15 - L’energia nell’arte

Riflessioni sull'Arte

Cosa ci si aspetta da un’opera d’arte? Da ogni cosa che ci circonda ci aspettiamo qualcosa, come dai genitori ad esempio, o anche dalle occupazioni quotidiane, come il lavoro. I nostri atteggiamenti sono orientati da un interesse: ciò ci lega all’aspettativa. Compriamo un’auto perché ci interessa spostare il nostro corpo per lunghe distanze e ci aspettiamo che compia questa funzione. Interesse: aspettativa: funzione: senso delle nostre azioni. Siano esplicite o meno.

Cosa ci si aspetta da un opera d’arte e per l’esattezza un quadro o una scultura? Non tanto quella che noi siamo in grado di creare ma da quelle che altri hanno "creato per noi". Perché la gente va alle mostre, cosa si aspetta di trovare. Non lo so. So solamente che cosa mi aspetto io, aspettativa, la mia, che di solito non si realizza.
Mettiamo che il fenomeno che io vado cercando sia "emozione". Fenomeno interno, lo definirei. Cosa intendo per emozione, vediamo il vocabolario: Emovere trasportar fuori, smuovere, scuotere, agitazione, entusiasmo, sollevamento di spirito, commozione. Mi torna. Tutto. E per quale strano fenomeno io mi aspetto tanto da un’opera d’arte. è forse un valore aggiunto? Si. In quanto io attribuisco quel valore o valenza o potere evocativo all’opera d’arte, e non solo visiva, ma anche lo chiedo ad una poesia, ad una musica, ecc.. Perché lo faccio? Per educazione, per condizionamento?
No, lo faccio per esperienza personale. Emozione dunque, emozione in prima istanza e poi, successivamente, pensiero, riflessione. Mi torna. Il movimento energetico, che parte dai livelli inferiori, ossia i centri sessuale e vegetativo, che danno energia al corpo, livello motorio, che da energia al centro emotivo per poi arrivare al centro intellettuale (1). Questo secondo la mia esperienza energetica e le mie ricerche, succede così come l’ho descritto. In sintesi energia. Quadro, osservazione dal vivo, energia. Non mi succede e non mi aspetto che il fenomeno emotivo si manifesti davanti ad una riproduzione, non mi è mai successo e credo di saperne il motivo, ma ogni cosa a suo tempo.

Emozione-energia. Come avviene il fenomeno? Sicuramente buona parte del fenomeno avviene perché io mi predispongo affinché ciò mi succeda, me lo aspetto, è nel mio interesse, lo cerco nel mio andare verso l’arte, ma non sempre mi succede. Perché? Oramai sono tante le volte in cui mi sono trovato di fronte a un quadro, perché mi succede solamente alcune volte, sia che i quadri o le sculture siano di artisti rinomati o emeriti sconosciuti? Me lo chiedo come amante dell’arte e soprattutto come artista: cos’è che da una parte contribuisce al manifestarsi del fenomeno e dall’altra, al contrario, contribuisce all’inesistenza di qualsiasi fenomeno emotivo? Se da una parte è vero che la mia "intenzione" diretta verso il quadro determina nel contempo il carattere dell’opera "intenzionata" (2), dall’altra, a parità d’intenzione, il carattere dell’opera sembra impassibile a tali "attribuzioni", come se avvenisse una sorta di rimbalzo o, meglio ancora, dispersione e dissoluzione della stessa. é per me inconcepibile che esista una realtà "in se" o "assoluta", ossia indipendente dai significati e intenzioni che io gli attribuisco, per cui ho scartato l’ipotesi che il quadro abbia, se così si può definire "vita propria".
Quello che invece sostengo è più semplice, se vogliamo, di quanto le premesse tendano a far intendere, e si chiama "comunicazione".

Abbiamo tutti un concetto grossolano e appena sufficiente di comunicazione, in realtà crediamo tali molti fenomeni che non lo sono, crediamo, o per lo meno molti credono, che la comunicazione sia meramente un fatto di espressione, di "qualcosa" che arrivi a qualcun’altro. Una sorta di radio che emette segnali per dei riceventi. In qualche modo può essere così, ma in generale la concezione di comunicazione è grossolana, lo vediamo e sperimentiamo tutti i giorni.
La comunicazione, a mio avviso, non è una cosa cosi passiva trasmittente-ricevente, ma un fenomeno più complesso di compenetrazione e di trasformazione. é un atto intenzionale di trasformazione e non solo un espressione di qualcosa, diciamo che l’espressione è una conseguenza necessaria alla comunicazione. Comunicazione non è una freccia ma un cerchio continuo. O meglio un ellisse a diametro variabile in cui ruota o ruotano delle particelle a velocità variabile e quindi a tempi variabili.
L’arte, e in questo caso un quadro, è una ellisse variabile con tempi variabili. Quindi è possibile che si esaurisca, per una sorta di svuotamento dell’energia, un collasso comunicativo che può avvenire anche solo nel tempo stesso in cui viene creata-comunicata, oppure può oltrepassare le epoche per arrivare dritta dritta qui ed ora dentro di me. Ciò non vuol dire che le opere d’arte che non mi emozionano non siano comunicative, ma io sicuramente non faccio parte della loro orbita, forse troppo vasta o forse troppo piccola.
Detto tra noi ritengo che la maggior parte delle opere che ho vissuto ultimamente siano più espressione, quello sicuramente, che comunicazione. Ritengo che l’artista abbia creato una freccia, che da qualche parte arriva e si ferma, e non un’ellisse che continua a girare.

Comunicazione-ellisse! Di cosa? Quali sono gli elementi che una persona, o meglio, che io sento come comunicazione e quali invece sono solamente frecce, scariche di energia senza alcun ritorno destinate al collasso - PUMP! cadere in terra prive di vita.
Torniamo all’aspettativa e all’interesse: questi si possono compiere e soddisfare o meno, io mi predispongo, voglio comunicare. Mettiamo il caso che vado ad un amico ma lui non vuole comunicare, e io quindi non comunico. Se lui non fa entra nell’ellisse io non comunico, e la mezza ellisse diventa freccia. Succede lo stesso quando cerco di farlo con me stesso: devo essere disposto alla trasformazione, al movimento, ricordate la definizione di emozione, e muovere, smuovere, ecc., la condizione della comunicazione è la trasformazione e non la conservazione.
Da dove proviene questo movimento-energia? Non so da dove proviene ma c’è, io credo che ci sia comunque sempre e dappertutto, la differenza è nella coscienza, "coscienza di". Ossia accettazione, osservazione e interazione col fenomeno. Fenomeno interno ed esterno. Accettazione del cambiamento e in ultima istanza del Cambiamento con la C maiuscola: la morte. Accettazione intellettuale? E a che serve. Accettazione del fenomeno. Si potrebbe dire che il fenomeno per accettarlo si deve manifestare. Come se non si manifestasse in più di una occasione nella nostra vita, sconnettiamo, fuggiamo, ma lui è lì. Nei miei ricordi da bambino, a circa tre anni, asilo nido, mi cagai addosso (trad: ebbi paura), mi guardai le mani e non le riconobbi come le mie, come anche il mondo che mi circondava non mi apparteneva, ero estraneo perfino a me stesso, ebbi paura di perdere il corpo e gli affetti, lì vidi la morte come poche volte ho avuto il coraggio di guardarla, o in quel caso incoscienza. Non ricordo altro oltre ad una agitazione e ad una insicurezza che mi porto ancora appresso.
La mia sensazione è che il tema della trasformazione portato alle sue giuste conseguenze ci turbi, e quindi si estende anche a tutto ciò che ci trasforma o che può potenzialmente portarci a farlo, non parlo degli eventi emotivi che "ci succedono" che "ci accadono" ma di quelli che noi possiamo guidare, gestire, quelli in cui siamo sulla macchina del tempo e delle cose e possiamo cambiare direzione ed invece ne abbiamo paura vi rinunciamo. Poi magari paghiamo qualcuno o ci mettiamo in situazioni particolarmente forti, ma non "sul serio" senza compromettendoci, lo facciamo come in una fiction, una recita a tempo, perché comunque abbiamo bisogno di sentire questa cosa che si muove (emozioni), andiamo al cinema magari, ma noi quando ci troviamo lì sulla macchina da 500 cavalli e 3500 CC di cilindrata vera potenza emotiva, di solito rinunciamo. Io per primo mi cago in mano (vedi sopra trad. mi cagai addosso).

Allora cosa mi aspetto da un quadro? Che comunichi la trascendenza e per farlo non si può barare, non puoi fare finta che, magari qualcuno in fondo d’accordo, fa finta come te di sentirla e vissero felici e scontenti, falsi con se stessi, ma non si può barare con quella cosa lì, o c’è perché l’hai vissuta o sono tutte speculazioni (come le mie d’altronde).
Per cui quello che non sento in molti artisti ma soprattutto in questa epoca di fuggi fuggi generale è un pò di senso, e non so dirvi perché. L’arte per me rappresenta "quella scelta", o meglio quella possibilità, e ogni volta che una artista, un vero artista, me lo ricorda, anche a distanza di secoli, sento che la morte può essere trascesa pigiando forte l’acceleratore sulla vita, e, anche se il timore è quello di romperla e fracassarmi da qualche parte, non credo che ciò sia possibile e che il timore sia infondato. Perciò sono qui sulla soglia coi pennelli in mano, e aspetto. Ogni tanto si affaccia Monet e mi saluta, come anche Rembrant o Puccini... e io gli dico: Aspettate sto arrivando!

Poggio alla Malva - Novembre 2001

Note

1. Luis Amann, Centri energetici, Autoliberazione, ed. Edilcril, III ed. 1991
2. L’intenzione è alla base della filosofia di Bretano, Husserl, Sartre e Silo nel quale il significato delle cose in sé non esiste ma dipende dall’atteggiamento umano nei confronti del mondo e di noi stessi. Una visione esistenziale in cui non esistono realtà oggettive perché queste realtà sono dette "oggettive" dallo stesso uomo e altre sarebbero le realtà se altri fossero gli umani. Una visione che non prescinde dal ruolo fondamentale dell’osservatore come essere "attivo" e intenzionale e non come "passivo" osservatore.


Home
 Chi siamo
 I Corsi
 Link
 Saggi

 Appuntamenti

Info