| Cosa
ci si aspetta da un’opera d’arte? Da ogni cosa che ci circonda ci aspettiamo
qualcosa, come dai genitori ad esempio, o anche dalle occupazioni quotidiane,
come il lavoro. I nostri atteggiamenti sono orientati da un interesse:
ciò ci lega all’aspettativa. Compriamo un’auto perché
ci interessa spostare il nostro corpo per lunghe distanze e ci aspettiamo
che compia questa funzione. Interesse: aspettativa: funzione: senso
delle nostre azioni. Siano esplicite o meno.
Cosa ci si aspetta da un opera d’arte e per l’esattezza un quadro o
una scultura? Non tanto quella che noi siamo in grado di creare ma da
quelle che altri hanno "creato per noi". Perché la
gente va alle mostre, cosa si aspetta di trovare. Non lo so. So solamente
che cosa mi aspetto io, aspettativa, la mia, che di solito non si realizza.
Mettiamo che il fenomeno che io vado cercando sia "emozione".
Fenomeno interno, lo definirei. Cosa intendo per emozione, vediamo il
vocabolario: Emovere trasportar fuori, smuovere, scuotere, agitazione,
entusiasmo, sollevamento di spirito, commozione. Mi torna. Tutto. E
per quale strano fenomeno io mi aspetto tanto da un’opera d’arte. è
forse un valore aggiunto? Si. In quanto io attribuisco quel valore o
valenza o potere evocativo all’opera d’arte, e non solo visiva, ma anche
lo chiedo ad una poesia, ad una musica, ecc.. Perché lo faccio?
Per educazione, per condizionamento?
No, lo faccio per esperienza personale. Emozione dunque, emozione in
prima istanza e poi, successivamente, pensiero, riflessione. Mi torna.
Il movimento energetico, che parte dai livelli inferiori, ossia i centri
sessuale e vegetativo, che danno energia al corpo, livello motorio,
che da energia al centro emotivo per poi arrivare al centro intellettuale
(1). Questo secondo la mia esperienza energetica e le mie ricerche,
succede così come l’ho descritto. In sintesi energia. Quadro,
osservazione dal vivo, energia. Non mi succede e non mi aspetto che
il fenomeno emotivo si manifesti davanti ad una riproduzione, non mi
è mai successo e credo di saperne il motivo, ma ogni cosa a suo
tempo.
Emozione-energia. Come avviene il fenomeno? Sicuramente buona parte
del fenomeno avviene perché io mi predispongo affinché
ciò mi succeda, me lo aspetto, è nel mio interesse, lo
cerco nel mio andare verso l’arte, ma non sempre mi succede. Perché?
Oramai sono tante le volte in cui mi sono trovato di fronte a un quadro,
perché mi succede solamente alcune volte, sia che i quadri o
le sculture siano di artisti rinomati o emeriti sconosciuti? Me lo chiedo
come amante dell’arte e soprattutto come artista: cos’è che da
una parte contribuisce al manifestarsi del fenomeno e dall’altra, al
contrario, contribuisce all’inesistenza di qualsiasi fenomeno emotivo?
Se da una parte è vero che la mia "intenzione" diretta
verso il quadro determina nel contempo il carattere dell’opera "intenzionata"
(2), dall’altra, a parità d’intenzione, il carattere dell’opera
sembra impassibile a tali "attribuzioni", come se avvenisse
una sorta di rimbalzo o, meglio ancora, dispersione e dissoluzione della
stessa. é per me inconcepibile che esista una realtà "in
se" o "assoluta", ossia indipendente dai significati
e intenzioni che io gli attribuisco, per cui ho scartato l’ipotesi che
il quadro abbia, se così si può definire "vita propria".
Quello che invece sostengo è più semplice, se vogliamo,
di quanto le premesse tendano a far intendere, e si chiama "comunicazione".
Abbiamo tutti un concetto grossolano e appena sufficiente di comunicazione,
in realtà crediamo tali molti fenomeni che non lo sono, crediamo,
o per lo meno molti credono, che la comunicazione sia meramente un fatto
di espressione, di "qualcosa" che arrivi a qualcun’altro.
Una sorta di radio che emette segnali per dei riceventi. In qualche
modo può essere così, ma in generale la concezione di
comunicazione è grossolana, lo vediamo e sperimentiamo tutti
i giorni.
La comunicazione, a mio avviso, non è una cosa cosi passiva trasmittente-ricevente,
ma un fenomeno più complesso di compenetrazione e di trasformazione.
é un atto intenzionale di trasformazione e non solo un espressione
di qualcosa, diciamo che l’espressione è una conseguenza necessaria
alla comunicazione. Comunicazione non è una freccia ma un cerchio
continuo. O meglio un ellisse a diametro variabile in cui ruota o ruotano
delle particelle a velocità variabile e quindi a tempi variabili.
L’arte, e in questo caso un quadro, è una ellisse variabile con
tempi variabili. Quindi è possibile che si esaurisca, per una
sorta di svuotamento dell’energia, un collasso comunicativo che può
avvenire anche solo nel tempo stesso in cui viene creata-comunicata,
oppure può oltrepassare le epoche per arrivare dritta dritta
qui ed ora dentro di me. Ciò non vuol dire che le opere d’arte
che non mi emozionano non siano comunicative, ma io sicuramente non
faccio parte della loro orbita, forse troppo vasta o forse troppo piccola.
Detto tra noi ritengo che la maggior parte delle opere che ho vissuto
ultimamente siano più espressione, quello sicuramente, che comunicazione.
Ritengo che l’artista abbia creato una freccia, che da qualche parte
arriva e si ferma, e non un’ellisse che continua a girare.
Comunicazione-ellisse! Di cosa? Quali sono gli elementi che una persona,
o meglio, che io sento come comunicazione e quali invece sono solamente
frecce, scariche di energia senza alcun ritorno destinate al collasso
- PUMP! cadere in terra prive di vita.
Torniamo all’aspettativa e all’interesse: questi si possono compiere
e soddisfare o meno, io mi predispongo, voglio comunicare. Mettiamo
il caso che vado ad un amico ma lui non vuole comunicare, e io quindi
non comunico. Se lui non fa entra nell’ellisse io non comunico, e la
mezza ellisse diventa freccia. Succede lo stesso quando cerco di farlo
con me stesso: devo essere disposto alla trasformazione, al movimento,
ricordate la definizione di emozione, e muovere, smuovere, ecc., la
condizione della comunicazione è la trasformazione e non la conservazione.
Da dove proviene questo movimento-energia? Non so da dove proviene ma
c’è, io credo che ci sia comunque sempre e dappertutto, la differenza
è nella coscienza, "coscienza di". Ossia accettazione,
osservazione e interazione col fenomeno. Fenomeno interno ed esterno.
Accettazione del cambiamento e in ultima istanza del Cambiamento con
la C maiuscola: la morte. Accettazione intellettuale? E a che serve.
Accettazione del fenomeno. Si potrebbe dire che il fenomeno per accettarlo
si deve manifestare. Come se non si manifestasse in più di una
occasione nella nostra vita, sconnettiamo, fuggiamo, ma lui è
lì. Nei miei ricordi da bambino, a circa tre anni, asilo nido,
mi cagai addosso (trad: ebbi paura), mi guardai le mani e non le riconobbi
come le mie, come anche il mondo che mi circondava non mi apparteneva,
ero estraneo perfino a me stesso, ebbi paura di perdere il corpo e gli
affetti, lì vidi la morte come poche volte ho avuto il coraggio
di guardarla, o in quel caso incoscienza. Non ricordo altro oltre ad
una agitazione e ad una insicurezza che mi porto ancora appresso.
La mia sensazione è che il tema della trasformazione portato
alle sue giuste conseguenze ci turbi, e quindi si estende anche a tutto
ciò che ci trasforma o che può potenzialmente portarci
a farlo, non parlo degli eventi emotivi che "ci succedono"
che "ci accadono" ma di quelli che noi possiamo guidare, gestire,
quelli in cui siamo sulla macchina del tempo e delle cose e possiamo
cambiare direzione ed invece ne abbiamo paura vi rinunciamo. Poi magari
paghiamo qualcuno o ci mettiamo in situazioni particolarmente forti,
ma non "sul serio" senza compromettendoci, lo facciamo come
in una fiction, una recita a tempo, perché comunque abbiamo bisogno
di sentire questa cosa che si muove (emozioni), andiamo al cinema magari,
ma noi quando ci troviamo lì sulla macchina da 500 cavalli e
3500 CC di cilindrata vera potenza emotiva, di solito rinunciamo. Io
per primo mi cago in mano (vedi sopra trad. mi cagai addosso).
Allora cosa mi aspetto da un quadro? Che comunichi la trascendenza e
per farlo non si può barare, non puoi fare finta che, magari
qualcuno in fondo d’accordo, fa finta come te di sentirla e vissero
felici e scontenti, falsi con se stessi, ma non si può barare
con quella cosa lì, o c’è perché l’hai vissuta
o sono tutte speculazioni (come le mie d’altronde).
Per cui quello che non sento in molti artisti ma soprattutto
in questa epoca di fuggi fuggi generale è un pò di senso,
e non so dirvi perché. L’arte per me rappresenta "quella
scelta", o meglio quella possibilità, e ogni volta che una
artista, un vero artista, me lo ricorda, anche a distanza di secoli,
sento che la morte può essere trascesa pigiando forte l’acceleratore
sulla vita, e, anche se il timore è quello di romperla e fracassarmi
da qualche parte, non credo che ciò sia possibile e che il timore
sia infondato. Perciò sono qui sulla soglia coi pennelli in mano,
e aspetto. Ogni tanto si affaccia Monet e mi saluta, come anche Rembrant
o Puccini... e io gli dico: Aspettate sto arrivando!
Poggio alla Malva - Novembre 2001
Note
1. Luis
Amann, Centri energetici, Autoliberazione, ed. Edilcril, III ed. 1991
2. L’intenzione
è alla base della filosofia di Bretano, Husserl, Sartre e Silo
nel quale il significato delle cose in sé non esiste ma dipende
dall’atteggiamento umano nei confronti del mondo e di noi stessi. Una
visione esistenziale in cui non esistono realtà oggettive perché
queste realtà sono dette "oggettive" dallo stesso uomo
e altre sarebbero le realtà se altri fossero gli umani. Una visione
che non prescinde dal ruolo fondamentale dell’osservatore come essere
"attivo" e intenzionale e non come "passivo" osservatore.
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