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superamento dell’individualismo come ingenuità-ostacolo è necessario
per raggiungere una maggiore coscienza del rapporto arte e artista e
società. Non c’è cosa peggiore dell’individualismo per cercare di risolvere
i conflitti sociali derivanti dalla mancanza di possibilità ed opportunità
di realizzarsi socialmente come artisti. Credere che il potenziamento
delle capacità individuali siano alla base del superamento delle più
profonde contraddizioni sociali è una ingenuità oltre ad essere una
presunzione. L’individualista crede nella salvezza personale, crede
di essere libero, per questo degrada gli altri, si preserva da loro
in quanto rappresentanti di quella mediocrità che crede di aver superato.
L’individualista crede nell’isolamento come cura dalle contraddizioni
in cui è in realtà immerso. L’individualismo è una falsa via di uscita
dal non senso, per questo non da un reale senso di forza, infatti a
periodi di esaltazione susseguono meccanicamente altri di grande depressione.
Così molti di noi si sono bruciati la possibilità di contribuire con
le proprie idee e azioni al miglioramento delle condizioni di vita nostre
e delle persone che ci circondano. Il principale ostacolo per la realizzazione
di un rapporto più equo tra arte e società è nella testa di molti artisti
che affascinati dall’illusoria (perché apparentemente vantaggiosa) via
individualista, rifiutando il fatto che ciò è in realtà la prova della
loro debolezza e codardia di fronte al non senso, sociale e personale,
che gli è toccato vivere.
Di conseguenza, in questa civiltà in cui è superfluo tutto ciò che non
crea profitto, l’artista individualista fa propri i modi della logica
di mercato ossia la competizione e la concorrenza credendo che siano
gli atteggiamenti più idonei da adottare se si vuole un qualche riconoscimento.
Così facendo il rapporto artista-società si sposta esclusivamente su
un piano di “pubblicità” e rafforzamento delle proprie capacità personali
senza però denunciare la mancanza di giusta equità tra i valori materiali
e quelli artistici. Questo atteggiamento considera l’essere umano solamente
o principalmente un consumatore e di conseguenza la creazione artistica
è solamente o principalmente un prodotto. Questo si sente dire spesso
dai vertici politici e culturali, ed in quanto tale è soggetto alle
regole di mercato. E quindi l’artista considera le proprie creazioni
prodotti, e il proprio impegno creativo lo definisce produzione artistica.
Tutto questo sta passando come la normale realtà delle cose, tutto questo
è l’assurdità di fine millennio.
Tutto ciò è in contraddizione con l’essenza dell’arte stessa, perché
se si considera l’essere umano un essere spirituale e fisico allo stesso
tempo non si può accettare che la relazione con l’arte sia in realtà
un rapporto di consumo ma al contrario l’artista ha il potere di sviluppare
un rapporto di “riconoscimento-rafforzamento-sviluppo” del mondo interiore.
Non si può immaginare un mondo in cui l’arte è considerata al pari del
bagnoschiuma o del cellulare. Non si può tollerare un mondo in cui l'arte
è considerata meno di un bagnoschiuma e di un cellulare. Ma neanche
la si può considerare troppo oltre, che gravita non si sa dove, al di
là del bagnoschiuma e del cellulare. Il rapporto con bagnoschiuma e
col cellulare non regge: non vi è un rapporto effettivo.
Gli oggetti, la tecnologia, la casa in cui viviamo servono al corpo,
l’arte allo spirito. Lo spirito, pnêuma per i greci e precisamente
gli Stoici, significava energia che da vita a tutta la realtà, anima
del mondo; oggi diversi filosofi e artisti lo definiscono “l’essere”
in qualche modo contrapposto “all’avere”; secondo la cultura cinese
il ch’i , anima della vita presente in tutte le cose del creato,
doveva muovere il gesto del pittore, dell’artista, del dotto, ed in
generale doveva essere alla base dei comportamenti e delle azioni umane;
noi non intendiamo lo spirituale in opposizione al materiale,
le stesse opere d’arte se non si materializzano in qualcosa rimangono
puri sogni o intenzioni, perché nell’arte avviene questa unione.
Ma è anche vero che un corpo senza vita perde ogni significato e senso,
è morto, come lo sarebbe ed in parte lo è una società che non riconosce
e non cura tutto ciò che va oltre la vita del corpo e quindi della materia.
Per questo riferirsi all’arte come ad un prodotto mettendone in evidenza
solamente la sua materialità - perché comunque l’arte è materiale nella
sua forma esterna che sia una musica, un quadro o una poesia - se ne
sottrae la spiritualità come la vita ad un corpo, e, con un sadico gusto
necrofilo, si finisce per spacciare per arte dei cadaveri.
Chi deve educare ad una corretta visione e fruizione dell’arte? Forse
i critici? I leader culturali? Le istituzioni? Per loro l’arte può essere
una passione, un sentimento, un concetto intellettuale, uno strumento
di propaganda, un motivo di orgoglio o di prestigio, può essere tante
cose nobili e meno nobili, ma loro non possono averne una precisa sensazione
interna, a meno che non siano essi stessi artisti, in qualche modo ne
hanno la conoscenza senza l’esperienza. L’artista deve rieducarsi e
rieducare ad un rapporto spirituale con l’arte e non solo materiale,
un rapporto emotivo e sensitivo (quello intellettuale è diventato soffocante)
mentre i critici, le istituzioni, i professoroni debbono anzitutto dare
supporto e stimolo affinché si crei in questa direzione senza cercare
di sostituirsi a chi crea, rispettando il ruolo di spalle e non di protagonisti.
La nostra critica si rivolge ovviamente alle istituzioni, al sistema
economico fagocitante, ai leader senz’anima, alla società consumistica,
ecc. di cui possiamo anche scrivere una lista pressoché infinita di
responsabilità, ma per non cadere nelle generalizzazioni sterili, ci
rivolgiamo specificamente a tutti quegli artisti ed intellettuali che
si sono piegati al sistema. Non tanto a quelli totalmente al servizio
della trinità Soldi-Sesso-Successo (SSS) per i quali nutriamo poche
speranze, ma a quegli altri che credono opportunisticamente di poter
usufruire solamente dei privilegi del sistema delle SSS riuscendo a
però mantenersi “liberi” o, all’opposto, credono che rinunciando ai
soliti privilegi possano per questo essere al di fuori del gioco di
violenza e di potere. Tutti e due cadono nell’individualismo D.O.C.,
ossia quello in cui si è posata una spessa coltre o di indifferenza
o di immobilismo verso le condizioni sociali.
Questi artisti “semi-opportunisti” o “disadattati” sono schifati da
ciò che vedono: vedono una società in cui chi non ha idee, sensibilità,
intelligenza al contrario di come logicamente dovrebbe essere ha
invece spazi, risorse finanziarie, credibilità, mass, sono schiaffati
perché vedono in tutto ciò una ingiustizia.
Perché noi artisti siamo costretti a fare gli operai, i camerieri, gli
impiegati per poi ritagliarci gli spazi necessari per creare
e per realizzarci? Forse crediamo che quel che facciamo sia importante
solo per noi e non per gli altri, o forse al contrario riteniamo che
il nostro creare sia utile socialmente e che per questo debba essere
ricompensato, ma non riusciamo a superare il misero confronto con un
paio di scarpe o con un cellulare. Forse ci diciamo che non importa
essere giustamente riconosciuti, che sono altri i motivi che
ci spingono a creare, nel mentre non riusciamo a pagare l’affitto e
quel quadro e quella poesia devono cedere il passo a cose contingenti,
ed ecco che noi pur non volendolo siamo come l’ape operaia, che non
pensa e non crea ma produce.
A volte siamo così presuntuosi che pensiamo basti il fatto di ritenerci
artisti per sottrarci dal grigio destino dell’ape operaia, e non ci
rendiamo conto che per tutta la vita dovremo rinunciare forse ad una
famiglia, ad una casa e soprattutto ad influire in maniera determinata
sugli eventi, solo perché l’artista è ai margini. Siamo dei perdenti
sociali e crediamo di compensare questo vuoto scrivendo la notte, dipingendo
qua e là, ripetendoci “ma io valgo”, mentre la realtà è che siamo al
di fuori della costruzione sociale, siamo emarginati, e la nostra arte
vale meno di un cellulare.
E per quanto possa essere sensibile il nostro ambiante, per quanti estimatori
noi possiamo avere, per quanto ci sentiamo parte di una comunità fatta
di amici e conoscenti estranea alla violenza dilagante, noi continuiamo
a valere meno di un euro.
Ma questo, se ci può consolare, non è che una sfaccettatura del sistema,
noi è vero siamo frustati per ciò che non abbiamo e sentiamo ci spetti
di diritto, ma ci sono persone che non hanno un pezzo di pane, l’acqua,
la dignità e la possibilità di partecipare. Ci sono tante ingiustizie
a questo mondo, ognuno costruisca come può una società più giusta e
più umana, noi artisti dobbiamo contribuire iniziando da noi stessi,
prendendo coscienza del nostro fallimento di partecipazione sociale
e cercando di far valere i nostri diritti umani di creatori spirituali,
per noi e per tutti, costruendo un nuovo rapporto tra arte e società
oltre che denunciando le condizioni “oggettificatrici” dello spirito
umano.
Se è vero che noi facciamo parte di quella piccola percentuale di persone
che hanno la possibilità economica, la chiarezza intellettuale e morale
e gli strumenti per trasmettere dei nuovi modelli di relazione (autorganizzazione,
lavoro interno, comunicazione, contatto con la gente, modelli di forza,
saggezza e bontà) non possiamo non sentire la necessità di ampliare
e coinvolgere sempre più persone in questa realtà. Sicuramente questa
non è un’impresa facile, innanzitutto perché abbiamo paura di essere
inopportuni, di fare proselitismo, di esporci in prima persona, abbiamo
paura di non essere all’altezza “ma chi sono io per...”. Timori e paure
che accettiamo a volte come normale condizione per giustificare il nostro
immobilismo sociale. E mentre noi siamo combattuti nello scegliere o
la via dell’individualismo o quella dell’artista “impegnato”, altri
decidono per noi, altri che non si fanno di certo tutti i nostri scrupoli
e che si avvantaggiano delle difficoltà, reali o illusorie, che bloccano
quella fascia di persone capaci e sensibili di creare nuove alternative
sociali e di ridare fede, speranza e mezzi agli oppressi. É vero non
abbiamo studiato a Oxford e non sappiamo cosa voglia dire essere dei
leader sociali, dei trascinatori, delle carismatiche guide, per questo
è necessario uno sviluppo personale, una rafforzamento intellettuale,
morale, psicologico ed emotivo, una rafforzamento organizzativo, nelle
relazioni con gli altri e nel rapporto con noi stessi, ma è anche vero
che a pensarci bene non siamo peggio di qualsiasi leader o dirigente
di questo sistema e tutto sommato non abbiamo neanche delle situazioni
personali così incasinate da non poter dedicare delle energie a dei
progetti sociali.
Se non lo facciamo noi chi lo può fare? Chi può cambiare la società
che ci circonda? Sappiamo che questa va meccanicamente verso il collasso
e che noi non possiamo collassare con essa. Sappiamo che nessuno potrà
costringerci a dedicare parte della nostra vita e del nostro tempo a
favore di una causa di giustizia sociale se non lo sentiamo come una
necessità personale, sappiamo anche che non vi è nessun imperativo morale,
dettato chissà dai sensi di colpa o di dovere, che ci spinga ad impegnarci
in questa direzione con allegria, senso ed efficacia. Per questo non
crediamo nelle crociate, nel fanatismo e nella rigidità di certi dogmi,
ideologie, organizzazioni che si dicono a favore dello sviluppo sociale
ma che in qualche modo esercitano sui propri membri un fascino e una
pressione morale non rispettando spesso la loro diversità, la loro critica
e le loro libere idee qualora fossero diverse dal gruppo, e sottolineando
tacitamente che chi si impegna per la causa e migliore di chi non si
impegna affatto, creando così le basi per l’imposizione delle proprie
idee perché più giuste e la degradazione per chi non sente e non crede
come loro.
L’impegno sociale del CUEA si basa sul rispetto delle diversità umane
e sull’indipendenza di chi vi partecipa, perché crediamo che solamente
attraverso l’unione e la convergenza di idee, modi di sentire, di vedere
ed esperienze differenti si potrà dimostrare che un altro mondo è possibile.
L’impegno sociale del CUEA è volto ad impedire che i diritti umani fondamentali
vengano cinicamente calpestati e negati come se questo fosse l’unico
mondo possibile. Questo impegno è dichiarato nei confronti degli allievi
e delle organizzazioni e persone con cui collaboriamo e collaboreremo.
Questo impegno è definito nei principi del CUEA, nella sua didattica,
nella sua organizzazione, nei suoi valori e nella sua creazione culturale.
Questo impegno si esprime anche nel contatto o collegamento o adesione
o coinvolgimento attivo di alcuni o di tutti i suoi membri ad iniziative
promosse da altre organizzazioni che si occupano di diritti umani come
ad esempio il Movimento Umanista, Emergency, Rete Lilliput, Amnesty
International, Greenpeace, ecc..
Simone Casu
Poggio alla Malva
Gennaio 2003
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