande e certe cose non
si possono fare. Così si ferma, passano gli anni, diventa grande, si
siede sempre allo stesso modo. Da vecchio passerà lunghe ore fermo nella
stessa posizione, a compiere gli stessi, tranquillizzanti gesti. Questo
sedimentarsi di abitudini del corpo, passa direttamente alle abitudini
della mente. Sono legate no? Tutto è schematico. Anche pensare lo è.
Quando smettiamo di cercare di far volare gli aquiloni siamo definitivamente
cresciuti. Nella testa quello che conta adesso è solo il ricordo. Ci
ricordiamo che una certa cosa ha funzionato in un certo modo quindi,
quella a cui siamo di fronte, la facciamo funzionare nello stesso modo.
È più facile. Intorno a noi tutto è già così. È l’inerzia.
Qualunque attività si voglia intraprendere passa per lo Schema. Come?
È facile. Facciamo un esempio. Io voglio fare l’artista, ma voglio che
la mia arte sia compresa nella sua più intima essenza, a cosa mi devo
dedicare? All’arte! Sbagliato, ai miei vestiti. Ai vestiti? Ebbene sì.
È difficile immaginare quanto in realtà conti come siamo vestiti, è
un discorso vecchio, l’abito e il monaco, però funziona così. La cravatta,
dicono, dev’essere intonata alla camicia anche se non porti la cravatta.
Se ti incontrano così, nello schema, nessuno sospetta che in realtà
si trova di fronte all’uomo mascherato, crede solo di avere a che fare
con una persona seria, un artista, non un matto. Rispondiamo a delle
aspettative che sono di superficie, ma che rassicurano. Il diverso non
viene mai ascoltato, o peggio, compreso. Ciò che è sconosciuto deve
rientrare nelle categorie del conosciuto. Chi ci sta intorno deve uniformarci
attraverso il suo ricordo. Non si fermerà mai a chiederci da dove veniamo
e cosa stiamo proponendo, lui si ricorda già chi siamo: artisti. Spontaneamente
non ci chiederà di imparare niente perché sa già tutto, per inerzia.
Se non riesce a ricordarsi dove ci ha visto ha paura e si tiene a distanza:
è così che si fa con i matti, ci ha uniformato lo stesso. La scelta
è sempre tra essere l’uomo mascherato o il matto.
Bene! Corriamo tutti a vestirci come ci vogliono, così possiamo far
passare la nostra arte, anche se non rientra nello schema. Possiamo
essere uomini mascherati, così aggiriamo il problema. Possiamo? Certo
che possiamo, ma attenzione all’inerzia della mente. Il rischio è che
la maschera diventi noi, che si diventi un’interpretazione univoca della
realtà, una sola possibilità artistica quella della maschera, mascherata
dalla nostra. Capito il cortocircuito? È la legge della discesa, ad
un certo punto, compreso il meccanismo sociale, finalmente facciamo
arte, la nostra arte, e piace. È bellissimo, piace, quindi la ripetiamo…
ecco l’inerzia, la discesa verso ciò che è più facile. Quello che vogliamo
fare dopo viene semplicemente adattato a quello che abbiamo fatto prima.
Ma allora cosa succede? Niente, una cosa semplice: l’omologazione. È
il meccanismo che regge la società attuale. Tutto deve essere ridotto
al conosciuto. Qualsiasi cosa si tenti di fare, e limitiamoci al campo
artistico, deve essere assorbito dal mondo così com’è e ridotto a qualcosa
di facilmente comprensibile, cioè deve essere una sola realtà, quella
che già esiste e che può essere raccontata senza che si cambi mai niente.
È il meccanismo massmediatico che porta davanti agli occhi di tutti
ogni cosa nuova che nasca, ma riducendola di colpo una cosa vecchia,
immediatamente superata perché catalogata nelle categorie di ciò che
si conosce già. Niente di nuovo sotto al sole, a patto che tutto sembri
nuovo. Come si fa a pensare? Come si fa ad avere un’altra possibilità
artistica?
Pensiamo.
Sembrerà strano, ma pensare è la risposta, battersi per il proprio pensiero,
per poter pensare, per sconcertare lo “spettatore”. Il più grande risultato
artistico che si può ottenere è quello di far ammettere a chi ne viene
a contatto che deve compiere uno sforzo per capire di cosa si tratta,
perché ne vale la pena, perché intuisce che c’è qualcosa di nuovo e
quindi suscitare in lui l’attitudine del bambino che contempla ogni
cosa in modo diverso, del bambino che deve ancora incasellare il mondo
e non si fida delle risposte tutte uguali a loro stesse. Il più grande
risultato artistico è quando davanti all’opera d’arte si resta perplessi,
se ne fruisce e vi si ritorna, inesorabilmente, perché c’è ancora qualcosa
che non torna, che non tornerà mai. C’è sempre qualcosa da capire. La
cosa più grave il segnale che siamo in errore è quando ci sentiamo dire:
«Ah sì ho capito, lo so di cosa si tratta». Ecco, siamo già omologati,
uniformati al ricordo, alla conoscenza che già esiste, non siamo niente
di nuovo, non siamo arte, siamo fregati.
C’è un altro modo di essere artisti e uomini, c’è il modo che passa
attraverso la lotta all’inerzia, alla fatica di pensare, attraverso
la fantasia. Fino a che saremo capaci di inventare mondi fuori dagli
schemi, ci saranno possibilità artistiche. Fino a che sapremo proseguire
per la strada che abbiamo intrapreso, evitando di essere omologati come
matti, evitando di rendere meccanico ogni nostro passo, saremo artisti
e, soprattutto, uomini. Pensare ad un’idea di arte come a qualcosa per
cui battersi, da portare fino in fondo, può dare una grande sensazione
di libertà, ci offre l’occasione di amare la fantasia senza recriminare
sulle possibilità perdute o sulle difficoltà incontrate. Siamo artisti
se sentiamo la necessità di amare senza rimpianti la nostra idea di
arte e con essa tutte le idee sul mondo che ne scaturiscono.
Fabrizio De André ha detto che l’amore per le idee è prima di tutto
amore per gli esseri umani. Un punto di partenza bellissimo. O no?
Pensiamoci!
Domenico Scarpino
Gennaio 2003
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