| Premessa
I molti artisti a cui è rivolto questo scritto non saranno
mai dei Picasso, dei Puccini, dei Montale e via dicendo, non lo saranno
perché oltre a questi personaggi che hanno animato e contribuito
allo sviluppo delle arti, ve ne sono sempre stati altri, più
numerosi e più a contatto con la gente comune che hanno fatto
da sempre la storia dell’arte senza mai essere citati nei libri "sacri"
della cultura ufficiale. E a questi artisti che hanno vissuto, vivono
e continueranno a vivere nell’ombra dei "personaggi" più
quotati che mi rivolgo ed è in loro che ci rispecchiamo noi del
Centro umanista di Espressione Artistica. Sono questi artisti di base
che portano l’arte tra la gente, nei locali notturni, nei quartieri
di periferia, nelle scuole; sono questi artisti che insegnano nei corsi
privati e pubblici l’arte che hanno imparato; sono questi artisti i
destinatari di queste proposte.
Quando non si riesce più a distinguere il bene dal male, il dolce
dal salato, la luce dalle tenebre, il caldo dal freddo è perché
si è creato un grande caos. Altrettanto avviene quando si creano
dei valori assoluti, irremovibili e indiscutibili, e questo avviene
con l’uso dell’’imposizione e della violenza. L’assolutismo come il
relativismo fanno parte di una stessa medaglia, e tutti e due se presi
in blocco fanno male alla coscienza.
L’influenza degli anni ’60 e ’70
Oggi un relativismo estremo, dovuto alla difficoltà di assumere
posizioni precise e definite, e ad un trasformismo opportunista, sta
rendendo sempre più difficile valutare un’opera d’arte nel campo
della pittura, della scultura. Sembra che tutti gli elementi di valutazione
siano rimandati alla soggettività di chi osserva e di conseguenza
di chi opera. Quest’operazione sottrae le creazioni artistiche dal "giudizio
universale" collocandole alla deriva del gusto, dell’attuale cattivo
gusto, e siccome "de gustibus non est dispuntandum ", ne deriva
che l’opera d’arte non si può valutare.
Questa mancanza di riferimenti ha fatto sì che si creasse, dal
dopoguerra in poi, un vero e proprio sciacallaggio del termine "artista"
e di "opera d’arte", privandolo e svuotandolo dei contenuti
più profondi. Questo fenomeno, che si è accentuato dopo
gli anni sessanta, fino ad arrivare ai giorni nostri, ha creato un unico
gusto e parere tra i massimi galleristi, critici e studiosi dell’arte:
sono oramai orientati solamente dal prestigio culturale e dalla sete
di denaro, e infatti le loro critiche, i loro massimi interessi verso
l’arte sono guidati dall’affascinante senso del profitto.
Questo modo "pragmatico" di vedere l’arte si è accelerato
e diffuso a macchia d’olio negli anni sessanta, quando correnti culturali
e educative "sensattottine" richiesero "la cultura per
tutti". Purtroppo, quest’apertura ha portato la perdita e la negazione
di molti concetti ed elementi culturali fondamentali alla continuazione
dei processi storici che ci avevano portato fino a quel punto. Tutto
ciò che era "accademico" fu bandito come retrò
e si diede il via alla cultura di massa, che ha creato una nuova ignoranza,
non di termini o nozioni ma di contenuti. Questo pragmatismo ha portato
alla cultura della simulazione, dell’imitazione, della riduzione, della
super specializzazione, della troppa informazione=disinformazione, della
omogeneizzazione, alla uniformazione globalizzata.
Non che negli anni ’50 si stesse meglio, ma indubbiamente il passaggio
da una cultura di élite ad una di massa, non era compatibile
con un sistema che basava il suo potere nel controllo della gente lasciata
nell’ignoranza. Cosa c’è di meglio, per accontentare un popolo
che chiede libertà? Fargli credere di aver ottenuto ciò
che chiedevano. In quegli anni fu inventato il famoso 6 politico, in
quegli anni sono state distribuite lauree a chi leggeva la frase "Laureato
chi legge". L’epoca dell’apparenza, dilagava. In quegli anni sessanta
e settanta le istituzioni si vantavano dei dati relativi all’analfabetismo
che retrocedevano, mentre libri lugimiranti come "Lettera a una
professoressa" della scuola di Don Milani a Barbiana, denunciava
tutto il contrario, avvertendo che quella nuova cultura di massa altro
non era che una nuova e più sofisticata ignoranza a cui era sempre
più difficile ribellarsi perché pareva "cultura".
Come conseguenza la generazione, che ha studiato disegno alle scuole
medie negli anni ‘81-84 e al Liceo Artistico negli anni 84-89, ha avuto
come insegnanti persone, che pur avendo fatto l’accademia di belle arti
non sapessero un bel tubo del disegno e di storia dell’arte. Quelle
persone non lo sapevano perché ignoravano la materia, e celavano
la loro ignoranza e difficoltà di gestire il compito di educatori,
ripiegando il "fare artistico" sul campo espressivo, astratto.
Chissà quante persone ignoranti si sono "dedicate"
alla pittura astratta per ripiegare alle loro mancanze? Non parlo solo
degli insegnanti ma anche di molti che si definiscono artisti senza
mai aver saputo disegnare un volto umano. Non dico questo per un fatto
nostalgico e conservatore, ma per una esigenza di ricreare "il
mestiere" dell’arte.
In sintesi, come spesso avviene a noi singoli individui, per
cercare di correggere la vecchia rotta si è passati all’estremo
opposto, da un’educazione autoritaristica si è passati ad una
relativistica o liberale, pur non cambiando la sostanza: l’imposizione
di un modello unico. Paradossalmente con le contestazioni degli anni
sessanta il sistema ha avuto occasione per rafforzarsi, affinarsi e
assorbire e fare sue, sia le persone (vedi manager e dirigenti ex sessantottini,
Clinton, D’Alema, ecc.), che gli ideali di libertà, strumentalizzandoli
e riproponendoli svuotati della loro essenza rivoluzionaria, e allo
stesso tempo ha innescato un processo di destrutturazione e frammentazione
che non si fermerà e che porterà al collasso l’attuale
cultura neo liberale.
Il dilagare della Cultura di Plastica, finta e profondamente inconsistente,
ha portato al trionfo della cultura pragmatica neoliberale dei nostri
giorni, ha finito per destrutturare anche le arti, analizziamone alcuni
risultati a nostro avviso disorientanti e disgreganti.
Le Arti fuori dai mestieri
Questa situazione ha portato l’arte visiva fuori dai "mestieri",
rendedola esclusivamente soggettiva, e quindi non comunicativa perché
si è sottratta alla sfida del linguaggio collettivo quel linguaggio
che ancora si riconosce nell’arte pre-seconda guerra mondiale.
Per valutare un operato dobbiamo avere chiari dei criteri. Questi criteri
di valutazione ci derivano dall’esperienza personale e storica e dagli
obbiettivi che ci siamo posti per il futuro. Facendo un esempio pratico
si valuta un lavoro di un falegname buono o cattivo se risponde a determinati
requisiti funzionali ed estetici: una sedia deve essere comoda, alta
da terra 60 cm, stabile, lo schienale deve essere ad un’altra altezza
e così via per la scelta dei materiali ecc.
n questo esempio vediamo che la parte estetica, se vogliamo di gusto,
occupa uno spazio limitato nella valutazione dell’operato del falegname.
L’elemento funzionale è fondamentale per la valutazione dell’arte,
se una discliplina artistica esclude questo elemento si scorpora e diventa
difficile valutarla. In campo pittorico e scultoreo l’elemento funzionale
sembra sia diventato esclusivamente "un affare personale",
sottraendosi così dal giudizio attuale e storico. Questo processo
indubbiamente si è andato creando nei secoli, con la perdita
della committenza che legava l’operato artistico ai gusti e alle esigenze
di altri che non erano solo l’artista.
Questo processo non è avvenuto in altre forme di arte, che debbano
soddisfare delle funzioni sociali oltre che personali: possiamo inquadrare
in questo campo l’architettura, la letteratura in prosa, il teatro,
l’illustrazione e il fumetto, per certi aspetti la fotografia, la danza
e la musica. Queste sono disclipline non si possono permettere di rinnegare
quanto fatto fin d’ora, dal punto di vista del metodo operativo, perché
una casa deve essere abitabile, come uno scritto deve essere leggibile,
ed una recitazione deve essere udibile, secondo quei criteri funzionali
frutto dell’esperienza storica.
Ma cosa è successo con la pittura, la scultura ed anche la poesia?
È chiaro che diminuendo il loro senso e la loro funzione sociale,
sono cadute in un soggettivismo alienante in cui la comunicazione, e
di conseguenza il linguaggio, si sono rotti per dare spazio ad ogni
sopruso ed abuso.
È difficile valutare se sia stato l’artista a sottrarsi per primo
alla sfida con la società, sfida storica, funzionale, comunicativa
e strutturale, o sia stata la società a non avere più
bisogno di lui e delle sue opere, fatto sta che oggi non si sa più
quale sia la funzione della pittura, della scultura e della poesia in
seno alla società. Anche se vediamo che la società non
può fare a meno di questi elementi, oggi nessun artista di queste
discipline è richiesto come un architetto, un fumettista, un
musicista.
Oggi la gente guarda un quadro di Michelangelo, e riesce a capire e
a valutare la sua opera, guarda un quadro di Bisquait, di Burri, di
Vedova o altri e si chiede se quelle persone avessero studiato la pittura
come un Glen Gould ha fatto con la musica o Frank Loyd Wigth con l’architettura.
Di fronte alle creazioni contemporanee di pittura e scultura, non sappiamo
valutare se la nostra incomprensione sia dovuta all’inconsistenza o
alla precocità dell’opera rispetto ai tempi.
Questo dubbio sembra non si possa più risolvere, o non si abbiano
criteri di valutazione adeguati per capire il valore dell’opera.
Nel figurativo un tempo si avevano dei criteri di valutazione, che erano
l’anatomia delle figure, la prospettiva, lo studio delle ombre e la
proporzione dell’insieme. E molti potevano valutare quegli elementi
perché li ritrovavano nella loro forma di percepire il mondo
così come più o meno appariva. Ma con gli impressionisti
e gli espressionisti avviene lo stravolgimento del disegno, dello spazio
e delle forme aprendo un nuovo mondo, non più valutabile con
i vecchi criteri. La visione puramente soggettiva ha preso il sopravvento
su quella più oggettiva e naturalistica-figurativa dell’800.
Certamente molti pittori hanno continuato e continuano quella tradizione
ma sono come "snobbati" e degradati, visti come artisti di
provincia e conservatori.
Ne deriva che, con la perdita del confronto in base ai criteri prima
citati, siamo totalmente in mano degli artisti e della loro coscienza.
Non siamo più in grado di valutare il valore dell’opera d’arte
come un tempo. Se un artista piscia su una tela, in qualche modo si
trova, se si vuole far capire, a dover giustificare e a tenderci la
mano per farci percorrere il processo che l’ha portato a compiere questo
gesto e a chiamarlo "arte" perché, non se ne offenda,
è alquanto incomprensibile se preso così com’è.
L’artista allora non è più solo un artigiano, ossia uno
che usa le mani al servizio della creatività, ma un intellettuale
puro, che fa realizzare le sue opere ad altri o utilizza oggetti già
esistenti in società, o il suo stesso corpo, o le architetture
e gli ambienti pre-esistenti per organizzarli in un determinato modo
e così esprimere un concetto. Allora non si tratta più
di valutare opere d’arte ma filosofie, concetti, pensieri, spostando
il campo della discussione non tanto alle produzioni artistiche ma all’artista
stesso e al suo intelletto.
L’artista, come intellettuale, è più importante delle
sue opere, è narciso all’ennesima potenza, è lui al centro
e le sue opere sono un mero strumento. Tanto che non si preoccupa di
tramandarle ai posteri, le realizza perché vivano una settimana,
un allestimento.
Ben altro era il pensiero rinascimentale o degli impressionisti, o dei
futuristi, per citarne alcuni, la ricerca e lo sviluppo della tecnica
pittorica, e la produzione dell’oggetto artistico non era secondario
all’idea e al pensiero, ma era l’idea stessa, il pensiero stesso, la
filosofia stessa che doveva entrare ed esprimersi con l’opera. Infatti,
le loro opere erano immediatamente comprensibili e non avevano necessità
di fornirle con un manuale di 400 pagine, come invece occorre per capire
e giustificare la pisciata sulla tela.
L’opera dunque non era solo un mezzo ma un fine in se stesso. Questo
chiaramente richiedeva uno sforzo, tanti tentativi e tante delusioni,
perché se l’idea non entrava nell’opera, e in essa si esprimeva
ed era contenuta, quell’opera non era valida.
L’obbiettivo era l’opera, l’artista era proiettato "verso fuori",
e questo lo portava a inventare tecniche nuove per esprimere la sua
opera "interna". L’artista, secondo quest’ottica, non è
solo un intellettuale come il filosofo, ma è anche un artigiano
e solo lui può realizzare l’opera d’arte perché per farla
"vivere" ha bisogno del suo tratto, della sua scalpellata,
della sua "energia".
Oggi si è persa la cognizione spirituale dell’opera d’arte intesa
come un’entità "energetica". Un esempio eclatante è
di questi giorni che sono stato a Venezia, a vedere varie mostre e dipinti
della scuola veneta, ho visto anche una mostra di opere in vetro. Come
penso sapiate, la scuola di Murano è a buon merito considerata
una delle maggiori e uniche al mondo per la lavorazione artistica del
vetro. In questa mostra esponevano le loro opere in vetro più
di 50 "artisti". Potete ben capire le possibilità e
la molteplicità di risultati che può offrire il vetro
e come siano dipendenti dalla "mano" che le realizza. Solo
una decina di artisti aveva realizzato loro le opere, gli altri, invece,
le avevano fatte eseguire dagli artigiani di Murano. In nessuna delle
segnaletiche espositive si diceva ciò, nessuno degli artigiani
era citato. Come se la Gioconda l’avesse pensata Ugo e l’avesse realizzata
Leonardo, di chi è l’opera? E se Ugo fosse citato e Leonardo
no, non ci troveremo di fronte ad una falsificazione e ad una menzogna?
Torniamo al nostro tema centrale, la valutabilità dell’opera
d’arte, e cerchiamo di capire quali possano essere i criteri, che ci
aiutino a sviluppare un minimo di capacità critica di fronte
alle recenti produzioni.
Questi criteri, utilizzati nella valutazione storica dell’arte, sembra
si siano immobilizzati quando si parla di contemporaneità, perché
lo stesso critico o storico sono inseriti nella logica di mercato, ed
è al mercato ed ai suoi schemi economici di valutazione che rispondono
e non all’esigenza più ampia o epocale di trovare nuove risposte
e stimoli di fronte ai problemi esistenziali. L’arte contemporanea risulta
così svuotata della sua forza esistenziale per divenire una merce
qualsiasi, e la sua unica risposta di fronte all’assurdo che ci tocca
vivere è: Il denaro è tutto, anche l’arte è denaro.
La vita dell’artista
Spesso nei testi di storia dell’arte, o chiacchierando con critici
e artisti si suol distinguere l’opera dall’artista. Si divide, forse
per meglio comprendere e per non cadere in giudizi politici, morali
o di simpatia e antipatia, che esulerebbero dalla valutazione artistica.
Questo perché si pensa e si studia l’arte come se fosse una particella
atomica, o una pianta tropicale. Questo "sguardo" scientifico
che vuole essere obbiettivo non lo si può applicare all’arte.
Con i movimenti artistici di questi ultimi anni, diventa quasi impossibile
scindere le due cose: l’opera dall’artista.
Allora in qualche modo, il giudizio dell’opera ricade sull’artista e
viceversa. La domanda che sorge allora è: che relazione c’è
tra le due cose? Le opere sono specchio dell‘artista e viceversa?
Ci sorprendiamo, a volte, di vedere opere grandiose e universali prodotte
da artisti che in vita hanno appoggiato carnefici, o hanno mostrato
disprezzo e riluttanza per la vita. Perché tutto ciò?
Non è forse che nella nostra testa si è conformato un
ideale stereotipato di artista? Non un essere umano concreto con le
sue contraddizioni e le sue debolezze, ma forse immaginiamo un modello
da seguire, o speriamo che non sia come noi, che sia migliore o universale
come le sue opere. Molti attribuiscono un alto valore morale all’arte,
e come se dovesse essere così. Li immaginiamo come dei santi.
Eppure quei pochi grandi artisti che ho avuto la fortuna di conoscere
non si sono mai posti come santi, e neanche questa era la loro aspirazione.
Ci sembra sia un grandissimo fenomeno di proiezione, di attribuzione
che la gente fa. Comprensibile forse con l’alta riconoscenza che molti
sentono nei loro confronti, e per l’alto valore morale di tante opere.
Ma non è quello l’obbiettivo degli artisti, è più
una conseguenza. La conseguenza di una atteggiamento di "verità
interna", mostrata forse solo con l’operare artistico. È
questo un valore dell’opera d’arte. Ossia la capacità di "essere",
forse un altro, forse se stessi: di essere un uomo migliore, più
vero.
Questo tentativo, questa ricerca, a volte in contraddizione con la vita
concreta, quella fatta di relazioni col mondo degli altri, è
un altro fattore di valutazione dell’opera d’arte.
Forse non importa se è riuscito o no a vivere la sua contemporaneità
con questa "verità interna", ma per valutare la sua
opera universale è fondamentale essere stati "veri"
almeno nella manifestazione artistica.
Però è anche vero che un artista non possa esprimere ciò
che non vive, quindi in ogni vero artista, l’arte è anche uno
stile di vita, e come tutti sanno c’è un grande mare tra le aspirazioni
che si esternano in un’opera d’arte e l’applicazione delle stesse nella
vita quotidiana. In questo senso gli artisti sono come dei grandi sognatori,
che raccontano favole che non vivono ma che perlomeno riescono ad immaginare.
È questa la loro arte, quella di immaginare e di raccontare ciò
che hanno vissuto, in una dimensione, diversa, ma non per questo meno
vera della soffocante realtà quotidiana.
In questo contesto è giusto distinguere l’opera dall’artista,
toglie aspettative, blocca il giudizio ed è più facile
valutare il valore delle sue esternazioni. Ma ciò non ci deve
impedire dal fare collegamenti e relazioni con la sua vita, che è
comunque, elemento fondamentale per comprendere la sua opera. Così
facendo, potremo toglierla dal mito, che tanta distanza pone tra noi
e l’arte, per poterla collocare vicina a noi, con le sue contraddizioni
e debolezze perché anche queste sono insite nell’opera d’arte
e la rendono più vicina alle persone concrete.
L’innovazione
Sempre gli storici dell’arte hanno valutato il valore dell’opera secondo
il loro "grado di innovazione". Sempre, l’artista che ha portato
dei cambiamenti delle rivoluzioni, in rapporto ai suoi contemporanei
è stato giudicato un grande artista. L’innovazione è un
elemento di valutazione. Ma non si tratta solo di innovazione formale,
o meglio, l’innovazione formale è una conseguenza e una testimonianza
di un cambiamento interno, che come nel caso dell’umanesimo storico,
non era esclusivamente personale ma sociale. L’artista, vive e si fa
interprete di quella trasformazione, e diventa, a sua volta, simbolo
di un’epoca.
Se si vede la cosa solo da punto di vista formale, estetico, esterno,
si commette un grave errore. Errore che vedo fare a molti miei coetanei
che ricercano l’originalità a tutti i costi, ma profondamente
sono rimasti radicati e identificati con l’idea, e il mito, dell’artista
di fine ottocento. Come possono essere costoro innovatori, se dentro
non vivono e sentono la novità? Partono da fuori, commettono
il processo inverso. Questo processo, li può portare ad essere
originali e stravaganti nel manifestare diversamente gli stessi vecchi
sentimenti in cui loro si sono formati.
Ne deriva allora che l’innovazione e il cambiamento ha necessità
di una costruzione, che parte con il rifiuto e la messa in discussione
di ciò che ci viene tramandato con fredda ripetitività.
Questa impresa è tanto difficile quanto necessaria se si vuole
essere dei veri artisti.
Per valutare il livello di innovazione che una artista apporta alla
sua opera bisogna avere chiara la direzione verso cui deve andare il
cambiamento.
Per fare un esempio pratico, prendiamo nuovamente l’Umanesimo. La necessità
di una nuovo essere umano, non più timorato di Dio, ma consapevole
e costruttore del proprio destino, ha portato gli artisti Umanisti a
ricreare la prospettiva pittorica, una prospettiva scientifica, che
avesse fondamenta e che fosse tramandabile. In questo caso l’innovazione
andava verso la spazialità, intesa non solo fisicamente, ma soprattutto
mentalmente.
In questo esempio vediamo che l’innovazione formale dell’Umanesimo tendeva
a rappresentare una spazialità che fosse in accordo con i cambiamenti
dell’epoca. Questa, non era solo rappresentata dalla prospettiva, ma
anche dalla proporzione tra i personaggi e dalla resa dei corpi. Non
più il Santo alto 1 metro, il committente, 50 cm, e il popolo
10 cm, simboli iconografici treccenteschi, ma tutti uguali, tutti Umani.
Ed è appunto di fronte a questo obiettivo manifesto che si possono
valutare le varie opere, chi più e meglio riesce ad esprimere
questa innovazione, ha valore secondo questa scala.
Chi determina questa scala, la natura? No! Gli storici e i critici d’arte?
No! Gli artisti stessi. Sono loro che lanciano la sfida con la quale
si misurano. Quando vediamo gli impressionisti, che con Monet lanciano
la sfida di riuscire a cogliere l’atmosfera delle cose, e li vediamo
a poco a poco conquistarla e vincerla… allora siamo di fronte all’arte.
Torniamo al punto. Quando parliamo di direzione verso cui deve andare
il cambiamento, parliamo di coordinate o obbiettivi che l’artista si
pone, non solo di fronte a se stesso, ma soprattutto di fronte alla
sua epoca. Se questi obiettivi non sono chiari, ne a lui ne agli altri,
come può, e possiamo, valutare la sua opera dal punto di vista
dell’innovazione? E se questi obbiettivi, non sono interpreti della
profonda necessità di cambiamento in relazione all’epoca in cui
vive, viene a meno la caratteristica fondamentale dell’arte: l’universalità
delle sue conquiste. L’artista sfida l’utopia, ciò che prima
si pensava irrealizzabile, ribadisco si pensava, lui lo realizza.
In sintesi, un criterio di valutazione dell’opera d’arte si misura
con la grandiosità della sfida lanciata, e con la conquista,
per lui e per gli altri, di un altro tassello del mosaico dell’esistenza
umana.
Oggi, l’artista narciso e fagocitato dal proprio mito, non vede al di
là della sua immagine. Come potrà, perso nel gioco di
specchi del prestigio culturale e della sete di profitto, aggiungere
un tassello a quel mosaico che neanche intravede?
La ricerca
Non sempre però, si riesce a conquistare e a trovare ciò
che si ricerca. A volte sono servite varie generazioni per giungere
alla concretizzazione di un sogno lontano. Basti pensare alle ali di
Leonardo, furono l’inizio di una ricerca che porto all’ereo concretizzato
ai primi del secolo. In questo senso la ricerca, se umile e sentita,
non dipende dai risultati immediati, ma dalla sua valenza universale
che può cavalcare i secoli prima di realizzarsi. La ricerca è
un altro elemento di valutazione dell’opera d’arte. La sua validità
si misura in relazione ai suoi obbiettivi. Più questi obbiettivi
escono dal circolo viziato dell’egoismo, o del tornaconto personale,
più è universale il suo valore. Ci sono scienziati che
lavorano a progetti, che sanno, si realizzeranno dopo che saranno morti,
dopo due o trecento anni. Il tempo per l’artista che ricerca in questa
direzione non conta. Lui non conta il tempo in base alla sua nascita
e morte, come fanno tanti, ma in relazione al genere umano. Lui ha vinto
la sfida col tempo del corpo. Una ricerca che trascende è un
elemento di valutazione dell’opera artistica.
La tecnica
È un altro elemento di valutazione. Con le attuali tecnologie
è l’elemento che più si è rinnovato negli ultimi
30 anni. La tecnica è diventato forse l’unico criterio di valutazione
del mercato dell’arte. La cura tecnica va dalla resa delle superfici,
agli effetti cromatici, alla scelta dei materiali, ai macchinari di
riproduzione e di taglio, modellazione e fusione (per la scultura),
ecc.. Oggi sempre più c’è la tendenza a demandare la realizzazione
delle opere ad artigiani esperti, che danno garanzia della buona riuscita
tecnica.
In questo contesto diventa forse l’elemento più contraffatto
per la valutazione dell’opera d’arte, e comunque insufficiente se preso
isolatamente.
Oggi gli artisti hanno un numero elevatissimo di possibilità
tecniche, come non mai fino ad ora, ma la cosa può creare molto
disorientamento per chi non ha ancora chiarito le coordinate della sua
ricerca.
In sintesi
La vita dell’artista, l’innovazione, la ricerca e la tecnica sono
gli elementi che ci portano a valutare l’opera d’arte nei suoi più
ampi significati, e di conseguenza ci portano a comprendere anche la
funzione dell’arte all’interno di un popolo o dell’umanità.
Possiamo forse azzardarci a tracciarne un elemento funzionale, attraverso
un paragone: se una casa serve per ripararci dal freddo e vivere parte
della nostra vita, l’arte serve a ripararci dalla paura morte, sentendoci
anche per poco, esseri universali e senza tempo, e in qualche modo,
se ci crediamo, lo siamo. La funzione dell’arte è quella di manifestare,
fin dalle origini, l’essere immortale che è presente in ogni
umano. Quest’essere, grazie all’arte, come un alchimista dello spirito,
ha concretizzato dalla semplice materia sogni intangibili e immortali.
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