| Premessa
La collettività,
che oggi dovrebbe essere rappresentata dallo Stato, si preoccupa della
formazione delle nuove generazioni, trasmettendo, con l’istituzione
di strutture educative, il sapere fino ad ora accumulato, affinché
le nuove generazioni sostengano e continuino il processo evolutivo.
Il compito delle nuove generazioni è quello di sviluppare e portare,
attraverso il processo critico e dialettico, delle novità, dei
miglioramenti e, quando occorre, cambiamenti radicali in seno alla società.
Il compito dell’educazione dovrebbe essere quello di fornire gli strumenti,
affinché il bambino possa attuare il suo naturale senso di rivoluzione
costante in lui e nel mondo che lo circonda.
Questo modo di "vedere le cose per la prima volta" da parte
del bambino è un grandissimo potenziale che le vecchie generazioni,
oramai strutturate al pensiero dell’epoca in cui vivono, per avanzare
nuove soluzioni e percorsi. È una fortuna, per tutti noi che
ogni giorno nascano una media di 4300 nuove coscienze, ma di questi
purtroppo solo 500/600 hanno la possibilità e l’opportunità
di accedere agli istituti di istruzione, per non parlare di quella vastissima
fascia di bambini che muore di fame o sta al limite della sopravvivenza.
Non sarebbe più evoluta la nostra società se anziché
un solo Einstain o Ghandi ce ne fossero migliaia? Non sarebbe meglio
se tutte le potenzialità in seno agli esseri umani, ancora oggi
soffocate, si potessero esprimere?
Non c’è spreco più pesante, più grande, più
terribile di quello che ogni giorno si compie non curando la nostra
vita e il nostro prossimo. Altro che alberi in Amazzonia o foche monache
i veri pericoli d’estinzione li corrono i nostri figli quando entrano
a scuola, sono da proteggere dalle ingiustizie a dall’incapacità
delle istituzioni di prendersi cura delle loro coscienze.
Si potrebbe ribadire che i danni più grossi li fanno i genitori,
ma proprio per questo motivo il ragazzo dovrebbe avere dalla scuola
dei modelli di vita evoluti, d’altra parte gli insegnanti percepiscono
uno stipendio dalla società proprio per questo motivo, per formare
tutti i giovani anche quelli che hanno dei genitori disgraziati e violenti.
Dopo questa premessa che chiarisce lo spirito e le necessità
di un sistema educativo differente, vorremo estendere e approfondire
la critica e proporre delle soluzioni che diano respiro alle aspirazioni
di chi non si è ancora rassegnato che questo sia l’unico mondo
possibile.
Il voto: indiscusso metro di misura
Per farvi un esempio di quanto sia inadeguata l’attuale struttura
educativa alle esigenze della capacità di rivoluzione costante
del bambino, prenderemo in considerazione il VOTO visto come simbolo
di una metodologia e di una ideologia oggettivante oggi imperante.
Il Voto ci accompagna dalle scuole elementari all’università.
Il voto può essere numerico (espresso sia in decimi, trentesimi,
sessantesimi, o centodecimi) o sotto forma di giudizio (equivalente
al sistema numerico).
È necessario il voto? È veramente l’unico metodo per valutare
la preparazione dell’alunno? La risposta è ovviamente: NO!
Dobbiamo ammettere che ogni tanto si sollevano discussioni sulla forma
del voto. Ma purtroppo tali discussioni non vanno alla radice e si limitano
alla superficie, cercando così di sostituire ai numeri, il giudizio,
o alcuni, i più rivoluzionari, vorrebbero i colori o dei geroglifici
o, come nell’ultima riforma proposta, delle percentuali.
Il voto è la forma più sbrigativa, spicciola e superficiale
che hanno creato per far finta di occuparsi di noi, perché oggi,
al contrario degli anni cinquanta e sessanta, la preoccupazione educativa
è diventata principalmente un problema economico. In questi ultimi
tempi l’educazione da "ricchezza del paese" si è convertita
in spesa, e in quanto tale è stata affrontata "economicamente"
più che culturalmente, come è giusto che sia. Ciò
è dimostrato dal fatto che nelle ultime finanziarie il problema
educazione e stato vittima di consistenti tagli economici e i vari tentativi
di riforma sono orientati chiaramente verso la discriminazione di ampie
fasce sociali che non possono permettersi gli oneri economici che l’attuale
organizzazione li obbliga a sostenere (un figlio costa ad una famiglia
dal 1 a 3 milioni da anno scolastico, dagli astucci stupidi e gli zaini
tecnologici ai libri e i computer, vediamo i costi aumentare proporzionalmente
alla stupidità).
Evidentemente, non potendo dissolvere in pochi anni la struttura educativa
statale, la si degrada a favore di quella privata per portarla in uno
stato di crisi in cui è sempre più difficile sostenerla.
Il personale docente è stato ridotto, le scuole accentrate o
forse è meglio dire chiuse, le tasse vistosamente quadruplicate;
cosa ancor più assurda è il "numero chiuso"
che, anche se è anticostituzionale, è di fatto applicato
da tanti atenei.
Questo perché? Perché nell’ignoranza non vi è ribellione,
non vi è riscatto ma inferiorità, soggezione, oppressione
e libero arbitrio del più forte verso il più debole.
Se la preoccupazione della classe dirigente fosse orientata verso l’educazione,
la salute e la qualità della vita della collettività,
non ci sarebbe necessità di utilizzare una metodologia di valutazione
così primitiva come il voto, come non ci sarebbe necessità
di trattare lo stato come un’azienda e il popolo come dipendenti.
Ma vediamo più approfonditamente perché il voto è
da lasciare alle spalle e passare definitivamente alla preistoria umana.
Il Voto come forma di potere e di giudizio.
Il voto è lo strumento, con cui si legittima il potere
dell’insegnante, dello stato ("vecchio mondo") sui giovani
("nuovo mondo") che ancora si devono esprimere nella società.
Ogni volta che si mette un voto nel foglio si commette un’ingiustizia,
perché si emette un giudizio sulla persona e sul suo elaborato.
In tutta la nostra esperienza scolastica abbiamo assistito ad innumerevoli
ingiustizie legate al voto: abbiamo visto persone non preparate prendere
8 per la loro faccia tosta, ne abbiamo visto altre con l’esaurimento
nervoso per poter conseguire un buon punteggio, e altre ancora capaci
e sensibili prendere un 5 perché timide nell’esposizione…
Abbiamo sperimentato, inoltre, che il voto non è solo un’unità
di misura e di giudizio ma spesso si converte in un metodo "punitivo"
come nelle buone società violente e brutali.
Se ogni persona è diversa e sviluppa le sue capacità in
forme e in tempi diversi dobbiamo ammettere che il processo di educazione
deve tenere conto di questa diversità se vuole educare nel rispetto
della persona e se vuole contribuire al suo sviluppo. Oggi molti credono
che la scuola serva per la "creazione" di un individuo, e,
di fatto, si chiede all’alunno di adattarsi a qualcosa che può
anche non essere utile e interessante per lui. E se non lo vuole fare?
Un bel 2 in pagella. Ci si rapporta all’alunno come se fosse un pezzo
di creta da modellare o un contenitore vuoto da riempire.
Bravi signori educatori, e a voi chi vi giudica? Chi ci assicura che
voi non siate delle persone che impongono la loro particolare visione
del mondo? Come si giustifica il fatto che l’alunno è sottoposto
al vostro giudizio e al vostro potere?
Un’altra questione è cercare di capire come gli insegnanti, che
hanno avuto a loro volta un’educazione che non parte dal rispetto della
diversità e della soggettività, possano rompere con questa
eredità. A nostro avviso ciò è possibile solamente
se l’educatore si sente e si pone con un atteggiamento dialettico e
rivoluzionario nei confronti delle tradizioni violente, ma oggi sappiamo
bene vanno di modo gli insegnanti cattolici e conservatori.
Il
Voto come unità di misura della persona
Oltre che per gli educatori, il voto diventa per gli allievi unità
di misura e di autovalutazione. Aspirando al voto o rifiutandolo si
dimenticano comunque che è ben altro il fulcro della loro crescita:
negli anni della formazione non è la loro "faccia"
o il loro prestigio in gioco, ma la loro "coscienza" come
esseri umani e non la loro disciplina da "alunni", numeri
o formiche, pronti per entrare nel Sistema Economico o per esserne sfruttati.
Non possiamo quantificare il rapporto d’amore o di amicizia perché
troppo complesso, soggettivo e situazionale. Questi non sono campi in
cui si possa applicare la ragioneria per valutare la quantità
e la qualità degli affetti, e se si applica la ragioneria si
commette un errore che può compromettere i rapporti. Lo stesso
avviene quando si parla di giudicare attraverso il voto l’alunno. Come
si possono quantificare le fatiche o le difficoltà che ha incontrato
per il superamento dei limiti se sono così indescrivibili e indecifrabili
per lui stesso, figuriamoci per l’occhio esterno, di chi lo vede per
due ore a settimana? Come si può ubicare esternamente la misura
delle nostre azioni? è chiaro che sarà la sensazione globale
del nostro agire l’unica e la vera unità di valutazione. Per
valutare qualcosa devo avere un progetto, con degli obbiettivi, delle
scadenze e degli indicatori. In questo progetto io devo essere incluso,
perché altrimenti che mi serve a fare?
è chiaro che lo studio scolastico non spinge gli alunni a porsi
degli obbiettivi, a chiarirsi un motivo di ricerca, ad avere delle mete
da scoprire. Devi studiare! Ti dicono. Assurdo e primitivo. Allora cosa
succede? Ho studiato Giulio Cesare, come mi sento? Ho rotto gli argini
scoprendo una nuova frontiera? Ho collegato a quella vita così
lontana la mia vita? NO! Però ho preso 7 in storia, perché
ho detto al professore quello che si voleva sentir dire. Questo succede!
Ecco come la non-cultura dell’ipocrisia e dell’apparenza si insidia
nei giovani di tutto il mondo; ecco come ciò che gli altri si
aspettano da me è più importante di ciò che io
devo a me stesso per il fatto che penso e dunque sono.
Il Voto e la competizione.
Anche il sistema di relazioni che si crea tra i membri della classe,
è influenzato dal voto. Fin dalle scuole elementari la classe
è divisa e "competitiva" perché la posta in
gioco è essere i primi della classe o al contrario ritrovarsi
ad essere, a volte già a sei anni, degli emarginati, dei falliti,
dei perdenti e dei somari. La classe dovrebbe essere invece esempio
Primo di collaborazione e di forza d’insieme, di piccola collettività
che si adopera per promuovere progetti comuni.
Il voto non si limita ad essere un metro di misura della preparazione
specifica dell’alunno, ma si estende a tutta la persona: la persona
che studia, sarà premiata e sarà considerata di "razza
superiore", ed è modello da seguire… (…anche se è
senza scrupoli, egoista, cinica e sensibile come una calcolatrice… però
ha studiato!)
Come educano bene le future generazioni. D’altra parte l’attuale modello
evolutivo raggiunge il massimo della realizzazione con delle teste di
cazzo, meschine e sottilmente violente poste ai vertici (Berlusconi,
D’Alema, Agnelli… e così via). Modelli che in qualche modo ci
hanno fatto "apprezzare" quando ci hanno fatto studiare Giulio
Cesare, Napoleone, Garibaldi o Cavour… come dei grandi uomini, affascinandoci
con del basso romanticismo nazionalista (nazione che è costata
guerre e vite umane per secoli interi).
Il Voto come Violenta Istituzione sociale
Il rapporto istituzione/educatori e alunno è unilaterale,
è così svantaggioso per gli studenti di tutto il mondo
che l’unica speranza sembra sia quella di capitare in buone mani.
Ma la responsabilità dell’educazione non può essere, come
genericamente si crede o si denuncia, a esclusivo carico dei singoli
educatori, ma il sistema educativo stesso (inteso come didattica, programmi
di studio, organizzazione interna, utilizzazione dei finanziamenti)
è da cambiare. Anche perché ci sembra assurdo che l’unica
via di uscita sia quella di aver fortuna e di affidarci alla sensibilità
dei singoli educatori. Questa soluzione, che si fa avanti nella disputa
tra scuola privata o pubblica, ci sembra assurda oltre che limitata.
Se il diritto all’istruzione è per pochi "eletti" che
possono pagare l’inclusione in istituti educativi privati non tradizionali
e all’avanguardia, rispetto al servizio pubblico (scuola steineriana),
o peggio ancora se l’alternativa alla scuola pubblica deve essere quella
cattolica, non si fa altro che tornare indietro di 100 anni.
Le scuole statali devono cambiare profondamente e in questo senso eliminare
il voto dalla didattica è una un passo in avanti per la liberazione
dalla Violenza Istituzionale che si insinua nelle coscienze in formazione
e si perpetua per intere generazioni.
Per sintetizzare: il voto è uno strumento di giudizio e un simbolo
di violenza, perché pretende di misurare il valore, non solo
nozionistico, ma anche morale e sociale, del livello di coscienza delle
persone; è uno strumento di gogna o di esaltazione pubblica perché
non è solo riferito all’alunno ma anche al suo ambiente personale,
che lo giudicherà a sua volta; è uno strumento che porta
alla competizione e al conflitto tra studenti, anziché portarli
a complementarsi e rafforzarsi; è fuori da ogni controllo e meccanismo
di reversibilità da parte degli studenti, ed è strumento
di potere per gli insegnanti e per la classe dominante.
Quanto scritto fin ora speriamo basti per capire come questo sistema,
che si basa sulla menzogna e la violenza programmatica e spicciola,
agisce nelle strutture educative e come sia compito di tutti, in particolar
modo degli educatori attuali e futuri, ribellarsi e proporre alternative
teoriche e reali all’attuale direzione.
Possibili percorsi alternativi
Sarebbe invece differente se anzi che un educatore per classi
di 30/35 persone ci fosse un educatore per 10 massimo 15 persone. Così
facendo si riuscirebbe ad assumere una gran parte delle persone laureate
con vocazione all’insegnamento che oggi sono disoccupate.
Queste persone ad un certo punto degli studi universitari dovrebbero
essere abilitate alla didattica e all’educazione, cosa che non avviene,
se non alla facoltà di Scienze dell’Educazione. Tutti i laureati
in lettere, architettura, scienze, storia, storia dell’arte, ingegneria,
accademia di belle arti, ecc., non vengono abilitati all’insegnamento
e alla didattica, non sanno niente dell’arte della trasmissione, "dell’iniziazione".
Oggi basta un concorso pubblico e possono insegnare. Tutto ciò
è assurdo, sappiamo benissimo che tanti di loro non stanno pensando
alle nuove generazioni e alla trasmissione di ciò che hanno appreso
(molti tra l’altro sentono di non aver appreso niente di utile per i
posteri), ma ad una sistemazione economica, tre mesi di ferie e mezza
giornata libera, perché così tra l’altro gli viene proposto.
Avendo preparato il corpo statale degli educatori e avendo classi di
10/15 persone il compito dell’educatore è quello di assumersi
la piena responsabilità degli alunni seguendoli personalmente
uno per uno, occupandosi di loro e portandoli a viversi delle esperienze
che li formeranno.
Per aiutarvi a comprendere questo punto immaginatevi un insegnante al
pari di un regista che non può lasciare niente al caso. Egli
si cura di tutti affinché il progetto globale, quale lo spettacolo
teatrale, sia curato in ogni singola parte; egli stimolerà, assisterà
gli attori nei momenti difficili, perché crede in loro. Alla
fine non c’è un voto ma un’esperienza comune, in cui ognuno avrà
preso quello che più sentiva e avrà sviluppato ciò
che gli stava più a cuore. Chiaramente il regista li aiuta a
capire quale possa essere l’obbiettivo della loro ricerca, il loro scopo
personale, in armonia con il resto degli attori. In questo caso non
servirà il voto ma la stessa recita, lo stesso regista, i compagni,
e soprattutto la particolare esperienza vissuta di ognuno, attesteranno
la preparazione.
Ecco, un educatore dovrebbe fare in modo che tutti abbiano un’esperienza
e si limiterà, coi compagni, ad attestarla. Non servirà
il voto, che è falso, virtuale, ingannevole, sfuggente. Ma l’esperienza
concreta: io so fare questo, guarda. L’ho fatto una volta e lo posso
rifare. Questa è preparazione. E l’educatore sarà diretto
responsabile e non lo sentiremo più nascondere l’incapacità,
sua e della struttura, di farsi carico delle nuove coscienze, dietro
frasi come: "non si applica", "è inconcludente
e distratto" ecc., ecc..
Chiaramente la scuola non sarà più quella noiosa e forzata
esperienza, ma diventerà un luogo di sperimentazione, di ricerca,
di ritrovo e di incontro. Non sarà più divisa dal mondo
"esterno" ma farà parte del mondo, perché si
"esporrà" e si farà promotrice di eventi, discussioni,
incontri e allo stesso tempo ospiterà e darà asilo a tutti
coloro, che non essendo più "alunni" vorranno usufruire
dello spazio scolastico per esporre i loro lavori, le loro filosofie,
studi, idee, opere artistiche, ecc..
Questo avverrà quando l’obbiettivo non sarà più
quello di controllare, di dirigere, di indottrinare le nuove generazioni;
non sarà più quello di risparmiare i soldi per "entrare
in Europa"; non sarà più quello di parcheggiare i
giovani "potenziali delinquenti o deviati" e rifilargli un
pezzo di carta senza valore reale per la crescita della persona; quando
tutto questo cesserà di esistere l’insegnamento si convertirà
in un reale rispetto per i giovani, di ascolto delle loro deboli voci,
di umile offerta e richiesta di aiuto e solidarietà.
Tutto questo oggi è possibile, tutto questo molti gruppi educativi
non istituzionali lo hanno già sperimentato e hanno visto che
è possibile. C’è solo da accettarlo e promuoverlo, ma
per fare questo è chiaramente necessario un cambiamento globale
di questa società. Una rivoluzione culturale, politica, economica,
educativa che è compito di ognuno portarla nel proprio cuore,
nella propria mente e nelle proprie azioni.
Giugno 1999 |