21 - La didattica del CUEA

Riflessioni sull'Arte

Sommario
Inquadramento generale
Inquadramento corsi d’arte
Il fattore emotivo
Il fattore mistico-spirituale
Unione di forma e contenuto
L’ampliamento e la valorizzazione delle differenze individuali
Le condizioni di base
Motivazione
Conoscenze specifiche e tecniche
Conoscenze extra curriculari
Lo spazio adeguato
I tempi adeguati
Strumenti didattici adeguati
Interazione e rapporti tra gli allievi
Le forme particolari
La coerenza
La disciplina interiore
Didattica
Il gioco


Ci sono varie tematiche legate sia alla didattica generale che artistica, e poi alcune specifiche dei corsi di Disegno, Pittura e Creta.

Inquadramento generale
L’insegnante ha il compito di organizzare, distribuire e trasmettere delle conoscenze affinché il discente possa compiere un nuovo salto evolutivo. L’insegnate deve contribuire alla Dialettica Generazionale 1 in cui il vecchio cede il passo al nuovo. Questo superamento del vecchio per opera del nuovo avviene grazie alle generazioni più giovani che, come avviene nel processo storico, chiedono cose e percepiscono realtà che non possono avvertire le generazioni precedenti e quindi si trovano sempre in condizione di effettuare dei cambiamenti, e anche se a volte ci sono dei passi indietro, l’essere umano ha sempre complessivamente compiuto passi in avanti nella sua evoluzione.
Un grande salto è avvenuto quando, attraverso i simboli e i segni è stata possibile la codificazione di esperienze che hanno portato al linguaggio prima verbale e gestuale e poi scritto, esperienze che fuoriuscivano in questo modo dal corpo per codificarsi e memorizzarsi in dei testi raccolti poi in delle biblioteche. La storia della didattica ci fa capire quanto antica sia la figura dell’insegnate e dell’istitutore, ma solo recentemente, grazie al grande livello di alfabetizzazione e di benessere, è stata possibile l’accesso e la partecipazione di grandi numeri di persone agli studi istituzionali.

Ma c’è una contraddizione di fondo nelle istituzioni educative: come per le case farmaceutiche che di base dovrebbero essere portatrici di progresso (lo sviluppo della medicina, il superamento della malattia, ecc.), eppure oggi sono quelle che più ostacolano il progresso medico e scientifico perché una persona sana non è una persona che compra i farmaci. Stessa contraddizione c’è nelle istituzioni educative, perché una persona colta è una persona consapevole della propria libertà e una persona libera non si fa certo gestire dai vertici che ora comandano.
Quindi la scuola, che di base è qualcosa che noi umani abbiamo creato per il superamento del dolore e la sofferenza diventa motivo di sofferenza, di frustrazione e di ignoranza, la vera ignoranza ossia quella più difficile da estirpare, ossia la presunzione di sapere quando non si sa.

Che ruolo hanno istituti e associazioni come la nostra? Colmano, a volte a distanza di molto tempo, i vuoti che le scuole tradizionali hanno lasciato nelle persone che, finito il percorso di studi tradizionale, sentono la necessità di un continuo apprendimento per il piacere di sapere e il gusto del fare.
La nostra viene definita “formazione permanente” differente da quella primaria, superiore ed universitaria. La differenza è che mentre il piacere cede il passo al dovere nelle scuole istituzionali, la nostra tipologia di insegnamento si basa principalmente sul piacere, il piacere di venire a “scuola”.

I nostri studi non sono necessari per accedere a livelli lavorativi più alti, a cui purtroppo si è ridotta la maggior parte della motivazione culturale, ma alla conoscenza per la conoscenza. Questa è una condizione di base che differenzia notevolmente la nostra didattica.

Altro elemento fondamentale è che ogni allievo paga il corso, ossia deve reciprocamente dare qualcosa per accedere agli studi, e se i corsi non sono come lui desidera o vorrebbe non vi sono altre motivazioni che lo spingono a pagare e quindi a sostenere una scuola che non lo soddisfa. Siamo scelti di mese in mese. La nostra è un’attività a più alto rischio di quelle istituzionali.

Anche la diversità delle persone che vi partecipano è un elemento caratteristico. Nel caso dei corsi collettivi ci troviamo spesso con classi che vanno dai 20 ai 60 anni, e nel caso dei corsi individuali si va da esigenze e gusti a volte così diversi che la programmazione subisce modificazioni didattiche notevoli a seconda degli allievi.

Inoltre essendo corsi principalmente serali, svolti dopo le stancanti attività lavorative hanno necessità di una parte pratica molto superiore a quella teorica. Per noi sarebbe impensabile fare lezioni come all’università di tre ore di teoria, per questo la nostra didattica è più vicina a quella delle scuole elementari in cui c’è un’ampia parte di sperimentazione di gioco.

I nostri sono corsi del dopolavoro, devono essere rilassanti, non richiedono molti compiti da fare a casa e non vi sono esami da sostenere. Ognuno prende quello che vuole e che può, quindi devono essere molto graduali e devono soddisfare sia chi ha tempo, energie e attenzione che coloro che non dispongono di tali risorse e bisogna fare in modo che si soddisfino le loro esigenze nel solo atto di partecipazione al corso. I nostri corsi non devono frustrare, non devono essere l’ennesimo impegno doveroso.
Tali risultati li si può ottenere solo infondendo la passione per la materia. I nostri insegnanti non possono essere degli “impiegati” privi di vocazione ma l’elemento vocazionale e passionale e “conditio sine qua non” dei percorsi didattici del nostro tipo che altrimenti verrebbero abbandonati dopo il primo mese di frequenza.

Tutto questo è nella generalità dei corsi di formazione permanente di cui ci occupiamo.

Inquadramento corsi d’arte
Nello specifico è differente insegnare materie professionali o esclusivamente tecniche come ad esempio l’uso di computer o corsi sportivi come il calcio, tennis, arti marziali e corsi di espressione artistica. Le differenze sono diverse e sostanziali. Passiamole in rassegna.

Il fattore emotivo
Il fattore emotivo ed emozionale è al primo posto. Sempre ci si rivela a noi stessi e ci si scopre agli altri se si decide di affrontare con sincerità una qualsiasi disciplina artistica. Ci sono corsi in cui ci si può tenere ad una certa distanza ed altri in cui il fattore emotivo è determinante come nel teatro ad esempio. Non voglio dire con questo che i caratteri delle persone non si manifestino giocando a calcio o imparando ad utilizzare un programma informatico o come si compila il modello delle dichiarazione dei redditi, un buon educatore deve sempre tener conto degli aspetti emotivi e psicologici dei propri allievi, ma nel caso delle arti espressive si lavora in particolare attenzione a questi fattori che sono alla base dell’arte. Un persona molto tesa e preoccupata dei risultati potrà avere più difficoltà di altri ad imparare ed apprendere dei procedimenti tecnici, ci vorrà più tempo e dedizione, ma potrà con la ripetizione di tali operazioni imparare qualcosa. In arte la ripetizione, il lavoro di memoria e apprendimento 2 non si verifica nello stesso modo.
Chi viene ai corsi di Disegno lo sa bene, hanno disegnato magari per decine di volte, oppure chi dipinge non è che non ha provato a farlo, a parità di determinazione possono imparare a fare i conti, a recitare a memoria un brano di poesia o teatrale, a scrivere 10 pagine di racconti, perché si tratta di capire dei procedimenti logici, delle meccaniche consequenziali, dei rapporti, ma in arte tutto questo non è sufficiente. Ci vuole quella che comunemente viene chiamata “ispirazione” condizione non necessaria per tante attività umane. L’ispirazione non è altro che un contatto più profondo con se stessi, con il sacro e il poetico dentro di noi, è apertura, rilassamento, ampliamento delle percezioni.

Il fattore mistico-spirituale
Si può insegnare ad avere questo contatto più profondo con noi stessi? Sì, lo si può fare, semplicemente innescando dei quesiti, delle domande, delle riflessioni più poetiche, più ampie sul senso di ciò che si fa. Perché il senso dell’arte non è economico o di sopravvivenza del corpo e della specie, non è un problema logico da affrontare ma una necessità spirituale di elevazione, una necessità di godimento estatico, un desiderio di esistere più in la della morte.
No non si può insegnare espressione artistica se non si toccano certi temi esistenziali profondi, temi non necessari da toccare se si deve insegnare, e scusate la mia ripetizione, materie che hanno a che vedere con il superamento di esigenze pratiche e di sopravvivenza, anche solo lavorativa o di integrazione sociale.
Per questo ci sono persone che pur essendosi dedicate da sole ad alcune discipline artistiche non sono avanzate negli anni, perché non hanno lavorato sul nucleo ossia i blocchi emotivi e psicologici ed hanno indirizzato il loro sforzi sulla parte tecnica. L’educazione artistica è una educazione psicologica, emotiva e diciamo spirituale perché i fenomeni che si vanno sperimentando sono di difficile inquadramento se li si include solo nella parte mentale ed emotiva.

Unione di forma e contenuto
Vorrei soffermarmi ancora sulle differenze tra l’insegnamento di materie artistiche e non perché attraverso il confronto vengano fuori le differenze e le peculiarità.
Scrivere un racconto, recitare, cantare, dipingere, fotografare, danzare, disegnare e tutte le tipologie di espressione artistica di cui noi ci occupiamo richiedono sia una parte tecnica che una espressiva che non sono affatto disgiunte l’una dall’atra. Sarebbe un grosso errore dividere queste due fasi perché in arte, a differenza della matematica che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, l’ordine dei fattori è strettamente in struttura con il risultato. Se in matematica, o nella formazione tecnica 2+2=4 in arte 2+2 è una cosa e 4 è un’altra non sono uguali perché esteticamente si presentano diversamente. Ed è appunto questa enorme variabilità e personalizzazione delle differenti forme per raggiungere il 4 che si esprime l’individuo.

L’ampliamento e la valorizzazione delle differenze individuali
Questa personalizzazione è necessaria. Già di per se pensare ad una educazione artistica in classi è quasi una contraddizione, lo facciamo sia per una questione di ricchezza nello scambio e di necessità di avere dei costi contenuti di partecipazione, ma la cosa migliore sarebbe avere sempre una parte di studio e di insegnamento individuale e una collettiva. Per questo i diversi corsi d’arte prevedono sempre una parte in cui gli altri ascoltano le indicazioni che l’insegnate da singolarmente, sia nel commentare un disegno che un racconto. D’altra parte tutti hanno necessità di avere un loro spazio personalizzato e non potrebbe essere altrimenti, proprio per il fatto che si cerca di sviluppare differenti modi di arrivare al 4 e non di insegnarne uno solo ed universale che tutti devono sapere. Se la matematica non è un’opinione nell’arte è tutta un’opinione, anche se esistono dei procedimenti e delle regole da seguire.

Ecco il bello dei nostri corsi, quali sono le regole da seguire? Quali sono gli standard e i percorsi obbligati? Stiamo parlando dunque di una disciplina da seguire: gli ordini, le regole, gli esercizi da eseguire per apprendere. Perché è in questo che si esprime la didattica dell’arte, ed con le premesse fatte fino ad ora ci dovrebbero essere delle “forme particolari” di insegnare.

Le condizioni di base
Partiamo dalla base, definiamo quali sono le condizioni per poter insegnare discipline artistiche e poi cercheremo di vederne le forme particolari:
- motivazione dell’insegnate e degli allievi
- conoscenze specifiche e tecniche
- conoscenze extra curriculari
- luogo di lavoro adeguato
- tempi adeguati
- strumenti didattici adeguati
- interazione e rapporti tra gli allievi

Motivazione
Nella scuola dell’obbligo, universitaria e professionale si da quasi per scontato, noi non lo possiamo fare. I motivi che spingono le persone a partecipare ai nostri corsi sono importanti e bisogna conoscerli. Per questo la prima lezione dei corsi di Disegno, Pittura e Scultura e Fumetto si lavora sulla motivazione. Perché ti sei iscritto al corso, cosa ti aspetti, su cosa credi di poterti “appoggiare” per fare questo percorso (risorse di tempo e di spazi)? Che cosa offriamo noi insegnanti, quale percorso ti proponiamo? Per esempio all’Università ci danno il programma, nelle scuole medie e superiori è come stabilito dal Ministero, ma non sono altro che un elenco di cose come una lista della spesa, un menù. Ben diverso è un programma. Un programma non ha solo un elenco ma anche degli obbiettivi, un senso: perchè ti do il prosciutto per primo e poi la pasta e l’insalata? In base a quale criterio metto delle cose per prime e per seconde, e cosa si dovrebbe ottenere? Altrimenti come faccio poi a valutare gli obbiettivi se c’è solo un elenco? Se l’insegnante si aspetta qualcosa, se promette dei risultati li deve rendere espliciti fin dal principio cosicché si comprometta con gli allievi che possono, a loro volta, valutare alla fine del percorso se hanno ottenuto gli obbiettivi personali e quelli definiti dall’insegnante. Questa onestà e chiarezza di partenza è rarissima. Non basta dire ad un adulto ti insegno a suonare o a disegnare, è scontato e privo di un percorso didattico forte che lo sostenga. Cosa insegnare quando si parla di disegno o di pittura? Cosa è al di là di quello che ignorantemente si aspettano gli allievi? Qui gioca il ruolo della motivazione: appassionare ad un percorso al di la dei risultati, appassionare a delle esperienze che rimangono dentro per il solo fatto di farle. Questa credo sia e debba essere la differenza di partenza: fare delle esperienze che siano significative di per se, che abbiano un loro valore al di là dei risultati finali.
Questa è la didattica del CUEA, i passi sono più importanti dei risultati che non saranno altro che il risultato degli stessi. Ogni lezione deve avere un suo obbiettivo, e non si può pensare che solo dopo aver fatto sei mesi di corso un adulto, ma anche un adolescente, capisca il valore di quel che ha fatto. Oggi è pieno di studenti che ripensando agli studi che hanno fatto si dicono “allora non capivo l’importanza di quel che studiavo e ora che ne avverto il senso ho 35 anni”. Non possiamo lavorare in questo modo dobbiamo sforzarci per rendere immediatamente accessibile il senso di tutti i passi. Un primo significato che aumenterà a man mano che il percorso si inoltra nel nucleo. Perché c’è un nucleo, anche se molti insegnati vagano disorientati nel loro stesso elenco che fanno fatica a seguire. Perché ti faccio fare questo e non quest’altro, perché il prosciutto prima della pasta. Bisogna che sia chiaro prima nella testa e nel percorso dell’insegnate e poi dopo cercherà di trasmetterlo agli allievi.
Questa è motivazione ossia assunzione esplicita di responsabilità sia degli allievi che degli insegnanti.
In questo si può fare tanto e noi del CUEA dobbiamo lavorare ancora per chiarirci più profondamente sul senso di quel che facciamo.

Sicuramente è necessario capire che un adulto che si rivolge alla nostra struttura e partecipa ai nostri corsi ha contemporaneamente sia curiosità e voglia di conoscenza che lo spinge in avanti, che una frustrazione più o meno forte che lo spinge indietro, oggi è forse sempre più evidente questo malessere e inquietudine dovuto ad una vita in cui non sente di esprimere alcuni elementi importanti per il proprio equilibrio e la propria felicità. Li cerca da noi, cerca di rendere la sua vita più interessante, più viva, cerca prima di tutto una risposta alla domanda: sarò capace, sarò in grado di esprimermi oppure... c’è sempre un oppure... sono il fallito e l’incapace che sento in alcuni momenti?
Un grande lavoro di psicologia e di affettuosità viene a noi richiesto dagli allievi. Il più grosso scoglio non è tecnico, di tempo o di attenzione, il più grosso limite è la loro incapacità di autostima. In questo gioca un grande ruolo il gioco, la forma ludica di capire cosa succede nel “dialogo interiore”. Questo dialogo è ala base della didattica del CUEA che affronteremo più in là nel capitolo dedicato alle Forme particolari.

Conoscenze specifiche e tecniche
Chi siamo noi che insegniamo? Certamente siamo convinti di sapere qualcosa e di poterla trasmettere altrimenti è bene che facciamo un’altra attività di cui siamo sicuri. Ma è anche vero che a nostra volta sappiamo bene quanto siamo ignoranti e quanto ancora dobbiamo apprendere. A volte mi commuove come i miei allievi mi vedano come un modello irraggiungibile, come uno che sa, guai a rovinargli questa indispensabile immagine di me stesso, ma io so quanto invece sono limitato, certo loro non vedono certi limiti, sia perché solitamente il livello delle cose che insegno è della mia misura, ossia credo di padroneggiare abbastanza certi strumenti di base, e sia perché non hanno sufficienti conoscenze per poter vedere certi limiti. Mostro tanto affetto e sicuramente tale immagine che loro hanno di noi insegnanti ci porta a non deluderli e a prepararci sempre adeguatamente al compito. Ma a volte non è così, a volte siamo impreparati, ci sentiamo impreparati e a disagio di fronte a delle loro richieste o esigenze che non riusciamo a soddisfare. Non posso certamente dire di aver dato a tutti i miei allievi quel che chiedevano e di esserne sempre stato in grado. Per questo ho imparato a non promettere cose che non potevo soddisfare, a non spingermi oltre certi limiti e allo stesso tempo a studiare ed applicarmi per superare certi limiti tecnici che ancora non facevano di me l’insegnante e l’artista che volevo essere. Quali sono quindi le conoscenze tecniche necessarie per insegnare? Sicuramente quelle di saper fare, abbastanza bene, quel che insegniamo. Se si tratta del disegno, saper disegnare quasi tutto, se si tratta di teatro saper recitare, ma non solo dobbiamo inoltre saperlo trasmettere agli altri. Non sempre un buon artista è un buon insegnante e viceversa. Ma noi per la tipologia della nostra scuola abbiamo stabilito che è importante sviluppare l’arte dell’educazione ma anche essere dei buoni artisti. Per questo ci chiediamo e ci stimoliamo a creare opere d’arte oltre che ad insegnare, perché crediamo che un buon insegnate può solo migliorare se è anche un buon artista secondo il concetto della bottega d’arte non certo delle scuole istituzionali, in cui, come nel mio caso di allievo del Liceo Artistico, avevo insegnanti che non avevamo forse mai praticato in maniera interessate ciò che insegnavamo, mentre ho avuto dei buoni artisti e pessimi istruttori, ma i migliori erano quelli che oltre ad essere appassionati dell’educazione lo erano della pratica artistica.
Per cui gli insegnanti del CUEA dovrebbero essere impegnati sia nella didattica e che nella creazione artistica, in questo senso l’associazione è nata da artisti che aspirano a lavorare assieme sia nei corsi che nella creazione.
La parte didattica non va certamente trascurata e le conoscenze specifiche e tecniche di come fare a trasmettere con passione ed efficacia quel che sappiamo è un tema sempre aperto ed in continua evoluzione. Questo materiale è la prova delle riflessioni che sono necessarie per una crescita in questo senso.
Le conoscenze specifiche e tecniche, per concludere, sono sopratutto a carico della coscienza del maestro perché ne gli studenti e tanto meno i colleghi possono essere in grado di dire e di spingere dei miglioramenti e delle modifiche di una pratica così complessa ed anche così soggettiva, perché prende la forma del carattere della persona, come l’insegnamento artistico. Quello che abbiamo visto che si può fare è di creare sempre più occasioni e incontri dove si stimoli questo atteggiamento di miglioramento e di accrescimento della didattica.

Conoscenze extra curriculari
Per insegnare fotografia è necessario avere conoscenze extra? Sì, per questo tra gli insegnanti del CUEA c’è lo stimolo a partecipare alle lezioni dei colleghi, non solo per vedere cosa gli altri fanno e come mettono i pratica le loro conoscenze, ma anche per avere una più ampia coscienza dei legami spesso indistinguibili tra le differenti forme espressive. Tra di noi ci sono inoltre collaborazioni artistiche e tanti di noi si dilettano anche in discipline che non insegnano direttamente, come la scrittura di testi, il disegno, la passione per la pittura, il cinema, il fumetto, la letteratura. Tutto questo contribuisce sostanzialmente ad una conoscenza e di conseguenza ad un insegnamento pieno di incroci e riferimenti al cinema, alla pittura, alla letteratura, che rendono ricchi e appassionanti i percorsi didattici, e sicuramente più veri e complessi quali sono realmente i legami tra le differenti attività umane.
Principalmente una cosa che unisce gli insegnanti del CUEA, che viene avertita dagli allievi, ed è questa una conoscenza extracurriculare, è il senso collettivo del sociale in cui si avverte che niente è isolato e che anche le difficoltà che ci si presentano sia con l’attività specifica che portiamo avanti che i disagi degli allievi sono da inquadrare in una crisi e in una contraddizione più ampia. Per questo spesso nei corsi o tra di noi entrano in ballo tematiche sociali come la guerra, il libero mercato, la crisi esistenziale di noi persone.
Anche in questo senso si lavora tanto, chiedendo ai nuovi insegnati e definendoci di fronte agli allievi fin dalla presentazione dei corsi come un’associazione fatta di artisti “impegnati” in qualche modo e sensibili alle sorti del mondo.

Lo spazio adeguato
Questo è un tema dolente. Ogni spazio ha la sua “azione di forma”, ossia la morfologia di uno spazio influenza notevolmente le attività che vi si svolgono all’interno. Gli architetti di un tempo lo sapevano bene e quindi oltre alle esigenze pratiche di un luogo vi erano anche delle esigenze estetiche o spirituali nell’architettura sacra. Per questo abbiamo impiegato diversi anni per trovare dei locali adeguati, per arredarli e attrezzarli sufficientemente. Sembra un tema secondario ma non lo è. Anche in questo si può dire molto, ad esempio per dipingere sarebbe bellissimo avere uno spazio più ampio dove si possano usare le pareti in cui si possano appendere delle grandi tele o fogli, anche per il disegno avere un angolo dove poter eventualmente far posare una modella o un modello per disegnare il nudo accrescerebbe le nostre possibilità. In generale abbiamo fatto tanto ed ora si respira una buona aria al CUEA l’ambiente è caldo e sereno, molto diverso dai locali che abbiamo preso in affitto fino a due anni fa. Un locale bello, luminoso, spazioso è l’ideale per creare. L’ampiezza non deve essere dispersiva ma neanche opprimente. Sicuramente uno spazio polivalente ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma i costi elevati non consentono il più delle volte di avere degli spazi adeguati.

I tempi adeguati
Da cosa sono definiti gli orari e i tempi di un corso? Sono principalmente prestabiliti dalla formula del dopolavoro, che non ci consente di avere orari forse più adeguati come quelli mattutini o del primo pomeriggio in cui c’è la luce, per cui la didattica e la suddivisione in lezioni sono stabiliti principalmente dal calendario scolastico che prevede massimo 9 mesi di corso e una volta a settimana. Ma questo non è di grande impedimento per una didattica dell’arte, piuttosto lo stabilire a tavolino delle lezioni ed un percorso perché si tratta di corsi di gruppo a volte ci pone dei problemi. Ad esempio ci sono classi che hanno necessità di ripetere ed approfondire in più lezioni dei temi che sono più difficili, oppure in poco tempo bisogna fare una selezione di cose per cui non si possono approfondire delle tecniche e a volte si predilige la varietà all’approfondimento. In questo caso, quando si parla di corsi di base, gli allievi preferiscono avere un po’ di tutto che un approfondimento di un tema. Nel corso di disegno sempre nasce alla fine dell’anno la necessità di approfondire la figura umana e il volto in particolare, ma poi quando si tratta di definire chi è interessato ad un secondo anno di approfondimento non si raggiunge mai la quota di iscritti per farlo partire.
All’inizio poi quasi tutti noi abbiamo fatto dei corsi iper concentrati, da appassionai quali noi siamo quando facciamo la programmazione ci diciamo: questo non si può escludere, quest’altro è importante, ecc. finendo per costruire un corso che piace a noi, pieno ed intenso ma poi nella pratica risulta un piano di studi troppo denso per chi non sa ancora se gli piace veramente dipingere, disegnare o scrivere. Si tende cioè a mettere troppa “carne sul fuoco” ottenendo il contrario, ossia confondendo e disorientando i discenti. La regola è non più di un concetto nuovo a lezione, a volte meglio più lezioni su un solo concetto. La concentrazione è solitamente scarsa per cui abbiamo capito che è meglio pochi elementi chiari ed essenziali. Questo è in linea con quanto detto precedentemente sulla condizione generale degli allievi che sono principalmente insicuri ed emotivamente ansiosi quindi troppe cose tutte ad una volta non vengono viste come una intensa e accelerante esperienza ma come una inibitoria e ansiosa scalinata. La semplicità e la distribuzione corretta degli elementi nel tempo è la migliore formula per poi in un secondo momento eventualmente accelerare, aggiungere elementi. Il primo obbiettivo è quello di raggiungere una tranquillità psicologica in cui tutti si sentono in grado di avanzare, gradualmente con molta lentezza. La lentezza è alla base dell’insegnamento artistico, la fretta, l’efficientismo di certi corsi “professionali” in cui ci sono lezioni di otto ore di seguito ogni 15 giorni, o ti insegnano ad usare il computer in sole 10 lezioni. Sono ottimi elementi per chi sente che non ha tempo e che vuole sapere tutto subito e vuole spendere poco e in due mesi essere in grado di fare le cose. Spesso arrivano allievi insoddisfatti di certi corsi in cui alla fine non hanno appreso niente ma sono stati ammaliati dall’illusione di poter acquisire subito delle capacità. In altri casi ci sono dei corsi così diluiti che sorge il sospetto che chi li organizza cerchi di legarti per anni alla propria organizzazione. Dunque il giusto formato va trovato nel tempo, noi dobbiamo garantire accessibilità graduale alla conoscenza e non possiamo illudere le persone che certi risultati vengano in pochi mesi ma che è possibile avere delle soddisfazioni in pochi mesi, soddisfazioni che servono per dare quel senso di avanzamento concreto che aiuti le persone ad avere l’entusiasmo a continuare. Nei corsi di musica si faceva questo esempio: fare delle scale musicale per 9 mesi è frustrante, meglio imparare degli accordi minimi che consentano di suonare un pezzo semplice in pochi mesi e poi accedere a livelli più complessi e più alti, ma avendo la soddisfazione che qualcosa di concreto siano stati in grado di farla. Anche nel disegno si lavora per risultati graduali che danno comunque un senso di concretezza visibile in chi si applica.

Strumenti didattici adeguati
La tecnologia oggi consente di apprendere in maniera più efficace e veloce. Un video proiettore e l’uso del computer si sono rivelati strumenti indispensabili per alcuni corsi teorici come quelli di storia delle Arti o quelli di Video e Montaggio Video, ma anche per altri come Psicologia dell’Immagine. In questi corsi si illustrano dei concetti teorici attraverso degli schemi, film, immagini di creazioni artistiche. Ma anche un microfono, un mixer, le tavole per disegnare, i cavalletti, ecc., sono strumenti indispensabili.
Bisogna certamente dedicarsi con particolare attenzione a questi strumenti, bisogna elaborali, costruirne alcuni progettati da noi come le tavole per disegnare, bisogna insomma includere nella didattica l’uso sempre più consapevole e specifico di strumenti didattici. Ricordo che il primo corso di disegno era ridotto a meno di dieci dispense, mentre oggi ce sono più di 30, più curate impaginate meglio, con disegni e illustrazioni che allora non c’erano. Ma anche le tavole, i pennelli, i media di impasto, i supporti cartacei sono aumentati. Questo può avvenire solo attraverso una costante modificazione del corso che deve essere migliorato ogni anno, deve cioè crescere anche in questo senso. Ogni fine lezione, sopratutto i primi anni, rientravo a casa e scrivevo cosa non era andato, che cosa era mancato, che cosa potevo modificare e aggiungere, così ogni anno mi ritrovavo con tutta una serie di modifiche e miglioramenti da fare. Questi appunti vanno presi al massimo il giorno dopo perchè altrimenti ci si dimentica. Poi qualche giorno prima della lezione si rilegge sempre il tutto ed anche il quel caso a distanza di un anno si possono vedere dei miglioramenti da fare. Questo è un metodo che ci pone in costante cambiamento senza mai accontentarci dei risultati che comunque ci sono stati anche il primo anno che facevo il corso, ma non è dagli allievi che può venire l’impulso a cambiare perché è difficilissimo che qualcuno ci venga a dire cosa migliorare, o cosa incrementare anche quando gli si chiede apertamente dei commenti loro non sono in generale in grado di dare dei suggerimenti sostanziali per modificare delle cose.

Interazione e rapporti tra gli allievi
La competizione, quella in cui si instaurano rapporti di invidia, prestigio, ipocrisia, ecc. tra le persone è una normale forma di stare assieme, sopratutto quando ci sono dei “preferiti”, dei “secchioni” e dei “somari”. Tutte queste forme di giudizio rigido e di classificazione sono nocive alla crescita sia individuale che di gruppo. Ciò non avviene in classi come le nostre dove non c’è un voto 3 e quindi dei premi e delle punizioni. Anzi ci sembra così primitivo quel modo di lavorare che non ci tocca minimamente se non come ricordo delle scuole istituzionali, al posto della competizione c’è la collaborazione o, in lavori individuali, la stima, i complimenti sinceri, la voglia di raggiungere dei risultati che altri hanno ottenuto. In tutti questi anni a parte alcune persone, la classe è sempre stata motivo di stimolo, di ritrovo, di entusiasmo e di amicizie che si sono andate costruendo nel tempo. Ancora non vi sono delle vere e proprie forme di collaborazione se non nei corsi in cui è necessario il lavoro di gruppo come nel teatro o nella danza, questo perché ognuno è giustamente concentrato a trovare una propria entità, una propria forma, e solamente con classi che sono da tre anni che lavorano artisticamente con discipline individuali si può procedere per obbiettivi e progetti comuni. L’interazione è sopratutto alla fine dell’anno quando ci sono i saggi o nelle serate artistiche che si organizzano ogni tanto. Questo non vuol dire che non ci siano interazioni forti tra le persone, anzi, ma non sono dovute a degli esercizi specifici o a dei temi, ma alla convivenza e scambio normale che si stabilisce in un gruppo che condivide un forte interesse. In questo senso si lavora più emotivamente, ad esempio organizzando serate di cinema, o vedere delle mostre assieme, si sta attenti a creare un ambito cordiale, caldo, affettuoso. Non rientra propriamente nella didattica ma nella sensibilità di chi organizza le classi, quindi non ci sono decisioni da prendere in gruppo, ma spesso ci sono delle caramelle al centro del tavolo e in prossimità delle feste c’è sempre qualcuno che porta un dolce e uno spumante. Questa “forma d’ambito” è diversa da quella di una azienda, o familiare, o di amicizia, è un luogo in cui ci si confida, ci si apre, molto spesso si crea una complicità sottile e quando ciò avviene, nella maggior parte dei casi, vi è un miglioramento nella partecipazione e nelle creazioni.
Si potrebbe sviluppare ancora questa interazione, anche perché molti allievi dei diversi corsi che si svolgono in contemporanea, si conoscono durante le pause e sempre c’è reciproco interesse, spesso mi chiedono “cosa studiano nell’altra sala?”. Questa curiosità e questa interazione è conseguenza di una forma che noi abbiamo deciso di avere alle origini della nostra formazione. Per qualche anno abbiamo promosso queli che chiamammo “Calderoni” in cui si invitavano gli allievi di tutti i corsi a creare una serata di espressione artistica, ma la scarsa partecipazione da parte degli allievi e i tanti impegni di noi docenti ci hanno fatto rinunciare a queste forme. In futuro chi lo sa!

Le forme particolari
La coerenza
Le forme non sono disgiunte dal contenuto. Facciamo un esempio: vi sembra coerente che un corso che ha alla base la creatività, l’ispirazione, la profondità del trascendente, la sincera umanità, l’apertura a tutte le soluzioni possibili, la rilassatezza, il piacere, ecc. sia un corso rigido, freddo, autoritario, in cui l’insegnante è uno stressato, chiuso, musone, privo di gioco e di allegria? Vi sembra coerente? Io non mi fiderei di quello che dice, io mi fido solo di chi sta cercando di insegnarmi e trasmettermi dei concetti, delle filosofie, delle metodologie, degli atteggiamenti mentali ed emotivi e li esprime nella sua persona, uno che è nel suo stile di vita ciò che insegna.
Non vogliamo dire che un corso di teatro deve essere teatrale e uno di disegno disegnato, ma parliamo di atteggiamenti più interni.
Ne consegue il fatto che un educatore deve essere un modello di ciò che propone agli altri come tale, perché delle persone dovrebbero essere motivate a lasciarsi andare a dare un grande valore a ciò che studiano se lo stesso se chi propone tali forme non è lui per primo espressione di ciò che espone?
La coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa è elemento fondamentale per avere un corretto e giusto riferimento nei discenti. Si parla in questo caso di “maestri” nel vecchio e aulico senso del termine non solo nel mestiere ma anche nelle condotte. Dire maestro di vita è presuntuoso, non si tratta di guide religiose o morali ma sicuramente di guide emotive, esemplari e in qualche modo spirituali nel senso del giusto “spirito” per affrontare le arti.

La disciplina interiore
L’educazione si fa in questo modo più complessa perché non c’è solo da prepararsi tecnicamente a sapere qualcosa ma essere attenti osservatori di ciò che ci succede. E non c’è niente di più difficile che conoscere se stessi, è decisamente più facile vedere, criticare, disquisire su ciò che è esterno a noi come ad esempio le critiche che si fanno ai lavori degli allievi. Ma in tutta onestà neanche noi ci siamo chiesti fino in fondo il perché di certe cose, ci succedono e basta, siamo capaci e basta, magari ci siamo dimenticati dei passi, dei ragionamenti, delle inquietudini che hanno accompagnato tali conquiste. Il rischio è quello di credere che ci siano cose “evidenti”, scontate e quindi si passa subito da un tema ad un altro con una facilità che abbiamo ottenuto solo negli anni. Questa ricerca dei processi di apprendimento, elaborazione e sintesi che hanno agito in noi è essenziale per un buon didatta che non da niente per scontato e che cerca sempre di sciogliere ciò che in lui è gia sintetizzato, abituale. Noi non abbiamo seguito solo delle tecniche e di conseguenza queste hanno agito su di noi e ci hanno formato, non è stata una cosa così passiva e sbaglieremo se pensassimo che meccanicamente il solo fatto di fare un certo tipo di percorso “esterno” ci porti a delle conoscenze. Non è così, ogni qual volta ci sono stati dati degli stimoli, delle prove, dei compiti, noi abbiamo operato in maniera complessa abbiamo interagito con questa realtà, ne abbiamo visto solo una parte e altri elementi erano gia dentro di noi dovuti ad esperienze precedenti. Abbiamo operato in una determinata forma, in un modo, con delle caratteristiche “interne”. C’era in noi una curiosità, una necessità, una voglia di scoprire, smontare, capire, che ha fatto si che con i giusti esercizi ci siamo rafforzati, siamo cresciuti.
Questo bisogna insegnare, un atteggiamento, un modo di pensare sulla forma, sull’estetica, sui contenuti, sulle modalità. Mi ricordo Domenico, l’insegnate di Sceneggiatura Cinematografica, che in una lezione che ho assistito aiutava a scrivere per immagini, aiutava a ragionare per immagini, insegnava non una tecnica ma un atteggiamento. L’atteggiamento è prima della tecnica. Pensare e sentire prima di agire. È forse azzardato dire che istruiamo a pensare ma è così, e lo diciamo alla presentazione di nostri corsi.

Didattica
Come si educa ad una disciplina interiore. Bisogna prima osservarla in noi stessi e negli altri, essa si esprime in ragionamenti e sentimenti che anticipano e seguono l’azione. Bisogna quindi stabilire quali sono i modi corretti per affrontare ad esempio il disegno di una bottiglia e quelli che invece sono scorretti. Scorretto è ciò che ti allontana dall’ottenere i risultati voluti corretto e il contrario. Non si può lasciare totalmente al caso, all’ispirazione, oggi mi riesce e domani chissà. Bisogna capire cosa ci fa ottenere dei risultati costanti e crescenti. Per questo non si può agire senza ragionare prima e dopo. Nella pratica un allievo mi porta un disegno, si valuta il disegno ma non solo, gli chiedo che cosa è successo nella sua testa mentre lo faceva, come ragionava, gli chiedo di mostrarmi il suo “Dialogo Interiore”. Se è entrato in conflitto con se stesso, se non sapeva da dove partire e quindi era disorientato, se la sua preoccupazione era che doveva finirlo entro un’ora, se no riusciva a dare un ordine ed una armonia a tutte le componenti, il suo disegno sarà sbagliato. Ma se invece si è domandato su quante linee cerano in quello spessore, se non nominava gli oggetti, se procedeva con ordine, se cercava di capire come stava in piedi quell’oggetto il disegno sarà più corretto. Il buon disegno è frutto di un buon ragionamento, ma anche un buon recitato, una buona esecuzione musicale. Ma questo è solo il primo passo ossia padroneggiare una tecnica e poi ci vuole un altro tipo di ragionamento fatto di similitudini, di associazioni, di tipologia di tratto, di scelta dell’inquadratura che rendono quel disegno non solo una buona esecuzione tecnica della realtà ma un particolare e soggettivo modo di trasferire in un oggetto elementi propri di altre dimensioni psicologiche, emotive e spirituali (energetiche, respiro o soffio vitale, il CH’I per i cinesi taoisti).
Sicuramente dei corsi di base come sono i nostri non hanno la pretesa di educare alle alte e complesse implicazioni del linguaggio e del senso dell’arte a noi basta aiutare ad avere una certa dimestichezza tecnica con una coscienza minima di tali forze ed energie che si esprimono nelle opere d’arte che continuano per lo più a rimanere un mistero per tutti ma non per questo non avvertibile e comunicabile. Ma sappaimo che facendo filosofia dell’arte si va da poche parti per cui ci limitiamo a capire come le insicurezze e le paure prima di tutto agiscono nella elaborazione e critica delle creazioni degli allievi.
Torniamo alla pratica. Chiaramente alla domanda cosa ti è successo mentre disegnavi nessuno sa dirti niente, allora si disegna assieme cercando di fare attenzione agli elementi che agiscono. L’insegnate sa e deve sapere come più o meno si ragiona correttamente e scorrettamente, per questo quando gli chiedo se gli sono successe delle cose si sentono con sorpresa capiti, sentono che c’è qualcuno che può aiutarli a osservarsi. Quindi la prima educazione è quella di fornire dei parametri di osserazione, delle tecniche, e poi un metodo descrittivo. Dopo poche lezioni alla domanda cosa ti è successo ci sono molte cose che prima non si notavano, una scoperta. Sembra dicano “ma guarda mentre disegno cosa tutto mi succede”. Attenzione. Si tratta di questo. Ma poi no basta, devo anche capire cosa c’è da modificare, devo capire anche dal disegno quali ragionamenti sono mancati, quali domande o condizioni, come il tempo, lo spazio, i disturbi intestinali o altri elementi che subentrano nell’agire. Le aspettative e le credenze sono forze che modificano l’atteggiamento, si vedono subito alla prima lezione. Ci si scopre disegnando, e poi dopo che si vede il disegno come analizzarlo, cosa guardare, come leggere i segni in modo tale da andare oltre dal bello/brutto o giusto/sbagliato. Cosa è funzionato e va rafforzato e cosa no. Ed anche in questo caso c’è un dialogo interiore nel come guardo il mio operato. Di fronte allo stesso disegno posso decidere di non disegnare mai più oppure ci posso vedere degli sviluppi. Anche questo non dipende solo dal disegno ma soprattutto dall’atteggiamento che pongo di fonte ad esso. Va educato anche quello chiedendo loro cosa ne pensano, di criticare il proprio lavoro vedendone più aspetti possibili.
Stiamo elaborando un materiale apposito sul dialogo interiore del prima, durante e dopo la creazione artistica e sul tema del metodo descrittivo che deve essere di un certo tipo non identificato, come se si trattasse di descrivere un fenomeno esterno a noi (visto anche che ci riesce così bene criticare e vedere le cose esterne!).

La prima educazione è questa di atteggiamento che si esprime nel “dialogo interiore” fatto di voci di personaggi, come l’Insicuro, il Criticone, il Passionale, personaggi che vanno distinti e conosciuti mentre agiscono. Forse non diventeranno dei grandi disegnatori, chi lo sa, ma sicuramente il corso di disegno porta le persone a sviluppare maggiore attenzione, senso delle proporzioni, dell’armonia oltre che una discreta auto conoscenza.

Il gioco
Quando i corsi hanno una notevole parte creativa come quelli di Scrittura o di Fumetto, rispetto ad altri più tecnici come Disegno, Pittura, Creta, Canto, Chitarra, ecc. la maggior parte degli esercizi vengono proposti e sono come di giochi. C’è molto divertimento e questo accresce l’entusiasmo e la voglia di mettersi alla prova (tanto è un gioco!). Ma l’aspetto ludico ed anche la leggerezza e l’allegria in ciò che si fa sono elementi che aiutano e facilitano l’apertura emotiva e la costanza nella partecipazione. Se l’insegnante sa essere simpatico, brillante e con battute e forme giocose trasmette il suo sapere gli allievi sono molto più disposti ad apprendere e riescono a memorizzare meglio le cose. L’atteggiamento serio e solenne è anche quello in certi momenti necessario ed indispensabile, ma solitamente il ricordo di molti insegnati non è certamente quello dell’allegria, del gioco e della simpatia, e sappiamo tutti che il nostro rapporto con loro non era certamente dei migliori. Poi se si cerca con la simpatia di compensare l’incapacità di insegnare si cade nell’opposto. Allora meglio uno più serio e onesto.
Nella didattica dell’arte il gioco è strumentale al di là dei caratteri degli insegnati, dovrebbe essere sviluppato anche con l’ottica professionale, certamente forzare non ha senso ma si può cercare di rendere i propri corsi sempre più brillanti, tonici, svegli.
Nel corso di Disegno ma anche in quelli di Pittura e Creta e sopratutto quello sulla Creatività gioco molto sulle paure, sulle insicurezze, sullo sbagliarmi a dire le cose, mi metto dubbi, faccio delle domande trasversali, ad esempio dico sempre che chi lo desidera ho un frustino per fustigarsi in caso di necessità e questo aiuta a scoprirsi e farci vedere con affetto le nostre debolezze.

L’integrazione
Per finire la didattica del CUEA ha come punto di forza il fatto che chi organizza i corsi da anche la possibilità di partecipare all’organizzazione di eventi, come sono stati i Calderoni, gli incontri di Libera Espressione, le Gite Artistiche e Culturali fuori Firenze, le scampagnate in montagna, e tutta una serie di attività che puntano a far si che si crei un ambiente di scambio e di solidarietà che vada oltre alla partecipazione stretta dei corsi. Partecipa sempre una percentuale degli allievi, ma l’obbiettivo non è numerico ma qualitativo, ci interessa creare condizioni affinché attraverso l’interesse per l’arte si stabiliscano relazioni più profonde e forti di quelle che normalmente si instaurano tra le persone che partecipano ad un corso. Non solo questo consente poi di avere la possibilità di applicare l’arte che si è appresa al di la dei corsi, ma anche di creare un piccolo fenomeno culturale e umano che rende viva l’associazione come aggregazione e sviluppo di nuove forme di relazione.
Tutto questo fa sentire l’ambiente della scuola come accogliente, caldo e aperto condizioni ottime per lasciarsi andare all’espressione.

Considerazioni personali
Non si può definire la passione e l’affetto che ognuno di noi prova o non prova nei confronti di questi esseri che come noi cercano di essere più felici. Io amo le persone, abbraccio i miei allievi, mi interesso a quello che gli succede nella vita personale, con molti di loro ho stretto amicizie che durano da anni, curo le relazioni perché sento che questo mi rende più umano. Non si può certamente ridurre questo rapporto a insegnate-allievo ma da persona a persona. Ho la fortuna di conoscere oltre 40 persone diverse ogni anno, di vederle per nove mesi una volta alla settimana, ricevo le loro e-meil, le telefonate in cui mi ringraziano per quello che faccio e mi aprono le loro vite, ed io anche mi confido con loro gli racconto cose della mia vita e ho un immenso piacere a vederli ogni settimana. Sempre sono entusiasta di fare quel che faccio e le soddisfazioni che ho ricevuto e ricevo ogni anno mi confermano che è giusto quel che faccio e che ha un senso che va molto più in la di insegnare a delle persone a esprimere delle loro capacità. Tutto questo va detto ed è il motivo che mi muove. Non si può insegnare questo, almeno credo, si tratta solo di sentire l’umano nell’altro e sentire che ogni lezione è una occasione per crescere ed amare.


Note.
1. Vedi Silo, Opere Complete Vol.I, Contributi al pensiero: Discusioni storiologiche; ed. Multimage 2000
2. Si consideri che l’apprendimento è un processo di registrazione, elaborazione e trasmissione di dati, e questa attività della coscienza è a sua volta registrata internamente. Quando si stabilisce questo tipo di retro-alimentazione (feedback) la registrazione si accentua. Quindi si apprende agendo e non solo registrando, e questo sistema genera una nuova retro-alimentazione tra chi insegna e chi apprende. Le domande sono operazioni mentali eseguite da chi sta apprendendo e che necessitano, da parte di chi insegna, l’elaborazione di operazioni e associazioni che non avrebbe mai pensato stando da solo. In questo sistema di relazione ambedue insegnano e apprendono simultaneamente.
3. Vedi Articolo sul web cuea.it, Saggi, Riflessioni sull’Arte, Il Voto nelle scuole


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