14 - La valutazione dell’opera d’arte pittorica e scultorea

Riflessioni sull'Arte

Premessa

I molti artisti a cui è rivolto questo scritto non saranno mai dei Picasso, dei Puccini, dei Montale e via dicendo, non lo saranno perché oltre a questi personaggi che hanno animato e contribuito allo sviluppo delle arti, ve ne sono sempre stati altri, più numerosi e più a contatto con la gente comune che hanno fatto da sempre la storia dell’arte senza mai essere citati nei libri "sacri" della cultura ufficiale. E a questi artisti che hanno vissuto, vivono e continueranno a vivere nell’ombra dei "personaggi" più quotati che mi rivolgo ed è in loro che ci rispecchiamo noi del Centro umanista di Espressione Artistica. Sono questi artisti di base che portano l’arte tra la gente, nei locali notturni, nei quartieri di periferia, nelle scuole; sono questi artisti che insegnano nei corsi privati e pubblici l’arte che hanno imparato; sono questi artisti i destinatari di queste proposte.

Quando non si riesce più a distinguere il bene dal male, il dolce dal salato, la luce dalle tenebre, il caldo dal freddo è perché si è creato un grande caos. Altrettanto avviene quando si creano dei valori assoluti, irremovibili e indiscutibili, e questo avviene con l’uso dell’’imposizione e della violenza. L’assolutismo come il relativismo fanno parte di una stessa medaglia, e tutti e due se presi in blocco fanno male alla coscienza.


L’influenza degli anni ’60 e ’70
Oggi un relativismo estremo, dovuto alla difficoltà di assumere posizioni precise e definite, e ad un trasformismo opportunista, sta rendendo sempre più difficile valutare un’opera d’arte nel campo della pittura, della scultura. Sembra che tutti gli elementi di valutazione siano rimandati alla soggettività di chi osserva e di conseguenza di chi opera. Quest’operazione sottrae le creazioni artistiche dal "giudizio universale" collocandole alla deriva del gusto, dell’attuale cattivo gusto, e siccome "de gustibus non est dispuntandum ", ne deriva che l’opera d’arte non si può valutare.
Questa mancanza di riferimenti ha fatto sì che si creasse, dal dopoguerra in poi, un vero e proprio sciacallaggio del termine "artista" e di "opera d’arte", privandolo e svuotandolo dei contenuti più profondi. Questo fenomeno, che si è accentuato dopo gli anni sessanta, fino ad arrivare ai giorni nostri, ha creato un unico gusto e parere tra i massimi galleristi, critici e studiosi dell’arte: sono oramai orientati solamente dal prestigio culturale e dalla sete di denaro, e infatti le loro critiche, i loro massimi interessi verso l’arte sono guidati dall’affascinante senso del profitto.
Questo modo "pragmatico" di vedere l’arte si è accelerato e diffuso a macchia d’olio negli anni sessanta, quando correnti culturali e educative "sensattottine" richiesero "la cultura per tutti". Purtroppo, quest’apertura ha portato la perdita e la negazione di molti concetti ed elementi culturali fondamentali alla continuazione dei processi storici che ci avevano portato fino a quel punto. Tutto ciò che era "accademico" fu bandito come retrò e si diede il via alla cultura di massa, che ha creato una nuova ignoranza, non di termini o nozioni ma di contenuti. Questo pragmatismo ha portato alla cultura della simulazione, dell’imitazione, della riduzione, della super specializzazione, della troppa informazione=disinformazione, della omogeneizzazione, alla uniformazione globalizzata.

Non che negli anni ’50 si stesse meglio, ma indubbiamente il passaggio da una cultura di élite ad una di massa, non era compatibile con un sistema che basava il suo potere nel controllo della gente lasciata nell’ignoranza. Cosa c’è di meglio, per accontentare un popolo che chiede libertà? Fargli credere di aver ottenuto ciò che chiedevano. In quegli anni fu inventato il famoso 6 politico, in quegli anni sono state distribuite lauree a chi leggeva la frase "Laureato chi legge". L’epoca dell’apparenza, dilagava. In quegli anni sessanta e settanta le istituzioni si vantavano dei dati relativi all’analfabetismo che retrocedevano, mentre libri lugimiranti come "Lettera a una professoressa" della scuola di Don Milani a Barbiana, denunciava tutto il contrario, avvertendo che quella nuova cultura di massa altro non era che una nuova e più sofisticata ignoranza a cui era sempre più difficile ribellarsi perché pareva "cultura".

Come conseguenza la generazione, che ha studiato disegno alle scuole medie negli anni ‘81-84 e al Liceo Artistico negli anni 84-89, ha avuto come insegnanti persone, che pur avendo fatto l’accademia di belle arti non sapessero un bel tubo del disegno e di storia dell’arte. Quelle persone non lo sapevano perché ignoravano la materia, e celavano la loro ignoranza e difficoltà di gestire il compito di educatori, ripiegando il "fare artistico" sul campo espressivo, astratto.
Chissà quante persone ignoranti si sono "dedicate" alla pittura astratta per ripiegare alle loro mancanze? Non parlo solo degli insegnanti ma anche di molti che si definiscono artisti senza mai aver saputo disegnare un volto umano. Non dico questo per un fatto nostalgico e conservatore, ma per una esigenza di ricreare "il mestiere" dell’arte.

In sintesi, come spesso avviene a noi singoli individui, per cercare di correggere la vecchia rotta si è passati all’estremo opposto, da un’educazione autoritaristica si è passati ad una relativistica o liberale, pur non cambiando la sostanza: l’imposizione di un modello unico. Paradossalmente con le contestazioni degli anni sessanta il sistema ha avuto occasione per rafforzarsi, affinarsi e assorbire e fare sue, sia le persone (vedi manager e dirigenti ex sessantottini, Clinton, D’Alema, ecc.), che gli ideali di libertà, strumentalizzandoli e riproponendoli svuotati della loro essenza rivoluzionaria, e allo stesso tempo ha innescato un processo di destrutturazione e frammentazione che non si fermerà e che porterà al collasso l’attuale cultura neo liberale.
Il dilagare della Cultura di Plastica, finta e profondamente inconsistente, ha portato al trionfo della cultura pragmatica neoliberale dei nostri giorni, ha finito per destrutturare anche le arti, analizziamone alcuni risultati a nostro avviso disorientanti e disgreganti.


Le Arti fuori dai mestieri
Questa situazione ha portato l’arte visiva fuori dai "mestieri", rendedola esclusivamente soggettiva, e quindi non comunicativa perché si è sottratta alla sfida del linguaggio collettivo quel linguaggio che ancora si riconosce nell’arte pre-seconda guerra mondiale.
Per valutare un operato dobbiamo avere chiari dei criteri. Questi criteri di valutazione ci derivano dall’esperienza personale e storica e dagli obbiettivi che ci siamo posti per il futuro. Facendo un esempio pratico si valuta un lavoro di un falegname buono o cattivo se risponde a determinati requisiti funzionali ed estetici: una sedia deve essere comoda, alta da terra 60 cm, stabile, lo schienale deve essere ad un’altra altezza e così via per la scelta dei materiali ecc.
n questo esempio vediamo che la parte estetica, se vogliamo di gusto, occupa uno spazio limitato nella valutazione dell’operato del falegname.
L’elemento funzionale è fondamentale per la valutazione dell’arte, se una discliplina artistica esclude questo elemento si scorpora e diventa difficile valutarla. In campo pittorico e scultoreo l’elemento funzionale sembra sia diventato esclusivamente "un affare personale", sottraendosi così dal giudizio attuale e storico. Questo processo indubbiamente si è andato creando nei secoli, con la perdita della committenza che legava l’operato artistico ai gusti e alle esigenze di altri che non erano solo l’artista.
Questo processo non è avvenuto in altre forme di arte, che debbano soddisfare delle funzioni sociali oltre che personali: possiamo inquadrare in questo campo l’architettura, la letteratura in prosa, il teatro, l’illustrazione e il fumetto, per certi aspetti la fotografia, la danza e la musica. Queste sono disclipline non si possono permettere di rinnegare quanto fatto fin d’ora, dal punto di vista del metodo operativo, perché una casa deve essere abitabile, come uno scritto deve essere leggibile, ed una recitazione deve essere udibile, secondo quei criteri funzionali frutto dell’esperienza storica.

Ma cosa è successo con la pittura, la scultura ed anche la poesia? È chiaro che diminuendo il loro senso e la loro funzione sociale, sono cadute in un soggettivismo alienante in cui la comunicazione, e di conseguenza il linguaggio, si sono rotti per dare spazio ad ogni sopruso ed abuso.

È difficile valutare se sia stato l’artista a sottrarsi per primo alla sfida con la società, sfida storica, funzionale, comunicativa e strutturale, o sia stata la società a non avere più bisogno di lui e delle sue opere, fatto sta che oggi non si sa più quale sia la funzione della pittura, della scultura e della poesia in seno alla società. Anche se vediamo che la società non può fare a meno di questi elementi, oggi nessun artista di queste discipline è richiesto come un architetto, un fumettista, un musicista.
Oggi la gente guarda un quadro di Michelangelo, e riesce a capire e a valutare la sua opera, guarda un quadro di Bisquait, di Burri, di Vedova o altri e si chiede se quelle persone avessero studiato la pittura come un Glen Gould ha fatto con la musica o Frank Loyd Wigth con l’architettura. Di fronte alle creazioni contemporanee di pittura e scultura, non sappiamo valutare se la nostra incomprensione sia dovuta all’inconsistenza o alla precocità dell’opera rispetto ai tempi.
Questo dubbio sembra non si possa più risolvere, o non si abbiano criteri di valutazione adeguati per capire il valore dell’opera.
Nel figurativo un tempo si avevano dei criteri di valutazione, che erano l’anatomia delle figure, la prospettiva, lo studio delle ombre e la proporzione dell’insieme. E molti potevano valutare quegli elementi perché li ritrovavano nella loro forma di percepire il mondo così come più o meno appariva. Ma con gli impressionisti e gli espressionisti avviene lo stravolgimento del disegno, dello spazio e delle forme aprendo un nuovo mondo, non più valutabile con i vecchi criteri. La visione puramente soggettiva ha preso il sopravvento su quella più oggettiva e naturalistica-figurativa dell’800. Certamente molti pittori hanno continuato e continuano quella tradizione ma sono come "snobbati" e degradati, visti come artisti di provincia e conservatori.
Ne deriva che, con la perdita del confronto in base ai criteri prima citati, siamo totalmente in mano degli artisti e della loro coscienza. Non siamo più in grado di valutare il valore dell’opera d’arte come un tempo. Se un artista piscia su una tela, in qualche modo si trova, se si vuole far capire, a dover giustificare e a tenderci la mano per farci percorrere il processo che l’ha portato a compiere questo gesto e a chiamarlo "arte" perché, non se ne offenda, è alquanto incomprensibile se preso così com’è. L’artista allora non è più solo un artigiano, ossia uno che usa le mani al servizio della creatività, ma un intellettuale puro, che fa realizzare le sue opere ad altri o utilizza oggetti già esistenti in società, o il suo stesso corpo, o le architetture e gli ambienti pre-esistenti per organizzarli in un determinato modo e così esprimere un concetto. Allora non si tratta più di valutare opere d’arte ma filosofie, concetti, pensieri, spostando il campo della discussione non tanto alle produzioni artistiche ma all’artista stesso e al suo intelletto.

L’artista, come intellettuale, è più importante delle sue opere, è narciso all’ennesima potenza, è lui al centro e le sue opere sono un mero strumento. Tanto che non si preoccupa di tramandarle ai posteri, le realizza perché vivano una settimana, un allestimento.
Ben altro era il pensiero rinascimentale o degli impressionisti, o dei futuristi, per citarne alcuni, la ricerca e lo sviluppo della tecnica pittorica, e la produzione dell’oggetto artistico non era secondario all’idea e al pensiero, ma era l’idea stessa, il pensiero stesso, la filosofia stessa che doveva entrare ed esprimersi con l’opera. Infatti, le loro opere erano immediatamente comprensibili e non avevano necessità di fornirle con un manuale di 400 pagine, come invece occorre per capire e giustificare la pisciata sulla tela.
L’opera dunque non era solo un mezzo ma un fine in se stesso. Questo chiaramente richiedeva uno sforzo, tanti tentativi e tante delusioni, perché se l’idea non entrava nell’opera, e in essa si esprimeva ed era contenuta, quell’opera non era valida.
L’obbiettivo era l’opera, l’artista era proiettato "verso fuori", e questo lo portava a inventare tecniche nuove per esprimere la sua opera "interna". L’artista, secondo quest’ottica, non è solo un intellettuale come il filosofo, ma è anche un artigiano e solo lui può realizzare l’opera d’arte perché per farla "vivere" ha bisogno del suo tratto, della sua scalpellata, della sua "energia".
Oggi si è persa la cognizione spirituale dell’opera d’arte intesa come un’entità "energetica". Un esempio eclatante è di questi giorni che sono stato a Venezia, a vedere varie mostre e dipinti della scuola veneta, ho visto anche una mostra di opere in vetro. Come penso sapiate, la scuola di Murano è a buon merito considerata una delle maggiori e uniche al mondo per la lavorazione artistica del vetro. In questa mostra esponevano le loro opere in vetro più di 50 "artisti". Potete ben capire le possibilità e la molteplicità di risultati che può offrire il vetro e come siano dipendenti dalla "mano" che le realizza. Solo una decina di artisti aveva realizzato loro le opere, gli altri, invece, le avevano fatte eseguire dagli artigiani di Murano. In nessuna delle segnaletiche espositive si diceva ciò, nessuno degli artigiani era citato. Come se la Gioconda l’avesse pensata Ugo e l’avesse realizzata Leonardo, di chi è l’opera? E se Ugo fosse citato e Leonardo no, non ci troveremo di fronte ad una falsificazione e ad una menzogna?

Torniamo al nostro tema centrale, la valutabilità dell’opera d’arte, e cerchiamo di capire quali possano essere i criteri, che ci aiutino a sviluppare un minimo di capacità critica di fronte alle recenti produzioni.
Questi criteri, utilizzati nella valutazione storica dell’arte, sembra si siano immobilizzati quando si parla di contemporaneità, perché lo stesso critico o storico sono inseriti nella logica di mercato, ed è al mercato ed ai suoi schemi economici di valutazione che rispondono e non all’esigenza più ampia o epocale di trovare nuove risposte e stimoli di fronte ai problemi esistenziali. L’arte contemporanea risulta così svuotata della sua forza esistenziale per divenire una merce qualsiasi, e la sua unica risposta di fronte all’assurdo che ci tocca vivere è: Il denaro è tutto, anche l’arte è denaro.


La vita dell’artista
Spesso nei testi di storia dell’arte, o chiacchierando con critici e artisti si suol distinguere l’opera dall’artista. Si divide, forse per meglio comprendere e per non cadere in giudizi politici, morali o di simpatia e antipatia, che esulerebbero dalla valutazione artistica. Questo perché si pensa e si studia l’arte come se fosse una particella atomica, o una pianta tropicale. Questo "sguardo" scientifico che vuole essere obbiettivo non lo si può applicare all’arte. Con i movimenti artistici di questi ultimi anni, diventa quasi impossibile scindere le due cose: l’opera dall’artista.
Allora in qualche modo, il giudizio dell’opera ricade sull’artista e viceversa. La domanda che sorge allora è: che relazione c’è tra le due cose? Le opere sono specchio dell‘artista e viceversa?
Ci sorprendiamo, a volte, di vedere opere grandiose e universali prodotte da artisti che in vita hanno appoggiato carnefici, o hanno mostrato disprezzo e riluttanza per la vita. Perché tutto ciò? Non è forse che nella nostra testa si è conformato un ideale stereotipato di artista? Non un essere umano concreto con le sue contraddizioni e le sue debolezze, ma forse immaginiamo un modello da seguire, o speriamo che non sia come noi, che sia migliore o universale come le sue opere. Molti attribuiscono un alto valore morale all’arte, e come se dovesse essere così. Li immaginiamo come dei santi. Eppure quei pochi grandi artisti che ho avuto la fortuna di conoscere non si sono mai posti come santi, e neanche questa era la loro aspirazione. Ci sembra sia un grandissimo fenomeno di proiezione, di attribuzione che la gente fa. Comprensibile forse con l’alta riconoscenza che molti sentono nei loro confronti, e per l’alto valore morale di tante opere.

Ma non è quello l’obbiettivo degli artisti, è più una conseguenza. La conseguenza di una atteggiamento di "verità interna", mostrata forse solo con l’operare artistico. È questo un valore dell’opera d’arte. Ossia la capacità di "essere", forse un altro, forse se stessi: di essere un uomo migliore, più vero.
Questo tentativo, questa ricerca, a volte in contraddizione con la vita concreta, quella fatta di relazioni col mondo degli altri, è un altro fattore di valutazione dell’opera d’arte.
Forse non importa se è riuscito o no a vivere la sua contemporaneità con questa "verità interna", ma per valutare la sua opera universale è fondamentale essere stati "veri" almeno nella manifestazione artistica.

Però è anche vero che un artista non possa esprimere ciò che non vive, quindi in ogni vero artista, l’arte è anche uno stile di vita, e come tutti sanno c’è un grande mare tra le aspirazioni che si esternano in un’opera d’arte e l’applicazione delle stesse nella vita quotidiana. In questo senso gli artisti sono come dei grandi sognatori, che raccontano favole che non vivono ma che perlomeno riescono ad immaginare. È questa la loro arte, quella di immaginare e di raccontare ciò che hanno vissuto, in una dimensione, diversa, ma non per questo meno vera della soffocante realtà quotidiana.

In questo contesto è giusto distinguere l’opera dall’artista, toglie aspettative, blocca il giudizio ed è più facile valutare il valore delle sue esternazioni. Ma ciò non ci deve impedire dal fare collegamenti e relazioni con la sua vita, che è comunque, elemento fondamentale per comprendere la sua opera. Così facendo, potremo toglierla dal mito, che tanta distanza pone tra noi e l’arte, per poterla collocare vicina a noi, con le sue contraddizioni e debolezze perché anche queste sono insite nell’opera d’arte e la rendono più vicina alle persone concrete.


L’innovazione
Sempre gli storici dell’arte hanno valutato il valore dell’opera secondo il loro "grado di innovazione". Sempre, l’artista che ha portato dei cambiamenti delle rivoluzioni, in rapporto ai suoi contemporanei è stato giudicato un grande artista. L’innovazione è un elemento di valutazione. Ma non si tratta solo di innovazione formale, o meglio, l’innovazione formale è una conseguenza e una testimonianza di un cambiamento interno, che come nel caso dell’umanesimo storico, non era esclusivamente personale ma sociale. L’artista, vive e si fa interprete di quella trasformazione, e diventa, a sua volta, simbolo di un’epoca.
Se si vede la cosa solo da punto di vista formale, estetico, esterno, si commette un grave errore. Errore che vedo fare a molti miei coetanei che ricercano l’originalità a tutti i costi, ma profondamente sono rimasti radicati e identificati con l’idea, e il mito, dell’artista di fine ottocento. Come possono essere costoro innovatori, se dentro non vivono e sentono la novità? Partono da fuori, commettono il processo inverso. Questo processo, li può portare ad essere originali e stravaganti nel manifestare diversamente gli stessi vecchi sentimenti in cui loro si sono formati.
Ne deriva allora che l’innovazione e il cambiamento ha necessità di una costruzione, che parte con il rifiuto e la messa in discussione di ciò che ci viene tramandato con fredda ripetitività. Questa impresa è tanto difficile quanto necessaria se si vuole essere dei veri artisti.

Per valutare il livello di innovazione che una artista apporta alla sua opera bisogna avere chiara la direzione verso cui deve andare il cambiamento.

Per fare un esempio pratico, prendiamo nuovamente l’Umanesimo. La necessità di una nuovo essere umano, non più timorato di Dio, ma consapevole e costruttore del proprio destino, ha portato gli artisti Umanisti a ricreare la prospettiva pittorica, una prospettiva scientifica, che avesse fondamenta e che fosse tramandabile. In questo caso l’innovazione andava verso la spazialità, intesa non solo fisicamente, ma soprattutto mentalmente.

In questo esempio vediamo che l’innovazione formale dell’Umanesimo tendeva a rappresentare una spazialità che fosse in accordo con i cambiamenti dell’epoca. Questa, non era solo rappresentata dalla prospettiva, ma anche dalla proporzione tra i personaggi e dalla resa dei corpi. Non più il Santo alto 1 metro, il committente, 50 cm, e il popolo 10 cm, simboli iconografici treccenteschi, ma tutti uguali, tutti Umani.
Ed è appunto di fronte a questo obiettivo manifesto che si possono valutare le varie opere, chi più e meglio riesce ad esprimere questa innovazione, ha valore secondo questa scala.
Chi determina questa scala, la natura? No! Gli storici e i critici d’arte? No! Gli artisti stessi. Sono loro che lanciano la sfida con la quale si misurano. Quando vediamo gli impressionisti, che con Monet lanciano la sfida di riuscire a cogliere l’atmosfera delle cose, e li vediamo a poco a poco conquistarla e vincerla… allora siamo di fronte all’arte.

Torniamo al punto. Quando parliamo di direzione verso cui deve andare il cambiamento, parliamo di coordinate o obbiettivi che l’artista si pone, non solo di fronte a se stesso, ma soprattutto di fronte alla sua epoca. Se questi obiettivi non sono chiari, ne a lui ne agli altri, come può, e possiamo, valutare la sua opera dal punto di vista dell’innovazione? E se questi obbiettivi, non sono interpreti della profonda necessità di cambiamento in relazione all’epoca in cui vive, viene a meno la caratteristica fondamentale dell’arte: l’universalità delle sue conquiste. L’artista sfida l’utopia, ciò che prima si pensava irrealizzabile, ribadisco si pensava, lui lo realizza.

In sintesi, un criterio di valutazione dell’opera d’arte si misura con la grandiosità della sfida lanciata, e con la conquista, per lui e per gli altri, di un altro tassello del mosaico dell’esistenza umana.
Oggi, l’artista narciso e fagocitato dal proprio mito, non vede al di là della sua immagine. Come potrà, perso nel gioco di specchi del prestigio culturale e della sete di profitto, aggiungere un tassello a quel mosaico che neanche intravede?


La ricerca
Non sempre però, si riesce a conquistare e a trovare ciò che si ricerca. A volte sono servite varie generazioni per giungere alla concretizzazione di un sogno lontano. Basti pensare alle ali di Leonardo, furono l’inizio di una ricerca che porto all’ereo concretizzato ai primi del secolo. In questo senso la ricerca, se umile e sentita, non dipende dai risultati immediati, ma dalla sua valenza universale che può cavalcare i secoli prima di realizzarsi. La ricerca è un altro elemento di valutazione dell’opera d’arte. La sua validità si misura in relazione ai suoi obbiettivi. Più questi obbiettivi escono dal circolo viziato dell’egoismo, o del tornaconto personale, più è universale il suo valore. Ci sono scienziati che lavorano a progetti, che sanno, si realizzeranno dopo che saranno morti, dopo due o trecento anni. Il tempo per l’artista che ricerca in questa direzione non conta. Lui non conta il tempo in base alla sua nascita e morte, come fanno tanti, ma in relazione al genere umano. Lui ha vinto la sfida col tempo del corpo. Una ricerca che trascende è un elemento di valutazione dell’opera artistica.

La tecnica
È un altro elemento di valutazione. Con le attuali tecnologie è l’elemento che più si è rinnovato negli ultimi 30 anni. La tecnica è diventato forse l’unico criterio di valutazione del mercato dell’arte. La cura tecnica va dalla resa delle superfici, agli effetti cromatici, alla scelta dei materiali, ai macchinari di riproduzione e di taglio, modellazione e fusione (per la scultura), ecc.. Oggi sempre più c’è la tendenza a demandare la realizzazione delle opere ad artigiani esperti, che danno garanzia della buona riuscita tecnica.

In questo contesto diventa forse l’elemento più contraffatto per la valutazione dell’opera d’arte, e comunque insufficiente se preso isolatamente.
Oggi gli artisti hanno un numero elevatissimo di possibilità tecniche, come non mai fino ad ora, ma la cosa può creare molto disorientamento per chi non ha ancora chiarito le coordinate della sua ricerca.


In sintesi
La vita dell’artista, l’innovazione, la ricerca e la tecnica sono gli elementi che ci portano a valutare l’opera d’arte nei suoi più ampi significati, e di conseguenza ci portano a comprendere anche la funzione dell’arte all’interno di un popolo o dell’umanità.
Possiamo forse azzardarci a tracciarne un elemento funzionale, attraverso un paragone: se una casa serve per ripararci dal freddo e vivere parte della nostra vita, l’arte serve a ripararci dalla paura morte, sentendoci anche per poco, esseri universali e senza tempo, e in qualche modo, se ci crediamo, lo siamo. La funzione dell’arte è quella di manifestare, fin dalle origini, l’essere immortale che è presente in ogni umano. Quest’essere, grazie all’arte, come un alchimista dello spirito, ha concretizzato dalla semplice materia sogni intangibili e immortali.

 

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