11 - Le attuali contraddizioni e difficoltà di valutazione nell’educazione

Riflessioni sull'Arte

Premessa
La collettività, che oggi dovrebbe essere rappresentata dallo Stato, si preoccupa della formazione delle nuove generazioni, trasmettendo, con l’istituzione di strutture educative, il sapere fino ad ora accumulato, affinché le nuove generazioni sostengano e continuino il processo evolutivo.
Il compito delle nuove generazioni è quello di sviluppare e portare, attraverso il processo critico e dialettico, delle novità, dei miglioramenti e, quando occorre, cambiamenti radicali in seno alla società.
Il compito dell’educazione dovrebbe essere quello di fornire gli strumenti, affinché il bambino possa attuare il suo naturale senso di rivoluzione costante in lui e nel mondo che lo circonda.

Questo modo di "vedere le cose per la prima volta" da parte del bambino è un grandissimo potenziale che le vecchie generazioni, oramai strutturate al pensiero dell’epoca in cui vivono, per avanzare nuove soluzioni e percorsi. È una fortuna, per tutti noi che ogni giorno nascano una media di 4300 nuove coscienze, ma di questi purtroppo solo 500/600 hanno la possibilità e l’opportunità di accedere agli istituti di istruzione, per non parlare di quella vastissima fascia di bambini che muore di fame o sta al limite della sopravvivenza.
Non sarebbe più evoluta la nostra società se anziché un solo Einstain o Ghandi ce ne fossero migliaia? Non sarebbe meglio se tutte le potenzialità in seno agli esseri umani, ancora oggi soffocate, si potessero esprimere?

Non c’è spreco più pesante, più grande, più terribile di quello che ogni giorno si compie non curando la nostra vita e il nostro prossimo. Altro che alberi in Amazzonia o foche monache i veri pericoli d’estinzione li corrono i nostri figli quando entrano a scuola, sono da proteggere dalle ingiustizie a dall’incapacità delle istituzioni di prendersi cura delle loro coscienze.
Si potrebbe ribadire che i danni più grossi li fanno i genitori, ma proprio per questo motivo il ragazzo dovrebbe avere dalla scuola dei modelli di vita evoluti, d’altra parte gli insegnanti percepiscono uno stipendio dalla società proprio per questo motivo, per formare tutti i giovani anche quelli che hanno dei genitori disgraziati e violenti.
Dopo questa premessa che chiarisce lo spirito e le necessità di un sistema educativo differente, vorremo estendere e approfondire la critica e proporre delle soluzioni che diano respiro alle aspirazioni di chi non si è ancora rassegnato che questo sia l’unico mondo possibile.


Il voto: indiscusso metro di misura
Per farvi un esempio di quanto sia inadeguata l’attuale struttura educativa alle esigenze della capacità di rivoluzione costante del bambino, prenderemo in considerazione il VOTO visto come simbolo di una metodologia e di una ideologia oggettivante oggi imperante.

Il Voto ci accompagna dalle scuole elementari all’università. Il voto può essere numerico (espresso sia in decimi, trentesimi, sessantesimi, o centodecimi) o sotto forma di giudizio (equivalente al sistema numerico).
È necessario il voto? È veramente l’unico metodo per valutare la preparazione dell’alunno? La risposta è ovviamente: NO!
Dobbiamo ammettere che ogni tanto si sollevano discussioni sulla forma del voto. Ma purtroppo tali discussioni non vanno alla radice e si limitano alla superficie, cercando così di sostituire ai numeri, il giudizio, o alcuni, i più rivoluzionari, vorrebbero i colori o dei geroglifici o, come nell’ultima riforma proposta, delle percentuali.

Il voto è la forma più sbrigativa, spicciola e superficiale che hanno creato per far finta di occuparsi di noi, perché oggi, al contrario degli anni cinquanta e sessanta, la preoccupazione educativa è diventata principalmente un problema economico. In questi ultimi tempi l’educazione da "ricchezza del paese" si è convertita in spesa, e in quanto tale è stata affrontata "economicamente" più che culturalmente, come è giusto che sia. Ciò è dimostrato dal fatto che nelle ultime finanziarie il problema educazione e stato vittima di consistenti tagli economici e i vari tentativi di riforma sono orientati chiaramente verso la discriminazione di ampie fasce sociali che non possono permettersi gli oneri economici che l’attuale organizzazione li obbliga a sostenere (un figlio costa ad una famiglia dal 1 a 3 milioni da anno scolastico, dagli astucci stupidi e gli zaini tecnologici ai libri e i computer, vediamo i costi aumentare proporzionalmente alla stupidità).
Evidentemente, non potendo dissolvere in pochi anni la struttura educativa statale, la si degrada a favore di quella privata per portarla in uno stato di crisi in cui è sempre più difficile sostenerla. Il personale docente è stato ridotto, le scuole accentrate o forse è meglio dire chiuse, le tasse vistosamente quadruplicate; cosa ancor più assurda è il "numero chiuso" che, anche se è anticostituzionale, è di fatto applicato da tanti atenei.
Questo perché? Perché nell’ignoranza non vi è ribellione, non vi è riscatto ma inferiorità, soggezione, oppressione e libero arbitrio del più forte verso il più debole.
Se la preoccupazione della classe dirigente fosse orientata verso l’educazione, la salute e la qualità della vita della collettività, non ci sarebbe necessità di utilizzare una metodologia di valutazione così primitiva come il voto, come non ci sarebbe necessità di trattare lo stato come un’azienda e il popolo come dipendenti.

Ma vediamo più approfonditamente perché il voto è da lasciare alle spalle e passare definitivamente alla preistoria umana.


Il Voto come forma di potere e di giudizio.
Il voto è lo strumento, con cui si legittima il potere dell’insegnante, dello stato ("vecchio mondo") sui giovani ("nuovo mondo") che ancora si devono esprimere nella società.
Ogni volta che si mette un voto nel foglio si commette un’ingiustizia, perché si emette un giudizio sulla persona e sul suo elaborato. In tutta la nostra esperienza scolastica abbiamo assistito ad innumerevoli ingiustizie legate al voto: abbiamo visto persone non preparate prendere 8 per la loro faccia tosta, ne abbiamo visto altre con l’esaurimento nervoso per poter conseguire un buon punteggio, e altre ancora capaci e sensibili prendere un 5 perché timide nell’esposizione…
Abbiamo sperimentato, inoltre, che il voto non è solo un’unità di misura e di giudizio ma spesso si converte in un metodo "punitivo" come nelle buone società violente e brutali.

Se ogni persona è diversa e sviluppa le sue capacità in forme e in tempi diversi dobbiamo ammettere che il processo di educazione deve tenere conto di questa diversità se vuole educare nel rispetto della persona e se vuole contribuire al suo sviluppo. Oggi molti credono che la scuola serva per la "creazione" di un individuo, e, di fatto, si chiede all’alunno di adattarsi a qualcosa che può anche non essere utile e interessante per lui. E se non lo vuole fare? Un bel 2 in pagella. Ci si rapporta all’alunno come se fosse un pezzo di creta da modellare o un contenitore vuoto da riempire.

Bravi signori educatori, e a voi chi vi giudica? Chi ci assicura che voi non siate delle persone che impongono la loro particolare visione del mondo? Come si giustifica il fatto che l’alunno è sottoposto al vostro giudizio e al vostro potere?
Un’altra questione è cercare di capire come gli insegnanti, che hanno avuto a loro volta un’educazione che non parte dal rispetto della diversità e della soggettività, possano rompere con questa eredità. A nostro avviso ciò è possibile solamente se l’educatore si sente e si pone con un atteggiamento dialettico e rivoluzionario nei confronti delle tradizioni violente, ma oggi sappiamo bene vanno di modo gli insegnanti cattolici e conservatori.


Il Voto come unità di misura della persona
Oltre che per gli educatori, il voto diventa per gli allievi unità di misura e di autovalutazione. Aspirando al voto o rifiutandolo si dimenticano comunque che è ben altro il fulcro della loro crescita: negli anni della formazione non è la loro "faccia" o il loro prestigio in gioco, ma la loro "coscienza" come esseri umani e non la loro disciplina da "alunni", numeri o formiche, pronti per entrare nel Sistema Economico o per esserne sfruttati.

Non possiamo quantificare il rapporto d’amore o di amicizia perché troppo complesso, soggettivo e situazionale. Questi non sono campi in cui si possa applicare la ragioneria per valutare la quantità e la qualità degli affetti, e se si applica la ragioneria si commette un errore che può compromettere i rapporti. Lo stesso avviene quando si parla di giudicare attraverso il voto l’alunno. Come si possono quantificare le fatiche o le difficoltà che ha incontrato per il superamento dei limiti se sono così indescrivibili e indecifrabili per lui stesso, figuriamoci per l’occhio esterno, di chi lo vede per due ore a settimana? Come si può ubicare esternamente la misura delle nostre azioni? è chiaro che sarà la sensazione globale del nostro agire l’unica e la vera unità di valutazione. Per valutare qualcosa devo avere un progetto, con degli obbiettivi, delle scadenze e degli indicatori. In questo progetto io devo essere incluso, perché altrimenti che mi serve a fare?
è chiaro che lo studio scolastico non spinge gli alunni a porsi degli obbiettivi, a chiarirsi un motivo di ricerca, ad avere delle mete da scoprire. Devi studiare! Ti dicono. Assurdo e primitivo. Allora cosa succede? Ho studiato Giulio Cesare, come mi sento? Ho rotto gli argini scoprendo una nuova frontiera? Ho collegato a quella vita così lontana la mia vita? NO! Però ho preso 7 in storia, perché ho detto al professore quello che si voleva sentir dire. Questo succede!
Ecco come la non-cultura dell’ipocrisia e dell’apparenza si insidia nei giovani di tutto il mondo; ecco come ciò che gli altri si aspettano da me è più importante di ciò che io devo a me stesso per il fatto che penso e dunque sono.

Il Voto e la competizione.
Anche il sistema di relazioni che si crea tra i membri della classe, è influenzato dal voto. Fin dalle scuole elementari la classe è divisa e "competitiva" perché la posta in gioco è essere i primi della classe o al contrario ritrovarsi ad essere, a volte già a sei anni, degli emarginati, dei falliti, dei perdenti e dei somari. La classe dovrebbe essere invece esempio Primo di collaborazione e di forza d’insieme, di piccola collettività che si adopera per promuovere progetti comuni.

Il voto non si limita ad essere un metro di misura della preparazione specifica dell’alunno, ma si estende a tutta la persona: la persona che studia, sarà premiata e sarà considerata di "razza superiore", ed è modello da seguire… (…anche se è senza scrupoli, egoista, cinica e sensibile come una calcolatrice… però ha studiato!)
Come educano bene le future generazioni. D’altra parte l’attuale modello evolutivo raggiunge il massimo della realizzazione con delle teste di cazzo, meschine e sottilmente violente poste ai vertici (Berlusconi, D’Alema, Agnelli… e così via). Modelli che in qualche modo ci hanno fatto "apprezzare" quando ci hanno fatto studiare Giulio Cesare, Napoleone, Garibaldi o Cavour… come dei grandi uomini, affascinandoci con del basso romanticismo nazionalista (nazione che è costata guerre e vite umane per secoli interi).


Il Voto come Violenta Istituzione sociale
Il rapporto istituzione/educatori e alunno è unilaterale, è così svantaggioso per gli studenti di tutto il mondo che l’unica speranza sembra sia quella di capitare in buone mani.
Ma la responsabilità dell’educazione non può essere, come genericamente si crede o si denuncia, a esclusivo carico dei singoli educatori, ma il sistema educativo stesso (inteso come didattica, programmi di studio, organizzazione interna, utilizzazione dei finanziamenti) è da cambiare. Anche perché ci sembra assurdo che l’unica via di uscita sia quella di aver fortuna e di affidarci alla sensibilità dei singoli educatori. Questa soluzione, che si fa avanti nella disputa tra scuola privata o pubblica, ci sembra assurda oltre che limitata. Se il diritto all’istruzione è per pochi "eletti" che possono pagare l’inclusione in istituti educativi privati non tradizionali e all’avanguardia, rispetto al servizio pubblico (scuola steineriana), o peggio ancora se l’alternativa alla scuola pubblica deve essere quella cattolica, non si fa altro che tornare indietro di 100 anni.
Le scuole statali devono cambiare profondamente e in questo senso eliminare il voto dalla didattica è una un passo in avanti per la liberazione dalla Violenza Istituzionale che si insinua nelle coscienze in formazione e si perpetua per intere generazioni.


Per sintetizzare: il voto è uno strumento di giudizio e un simbolo di violenza, perché pretende di misurare il valore, non solo nozionistico, ma anche morale e sociale, del livello di coscienza delle persone; è uno strumento di gogna o di esaltazione pubblica perché non è solo riferito all’alunno ma anche al suo ambiente personale, che lo giudicherà a sua volta; è uno strumento che porta alla competizione e al conflitto tra studenti, anziché portarli a complementarsi e rafforzarsi; è fuori da ogni controllo e meccanismo di reversibilità da parte degli studenti, ed è strumento di potere per gli insegnanti e per la classe dominante.

Quanto scritto fin ora speriamo basti per capire come questo sistema, che si basa sulla menzogna e la violenza programmatica e spicciola, agisce nelle strutture educative e come sia compito di tutti, in particolar modo degli educatori attuali e futuri, ribellarsi e proporre alternative teoriche e reali all’attuale direzione.


Possibili percorsi alternativi
Sarebbe invece differente se anzi che un educatore per classi di 30/35 persone ci fosse un educatore per 10 massimo 15 persone. Così facendo si riuscirebbe ad assumere una gran parte delle persone laureate con vocazione all’insegnamento che oggi sono disoccupate.
Queste persone ad un certo punto degli studi universitari dovrebbero essere abilitate alla didattica e all’educazione, cosa che non avviene, se non alla facoltà di Scienze dell’Educazione. Tutti i laureati in lettere, architettura, scienze, storia, storia dell’arte, ingegneria, accademia di belle arti, ecc., non vengono abilitati all’insegnamento e alla didattica, non sanno niente dell’arte della trasmissione, "dell’iniziazione". Oggi basta un concorso pubblico e possono insegnare. Tutto ciò è assurdo, sappiamo benissimo che tanti di loro non stanno pensando alle nuove generazioni e alla trasmissione di ciò che hanno appreso (molti tra l’altro sentono di non aver appreso niente di utile per i posteri), ma ad una sistemazione economica, tre mesi di ferie e mezza giornata libera, perché così tra l’altro gli viene proposto.
Avendo preparato il corpo statale degli educatori e avendo classi di 10/15 persone il compito dell’educatore è quello di assumersi la piena responsabilità degli alunni seguendoli personalmente uno per uno, occupandosi di loro e portandoli a viversi delle esperienze che li formeranno.

Per aiutarvi a comprendere questo punto immaginatevi un insegnante al pari di un regista che non può lasciare niente al caso. Egli si cura di tutti affinché il progetto globale, quale lo spettacolo teatrale, sia curato in ogni singola parte; egli stimolerà, assisterà gli attori nei momenti difficili, perché crede in loro. Alla fine non c’è un voto ma un’esperienza comune, in cui ognuno avrà preso quello che più sentiva e avrà sviluppato ciò che gli stava più a cuore. Chiaramente il regista li aiuta a capire quale possa essere l’obbiettivo della loro ricerca, il loro scopo personale, in armonia con il resto degli attori. In questo caso non servirà il voto ma la stessa recita, lo stesso regista, i compagni, e soprattutto la particolare esperienza vissuta di ognuno, attesteranno la preparazione.
Ecco, un educatore dovrebbe fare in modo che tutti abbiano un’esperienza e si limiterà, coi compagni, ad attestarla. Non servirà il voto, che è falso, virtuale, ingannevole, sfuggente. Ma l’esperienza concreta: io so fare questo, guarda. L’ho fatto una volta e lo posso rifare. Questa è preparazione. E l’educatore sarà diretto responsabile e non lo sentiremo più nascondere l’incapacità, sua e della struttura, di farsi carico delle nuove coscienze, dietro frasi come: "non si applica", "è inconcludente e distratto" ecc., ecc..
Chiaramente la scuola non sarà più quella noiosa e forzata esperienza, ma diventerà un luogo di sperimentazione, di ricerca, di ritrovo e di incontro. Non sarà più divisa dal mondo "esterno" ma farà parte del mondo, perché si "esporrà" e si farà promotrice di eventi, discussioni, incontri e allo stesso tempo ospiterà e darà asilo a tutti coloro, che non essendo più "alunni" vorranno usufruire dello spazio scolastico per esporre i loro lavori, le loro filosofie, studi, idee, opere artistiche, ecc..

Questo avverrà quando l’obbiettivo non sarà più quello di controllare, di dirigere, di indottrinare le nuove generazioni; non sarà più quello di risparmiare i soldi per "entrare in Europa"; non sarà più quello di parcheggiare i giovani "potenziali delinquenti o deviati" e rifilargli un pezzo di carta senza valore reale per la crescita della persona; quando tutto questo cesserà di esistere l’insegnamento si convertirà in un reale rispetto per i giovani, di ascolto delle loro deboli voci, di umile offerta e richiesta di aiuto e solidarietà.

Tutto questo oggi è possibile, tutto questo molti gruppi educativi non istituzionali lo hanno già sperimentato e hanno visto che è possibile. C’è solo da accettarlo e promuoverlo, ma per fare questo è chiaramente necessario un cambiamento globale di questa società. Una rivoluzione culturale, politica, economica, educativa che è compito di ognuno portarla nel proprio cuore, nella propria mente e nelle proprie azioni.

Giugno 1999

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