| Sommario
Inquadramento generale
Inquadramento corsi d’arte
Il fattore emotivo
Il fattore mistico-spirituale
Unione di forma e contenuto
L’ampliamento e la valorizzazione delle differenze individuali
Le condizioni di base
Motivazione
Conoscenze specifiche e tecniche
Conoscenze extra curriculari
Lo spazio adeguato
I tempi adeguati
Strumenti didattici adeguati
Interazione e rapporti tra gli allievi
Le forme particolari
La coerenza
La disciplina interiore
Didattica
Il gioco
Ci sono varie tematiche
legate sia alla didattica generale che artistica, e poi alcune specifiche
dei corsi di Disegno, Pittura e Creta.
Inquadramento generale
L’insegnante ha il compito di organizzare, distribuire e trasmettere
delle conoscenze affinché il discente possa compiere un nuovo
salto evolutivo. L’insegnate deve contribuire alla Dialettica Generazionale
1 in cui il vecchio cede il passo al nuovo. Questo superamento del vecchio
per opera del nuovo avviene grazie alle generazioni più giovani
che, come avviene nel processo storico, chiedono cose e percepiscono
realtà che non possono avvertire le generazioni precedenti e
quindi si trovano sempre in condizione di effettuare dei cambiamenti,
e anche se a volte ci sono dei passi indietro, l’essere umano ha sempre
complessivamente compiuto passi in avanti nella sua evoluzione.
Un grande salto è avvenuto quando, attraverso i simboli e i segni
è stata possibile la codificazione di esperienze che hanno portato
al linguaggio prima verbale e gestuale e poi scritto, esperienze che
fuoriuscivano in questo modo dal corpo per codificarsi e memorizzarsi
in dei testi raccolti poi in delle biblioteche. La storia della didattica
ci fa capire quanto antica sia la figura dell’insegnate e dell’istitutore,
ma solo recentemente, grazie al grande livello di alfabetizzazione e
di benessere, è stata possibile l’accesso e la partecipazione
di grandi numeri di persone agli studi istituzionali.
Ma c’è una contraddizione
di fondo nelle istituzioni educative: come per le case farmaceutiche
che di base dovrebbero essere portatrici di progresso (lo sviluppo della
medicina, il superamento della malattia, ecc.), eppure oggi sono quelle
che più ostacolano il progresso medico e scientifico perché
una persona sana non è una persona che compra i farmaci. Stessa
contraddizione c’è nelle istituzioni educative, perché
una persona colta è una persona consapevole della propria libertà
e una persona libera non si fa certo gestire dai vertici che ora comandano.
Quindi la scuola, che di base è qualcosa che noi umani abbiamo
creato per il superamento del dolore e la sofferenza diventa motivo
di sofferenza, di frustrazione e di ignoranza, la vera ignoranza ossia
quella più difficile da estirpare, ossia la presunzione di sapere
quando non si sa.
Che ruolo hanno istituti
e associazioni come la nostra? Colmano, a volte a distanza di molto
tempo, i vuoti che le scuole tradizionali hanno lasciato nelle persone
che, finito il percorso di studi tradizionale, sentono la necessità
di un continuo apprendimento per il piacere di sapere e il gusto del
fare.
La nostra viene definita “formazione permanente” differente da quella
primaria, superiore ed universitaria. La differenza è che mentre
il piacere cede il passo al dovere nelle scuole istituzionali, la nostra
tipologia di insegnamento si basa principalmente sul piacere, il piacere
di venire a “scuola”.
I nostri studi non sono
necessari per accedere a livelli lavorativi più alti, a cui purtroppo
si è ridotta la maggior parte della motivazione culturale, ma
alla conoscenza per la conoscenza. Questa è una condizione di
base che differenzia notevolmente la nostra didattica.
Altro elemento fondamentale
è che ogni allievo paga il corso, ossia deve reciprocamente dare
qualcosa per accedere agli studi, e se i corsi non sono come lui desidera
o vorrebbe non vi sono altre motivazioni che lo spingono a pagare e
quindi a sostenere una scuola che non lo soddisfa. Siamo scelti di mese
in mese. La nostra è un’attività a più alto rischio
di quelle istituzionali.
Anche la diversità
delle persone che vi partecipano è un elemento caratteristico.
Nel caso dei corsi collettivi ci troviamo spesso con classi che vanno
dai 20 ai 60 anni, e nel caso dei corsi individuali si va da esigenze
e gusti a volte così diversi che la programmazione subisce modificazioni
didattiche notevoli a seconda degli allievi.
Inoltre essendo corsi principalmente
serali, svolti dopo le stancanti attività lavorative hanno necessità
di una parte pratica molto superiore a quella teorica. Per noi sarebbe
impensabile fare lezioni come all’università di tre ore di teoria,
per questo la nostra didattica è più vicina a quella delle
scuole elementari in cui c’è un’ampia parte di sperimentazione
di gioco.
I nostri sono corsi del
dopolavoro, devono essere rilassanti, non richiedono molti compiti da
fare a casa e non vi sono esami da sostenere. Ognuno prende quello che
vuole e che può, quindi devono essere molto graduali e devono
soddisfare sia chi ha tempo, energie e attenzione che coloro che non
dispongono di tali risorse e bisogna fare in modo che si soddisfino
le loro esigenze nel solo atto di partecipazione al corso. I nostri
corsi non devono frustrare, non devono essere l’ennesimo impegno doveroso.
Tali risultati li si può ottenere solo infondendo la passione
per la materia. I nostri insegnanti non possono essere degli “impiegati”
privi di vocazione ma l’elemento vocazionale e passionale e “conditio
sine qua non” dei percorsi didattici del nostro tipo che altrimenti
verrebbero abbandonati dopo il primo mese di frequenza.
Tutto questo è nella
generalità dei corsi di formazione permanente di cui ci occupiamo.
Inquadramento corsi d’arte
Nello specifico è differente insegnare materie professionali
o esclusivamente tecniche come ad esempio l’uso di computer o corsi
sportivi come il calcio, tennis, arti marziali e corsi di espressione
artistica. Le differenze sono diverse e sostanziali. Passiamole in rassegna.
Il fattore emotivo
Il fattore emotivo ed emozionale è al primo posto. Sempre ci
si rivela a noi stessi e ci si scopre agli altri se si decide di affrontare
con sincerità una qualsiasi disciplina artistica. Ci sono corsi
in cui ci si può tenere ad una certa distanza ed altri in cui
il fattore emotivo è determinante come nel teatro ad esempio.
Non voglio dire con questo che i caratteri delle persone non si manifestino
giocando a calcio o imparando ad utilizzare un programma informatico
o come si compila il modello delle dichiarazione dei redditi, un buon
educatore deve sempre tener conto degli aspetti emotivi e psicologici
dei propri allievi, ma nel caso delle arti espressive si lavora in particolare
attenzione a questi fattori che sono alla base dell’arte. Un persona
molto tesa e preoccupata dei risultati potrà avere più
difficoltà di altri ad imparare ed apprendere dei procedimenti
tecnici, ci vorrà più tempo e dedizione, ma potrà
con la ripetizione di tali operazioni imparare qualcosa. In arte la
ripetizione, il lavoro di memoria e apprendimento 2 non si verifica
nello stesso modo.
Chi viene ai corsi di Disegno lo sa bene, hanno disegnato magari per
decine di volte, oppure chi dipinge non è che non ha provato
a farlo, a parità di determinazione possono imparare a fare i
conti, a recitare a memoria un brano di poesia o teatrale, a scrivere
10 pagine di racconti, perché si tratta di capire dei procedimenti
logici, delle meccaniche consequenziali, dei rapporti, ma in arte tutto
questo non è sufficiente. Ci vuole quella che comunemente viene
chiamata “ispirazione” condizione non necessaria per tante attività
umane. L’ispirazione non è altro che un contatto più profondo
con se stessi, con il sacro e il poetico dentro di noi, è apertura,
rilassamento, ampliamento delle percezioni.
Il fattore mistico-spirituale
Si può insegnare ad avere questo contatto più profondo
con noi stessi? Sì, lo si può fare, semplicemente innescando
dei quesiti, delle domande, delle riflessioni più poetiche, più
ampie sul senso di ciò che si fa. Perché il senso dell’arte
non è economico o di sopravvivenza del corpo e della specie,
non è un problema logico da affrontare ma una necessità
spirituale di elevazione, una necessità di godimento estatico,
un desiderio di esistere più in la della morte.
No non si può insegnare espressione artistica se non si toccano
certi temi esistenziali profondi, temi non necessari da toccare se si
deve insegnare, e scusate la mia ripetizione, materie che hanno a che
vedere con il superamento di esigenze pratiche e di sopravvivenza, anche
solo lavorativa o di integrazione sociale.
Per questo ci sono persone che pur essendosi dedicate da sole ad alcune
discipline artistiche non sono avanzate negli anni, perché non
hanno lavorato sul nucleo ossia i blocchi emotivi e psicologici ed hanno
indirizzato il loro sforzi sulla parte tecnica. L’educazione artistica
è una educazione psicologica, emotiva e diciamo spirituale perché
i fenomeni che si vanno sperimentando sono di difficile inquadramento
se li si include solo nella parte mentale ed emotiva.
Unione di forma e contenuto
Vorrei soffermarmi ancora sulle differenze tra l’insegnamento di materie
artistiche e non perché attraverso il confronto vengano fuori
le differenze e le peculiarità.
Scrivere un racconto, recitare, cantare, dipingere, fotografare, danzare,
disegnare e tutte le tipologie di espressione artistica di cui noi ci
occupiamo richiedono sia una parte tecnica che una espressiva che non
sono affatto disgiunte l’una dall’atra. Sarebbe un grosso errore dividere
queste due fasi perché in arte, a differenza della matematica
che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, l’ordine
dei fattori è strettamente in struttura con il risultato. Se
in matematica, o nella formazione tecnica 2+2=4 in arte 2+2 è
una cosa e 4 è un’altra non sono uguali perché esteticamente
si presentano diversamente. Ed è appunto questa enorme variabilità
e personalizzazione delle differenti forme per raggiungere il 4 che
si esprime l’individuo.
L’ampliamento e la valorizzazione
delle differenze individuali
Questa personalizzazione è necessaria. Già di per se pensare
ad una educazione artistica in classi è quasi una contraddizione,
lo facciamo sia per una questione di ricchezza nello scambio e di necessità
di avere dei costi contenuti di partecipazione, ma la cosa migliore
sarebbe avere sempre una parte di studio e di insegnamento individuale
e una collettiva. Per questo i diversi corsi d’arte prevedono sempre
una parte in cui gli altri ascoltano le indicazioni che l’insegnate
da singolarmente, sia nel commentare un disegno che un racconto. D’altra
parte tutti hanno necessità di avere un loro spazio personalizzato
e non potrebbe essere altrimenti, proprio per il fatto che si cerca
di sviluppare differenti modi di arrivare al 4 e non di insegnarne uno
solo ed universale che tutti devono sapere. Se la matematica non è
un’opinione nell’arte è tutta un’opinione, anche se esistono
dei procedimenti e delle regole da seguire.
Ecco il bello dei nostri
corsi, quali sono le regole da seguire? Quali sono gli standard e i
percorsi obbligati? Stiamo parlando dunque di una disciplina da seguire:
gli ordini, le regole, gli esercizi da eseguire per apprendere. Perché
è in questo che si esprime la didattica dell’arte, ed con le
premesse fatte fino ad ora ci dovrebbero essere delle “forme particolari”
di insegnare.
Le condizioni di base
Partiamo dalla base, definiamo quali sono le condizioni per poter insegnare
discipline artistiche e poi cercheremo di vederne le forme particolari:
- motivazione dell’insegnate e degli allievi
- conoscenze specifiche e tecniche
- conoscenze extra curriculari
- luogo di lavoro adeguato
- tempi adeguati
- strumenti didattici adeguati
- interazione e rapporti tra gli allievi
Motivazione
Nella scuola dell’obbligo, universitaria e professionale si da quasi
per scontato, noi non lo possiamo fare. I motivi che spingono le persone
a partecipare ai nostri corsi sono importanti e bisogna conoscerli.
Per questo la prima lezione dei corsi di Disegno, Pittura e Scultura
e Fumetto si lavora sulla motivazione. Perché ti sei iscritto
al corso, cosa ti aspetti, su cosa credi di poterti “appoggiare” per
fare questo percorso (risorse di tempo e di spazi)? Che cosa offriamo
noi insegnanti, quale percorso ti proponiamo? Per esempio all’Università
ci danno il programma, nelle scuole medie e superiori è come
stabilito dal Ministero, ma non sono altro che un elenco di cose come
una lista della spesa, un menù. Ben diverso è un programma.
Un programma non ha solo un elenco ma anche degli obbiettivi, un senso:
perchè ti do il prosciutto per primo e poi la pasta e l’insalata?
In base a quale criterio metto delle cose per prime e per seconde, e
cosa si dovrebbe ottenere? Altrimenti come faccio poi a valutare gli
obbiettivi se c’è solo un elenco? Se l’insegnante si aspetta
qualcosa, se promette dei risultati li deve rendere espliciti fin dal
principio cosicché si comprometta con gli allievi che possono,
a loro volta, valutare alla fine del percorso se hanno ottenuto gli
obbiettivi personali e quelli definiti dall’insegnante. Questa onestà
e chiarezza di partenza è rarissima. Non basta dire ad un adulto
ti insegno a suonare o a disegnare, è scontato e privo di un
percorso didattico forte che lo sostenga. Cosa insegnare quando si parla
di disegno o di pittura? Cosa è al di là di quello che
ignorantemente si aspettano gli allievi? Qui gioca il ruolo della motivazione:
appassionare ad un percorso al di la dei risultati, appassionare a delle
esperienze che rimangono dentro per il solo fatto di farle. Questa credo
sia e debba essere la differenza di partenza: fare delle esperienze
che siano significative di per se, che abbiano un loro valore al di
là dei risultati finali.
Questa è la didattica del CUEA, i passi sono più importanti
dei risultati che non saranno altro che il risultato degli stessi. Ogni
lezione deve avere un suo obbiettivo, e non si può pensare che
solo dopo aver fatto sei mesi di corso un adulto, ma anche un adolescente,
capisca il valore di quel che ha fatto. Oggi è pieno di studenti
che ripensando agli studi che hanno fatto si dicono “allora non capivo
l’importanza di quel che studiavo e ora che ne avverto il senso ho 35
anni”. Non possiamo lavorare in questo modo dobbiamo sforzarci per rendere
immediatamente accessibile il senso di tutti i passi. Un primo significato
che aumenterà a man mano che il percorso si inoltra nel nucleo.
Perché c’è un nucleo, anche se molti insegnati vagano
disorientati nel loro stesso elenco che fanno fatica a seguire. Perché
ti faccio fare questo e non quest’altro, perché il prosciutto
prima della pasta. Bisogna che sia chiaro prima nella testa e nel percorso
dell’insegnate e poi dopo cercherà di trasmetterlo agli allievi.
Questa è motivazione ossia assunzione esplicita di responsabilità
sia degli allievi che degli insegnanti.
In questo si può fare tanto e noi del CUEA dobbiamo lavorare
ancora per chiarirci più profondamente sul senso di quel che
facciamo.
Sicuramente è necessario
capire che un adulto che si rivolge alla nostra struttura e partecipa
ai nostri corsi ha contemporaneamente sia curiosità e voglia
di conoscenza che lo spinge in avanti, che una frustrazione più
o meno forte che lo spinge indietro, oggi è forse sempre più
evidente questo malessere e inquietudine dovuto ad una vita in cui non
sente di esprimere alcuni elementi importanti per il proprio equilibrio
e la propria felicità. Li cerca da noi, cerca di rendere la sua
vita più interessante, più viva, cerca prima di tutto
una risposta alla domanda: sarò capace, sarò in grado
di esprimermi oppure... c’è sempre un oppure... sono il fallito
e l’incapace che sento in alcuni momenti?
Un grande lavoro di psicologia e di affettuosità viene a noi
richiesto dagli allievi. Il più grosso scoglio non è tecnico,
di tempo o di attenzione, il più grosso limite è la loro
incapacità di autostima. In questo gioca un grande ruolo il gioco,
la forma ludica di capire cosa succede nel “dialogo interiore”. Questo
dialogo è ala base della didattica del CUEA che affronteremo
più in là nel capitolo dedicato alle Forme particolari.
Conoscenze specifiche e
tecniche
Chi siamo noi che insegniamo? Certamente siamo convinti di sapere qualcosa
e di poterla trasmettere altrimenti è bene che facciamo un’altra
attività di cui siamo sicuri. Ma è anche vero che a nostra
volta sappiamo bene quanto siamo ignoranti e quanto ancora dobbiamo
apprendere. A volte mi commuove come i miei allievi mi vedano come un
modello irraggiungibile, come uno che sa, guai a rovinargli questa indispensabile
immagine di me stesso, ma io so quanto invece sono limitato, certo loro
non vedono certi limiti, sia perché solitamente il livello delle
cose che insegno è della mia misura, ossia credo di padroneggiare
abbastanza certi strumenti di base, e sia perché non hanno sufficienti
conoscenze per poter vedere certi limiti. Mostro tanto affetto e sicuramente
tale immagine che loro hanno di noi insegnanti ci porta a non deluderli
e a prepararci sempre adeguatamente al compito. Ma a volte non è
così, a volte siamo impreparati, ci sentiamo impreparati e a
disagio di fronte a delle loro richieste o esigenze che non riusciamo
a soddisfare. Non posso certamente dire di aver dato a tutti i miei
allievi quel che chiedevano e di esserne sempre stato in grado. Per
questo ho imparato a non promettere cose che non potevo soddisfare,
a non spingermi oltre certi limiti e allo stesso tempo a studiare ed
applicarmi per superare certi limiti tecnici che ancora non facevano
di me l’insegnante e l’artista che volevo essere. Quali sono quindi
le conoscenze tecniche necessarie per insegnare? Sicuramente quelle
di saper fare, abbastanza bene, quel che insegniamo. Se si tratta del
disegno, saper disegnare quasi tutto, se si tratta di teatro saper recitare,
ma non solo dobbiamo inoltre saperlo trasmettere agli altri. Non sempre
un buon artista è un buon insegnante e viceversa. Ma noi per
la tipologia della nostra scuola abbiamo stabilito che è importante
sviluppare l’arte dell’educazione ma anche essere dei buoni artisti.
Per questo ci chiediamo e ci stimoliamo a creare opere d’arte oltre
che ad insegnare, perché crediamo che un buon insegnate può
solo migliorare se è anche un buon artista secondo il concetto
della bottega d’arte non certo delle scuole istituzionali, in cui, come
nel mio caso di allievo del Liceo Artistico, avevo insegnanti che non
avevamo forse mai praticato in maniera interessate ciò che insegnavamo,
mentre ho avuto dei buoni artisti e pessimi istruttori, ma i migliori
erano quelli che oltre ad essere appassionati dell’educazione lo erano
della pratica artistica.
Per cui gli insegnanti del CUEA dovrebbero essere impegnati sia nella
didattica e che nella creazione artistica, in questo senso l’associazione
è nata da artisti che aspirano a lavorare assieme sia nei corsi
che nella creazione.
La parte didattica non va certamente trascurata e le conoscenze specifiche
e tecniche di come fare a trasmettere con passione ed efficacia quel
che sappiamo è un tema sempre aperto ed in continua evoluzione.
Questo materiale è la prova delle riflessioni che sono necessarie
per una crescita in questo senso.
Le conoscenze specifiche e tecniche, per concludere, sono sopratutto
a carico della coscienza del maestro perché ne gli studenti e
tanto meno i colleghi possono essere in grado di dire e di spingere
dei miglioramenti e delle modifiche di una pratica così complessa
ed anche così soggettiva, perché prende la forma del carattere
della persona, come l’insegnamento artistico. Quello che abbiamo visto
che si può fare è di creare sempre più occasioni
e incontri dove si stimoli questo atteggiamento di miglioramento e di
accrescimento della didattica.
Conoscenze extra curriculari
Per insegnare fotografia è necessario avere conoscenze extra?
Sì, per questo tra gli insegnanti del CUEA c’è lo stimolo
a partecipare alle lezioni dei colleghi, non solo per vedere cosa gli
altri fanno e come mettono i pratica le loro conoscenze, ma anche per
avere una più ampia coscienza dei legami spesso indistinguibili
tra le differenti forme espressive. Tra di noi ci sono inoltre collaborazioni
artistiche e tanti di noi si dilettano anche in discipline che non insegnano
direttamente, come la scrittura di testi, il disegno, la passione per
la pittura, il cinema, il fumetto, la letteratura. Tutto questo contribuisce
sostanzialmente ad una conoscenza e di conseguenza ad un insegnamento
pieno di incroci e riferimenti al cinema, alla pittura, alla letteratura,
che rendono ricchi e appassionanti i percorsi didattici, e sicuramente
più veri e complessi quali sono realmente i legami tra le differenti
attività umane.
Principalmente una cosa che unisce gli insegnanti del CUEA, che viene
avertita dagli allievi, ed è questa una conoscenza extracurriculare,
è il senso collettivo del sociale in cui si avverte che niente
è isolato e che anche le difficoltà che ci si presentano
sia con l’attività specifica che portiamo avanti che i disagi
degli allievi sono da inquadrare in una crisi e in una contraddizione
più ampia. Per questo spesso nei corsi o tra di noi entrano in
ballo tematiche sociali come la guerra, il libero mercato, la crisi
esistenziale di noi persone.
Anche in questo senso si lavora tanto, chiedendo ai nuovi insegnati
e definendoci di fronte agli allievi fin dalla presentazione dei corsi
come un’associazione fatta di artisti “impegnati” in qualche modo e
sensibili alle sorti del mondo.
Lo spazio adeguato
Questo è un tema dolente. Ogni spazio ha la sua “azione di forma”,
ossia la morfologia di uno spazio influenza notevolmente le attività
che vi si svolgono all’interno. Gli architetti di un tempo lo sapevano
bene e quindi oltre alle esigenze pratiche di un luogo vi erano anche
delle esigenze estetiche o spirituali nell’architettura sacra. Per questo
abbiamo impiegato diversi anni per trovare dei locali adeguati, per
arredarli e attrezzarli sufficientemente. Sembra un tema secondario
ma non lo è. Anche in questo si può dire molto, ad esempio
per dipingere sarebbe bellissimo avere uno spazio più ampio dove
si possano usare le pareti in cui si possano appendere delle grandi
tele o fogli, anche per il disegno avere un angolo dove poter eventualmente
far posare una modella o un modello per disegnare il nudo accrescerebbe
le nostre possibilità. In generale abbiamo fatto tanto ed ora
si respira una buona aria al CUEA l’ambiente è caldo e sereno,
molto diverso dai locali che abbiamo preso in affitto fino a due anni
fa. Un locale bello, luminoso, spazioso è l’ideale per creare.
L’ampiezza non deve essere dispersiva ma neanche opprimente. Sicuramente
uno spazio polivalente ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma i costi
elevati non consentono il più delle volte di avere degli spazi
adeguati.
I tempi adeguati
Da cosa sono definiti gli orari e i tempi di un corso? Sono principalmente
prestabiliti dalla formula del dopolavoro, che non ci consente di avere
orari forse più adeguati come quelli mattutini o del primo pomeriggio
in cui c’è la luce, per cui la didattica e la suddivisione in
lezioni sono stabiliti principalmente dal calendario scolastico che
prevede massimo 9 mesi di corso e una volta a settimana. Ma questo non
è di grande impedimento per una didattica dell’arte, piuttosto
lo stabilire a tavolino delle lezioni ed un percorso perché si
tratta di corsi di gruppo a volte ci pone dei problemi. Ad esempio ci
sono classi che hanno necessità di ripetere ed approfondire in
più lezioni dei temi che sono più difficili, oppure in
poco tempo bisogna fare una selezione di cose per cui non si possono
approfondire delle tecniche e a volte si predilige la varietà
all’approfondimento. In questo caso, quando si parla di corsi di base,
gli allievi preferiscono avere un po’ di tutto che un approfondimento
di un tema. Nel corso di disegno sempre nasce alla fine dell’anno la
necessità di approfondire la figura umana e il volto in particolare,
ma poi quando si tratta di definire chi è interessato ad un secondo
anno di approfondimento non si raggiunge mai la quota di iscritti per
farlo partire.
All’inizio poi quasi tutti noi abbiamo fatto dei corsi iper concentrati,
da appassionai quali noi siamo quando facciamo la programmazione ci
diciamo: questo non si può escludere, quest’altro è importante,
ecc. finendo per costruire un corso che piace a noi, pieno ed intenso
ma poi nella pratica risulta un piano di studi troppo denso per chi
non sa ancora se gli piace veramente dipingere, disegnare o scrivere.
Si tende cioè a mettere troppa “carne sul fuoco” ottenendo il
contrario, ossia confondendo e disorientando i discenti. La regola è
non più di un concetto nuovo a lezione, a volte meglio più
lezioni su un solo concetto. La concentrazione è solitamente
scarsa per cui abbiamo capito che è meglio pochi elementi chiari
ed essenziali. Questo è in linea con quanto detto precedentemente
sulla condizione generale degli allievi che sono principalmente insicuri
ed emotivamente ansiosi quindi troppe cose tutte ad una volta non vengono
viste come una intensa e accelerante esperienza ma come una inibitoria
e ansiosa scalinata. La semplicità e la distribuzione corretta
degli elementi nel tempo è la migliore formula per poi in un
secondo momento eventualmente accelerare, aggiungere elementi. Il primo
obbiettivo è quello di raggiungere una tranquillità psicologica
in cui tutti si sentono in grado di avanzare, gradualmente con molta
lentezza. La lentezza è alla base dell’insegnamento artistico,
la fretta, l’efficientismo di certi corsi “professionali” in cui ci
sono lezioni di otto ore di seguito ogni 15 giorni, o ti insegnano ad
usare il computer in sole 10 lezioni. Sono ottimi elementi per chi sente
che non ha tempo e che vuole sapere tutto subito e vuole spendere poco
e in due mesi essere in grado di fare le cose. Spesso arrivano allievi
insoddisfatti di certi corsi in cui alla fine non hanno appreso niente
ma sono stati ammaliati dall’illusione di poter acquisire subito delle
capacità. In altri casi ci sono dei corsi così diluiti
che sorge il sospetto che chi li organizza cerchi di legarti per anni
alla propria organizzazione. Dunque il giusto formato va trovato nel
tempo, noi dobbiamo garantire accessibilità graduale alla conoscenza
e non possiamo illudere le persone che certi risultati vengano in pochi
mesi ma che è possibile avere delle soddisfazioni in pochi mesi,
soddisfazioni che servono per dare quel senso di avanzamento concreto
che aiuti le persone ad avere l’entusiasmo a continuare. Nei corsi di
musica si faceva questo esempio: fare delle scale musicale per 9 mesi
è frustrante, meglio imparare degli accordi minimi che consentano
di suonare un pezzo semplice in pochi mesi e poi accedere a livelli
più complessi e più alti, ma avendo la soddisfazione che
qualcosa di concreto siano stati in grado di farla. Anche nel disegno
si lavora per risultati graduali che danno comunque un senso di concretezza
visibile in chi si applica.
Strumenti didattici adeguati
La tecnologia oggi consente di apprendere in maniera più efficace
e veloce. Un video proiettore e l’uso del computer si sono rivelati
strumenti indispensabili per alcuni corsi teorici come quelli di storia
delle Arti o quelli di Video e Montaggio Video, ma anche per altri come
Psicologia dell’Immagine. In questi corsi si illustrano dei concetti
teorici attraverso degli schemi, film, immagini di creazioni artistiche.
Ma anche un microfono, un mixer, le tavole per disegnare, i cavalletti,
ecc., sono strumenti indispensabili.
Bisogna certamente dedicarsi con particolare attenzione a questi strumenti,
bisogna elaborali, costruirne alcuni progettati da noi come le tavole
per disegnare, bisogna insomma includere nella didattica l’uso sempre
più consapevole e specifico di strumenti didattici. Ricordo che
il primo corso di disegno era ridotto a meno di dieci dispense, mentre
oggi ce sono più di 30, più curate impaginate meglio,
con disegni e illustrazioni che allora non c’erano. Ma anche le tavole,
i pennelli, i media di impasto, i supporti cartacei sono aumentati.
Questo può avvenire solo attraverso una costante modificazione
del corso che deve essere migliorato ogni anno, deve cioè crescere
anche in questo senso. Ogni fine lezione, sopratutto i primi anni, rientravo
a casa e scrivevo cosa non era andato, che cosa era mancato, che cosa
potevo modificare e aggiungere, così ogni anno mi ritrovavo con
tutta una serie di modifiche e miglioramenti da fare. Questi appunti
vanno presi al massimo il giorno dopo perchè altrimenti ci si
dimentica. Poi qualche giorno prima della lezione si rilegge sempre
il tutto ed anche il quel caso a distanza di un anno si possono vedere
dei miglioramenti da fare. Questo è un metodo che ci pone in
costante cambiamento senza mai accontentarci dei risultati che comunque
ci sono stati anche il primo anno che facevo il corso, ma non è
dagli allievi che può venire l’impulso a cambiare perché
è difficilissimo che qualcuno ci venga a dire cosa migliorare,
o cosa incrementare anche quando gli si chiede apertamente dei commenti
loro non sono in generale in grado di dare dei suggerimenti sostanziali
per modificare delle cose.
Interazione e rapporti
tra gli allievi
La competizione, quella in cui si instaurano rapporti di invidia, prestigio,
ipocrisia, ecc. tra le persone è una normale forma di stare assieme,
sopratutto quando ci sono dei “preferiti”, dei “secchioni” e dei “somari”.
Tutte queste forme di giudizio rigido e di classificazione sono nocive
alla crescita sia individuale che di gruppo. Ciò non avviene
in classi come le nostre dove non c’è un voto 3 e quindi dei
premi e delle punizioni. Anzi ci sembra così primitivo quel modo
di lavorare che non ci tocca minimamente se non come ricordo delle scuole
istituzionali, al posto della competizione c’è la collaborazione
o, in lavori individuali, la stima, i complimenti sinceri, la voglia
di raggiungere dei risultati che altri hanno ottenuto. In tutti questi
anni a parte alcune persone, la classe è sempre stata motivo
di stimolo, di ritrovo, di entusiasmo e di amicizie che si sono andate
costruendo nel tempo. Ancora non vi sono delle vere e proprie forme
di collaborazione se non nei corsi in cui è necessario il lavoro
di gruppo come nel teatro o nella danza, questo perché ognuno
è giustamente concentrato a trovare una propria entità,
una propria forma, e solamente con classi che sono da tre anni che lavorano
artisticamente con discipline individuali si può procedere per
obbiettivi e progetti comuni. L’interazione è sopratutto alla
fine dell’anno quando ci sono i saggi o nelle serate artistiche che
si organizzano ogni tanto. Questo non vuol dire che non ci siano interazioni
forti tra le persone, anzi, ma non sono dovute a degli esercizi specifici
o a dei temi, ma alla convivenza e scambio normale che si stabilisce
in un gruppo che condivide un forte interesse. In questo senso si lavora
più emotivamente, ad esempio organizzando serate di cinema, o
vedere delle mostre assieme, si sta attenti a creare un ambito cordiale,
caldo, affettuoso. Non rientra propriamente nella didattica ma nella
sensibilità di chi organizza le classi, quindi non ci sono decisioni
da prendere in gruppo, ma spesso ci sono delle caramelle al centro del
tavolo e in prossimità delle feste c’è sempre qualcuno
che porta un dolce e uno spumante. Questa “forma d’ambito” è
diversa da quella di una azienda, o familiare, o di amicizia, è
un luogo in cui ci si confida, ci si apre, molto spesso si crea una
complicità sottile e quando ciò avviene, nella maggior
parte dei casi, vi è un miglioramento nella partecipazione e
nelle creazioni.
Si potrebbe sviluppare ancora questa interazione, anche perché
molti allievi dei diversi corsi che si svolgono in contemporanea, si
conoscono durante le pause e sempre c’è reciproco interesse,
spesso mi chiedono “cosa studiano nell’altra sala?”. Questa curiosità
e questa interazione è conseguenza di una forma che noi abbiamo
deciso di avere alle origini della nostra formazione. Per qualche anno
abbiamo promosso queli che chiamammo “Calderoni” in cui si invitavano
gli allievi di tutti i corsi a creare una serata di espressione artistica,
ma la scarsa partecipazione da parte degli allievi e i tanti impegni
di noi docenti ci hanno fatto rinunciare a queste forme. In futuro chi
lo sa!
Le forme particolari
La coerenza
Le forme non sono disgiunte dal contenuto. Facciamo un esempio: vi sembra
coerente che un corso che ha alla base la creatività, l’ispirazione,
la profondità del trascendente, la sincera umanità, l’apertura
a tutte le soluzioni possibili, la rilassatezza, il piacere, ecc. sia
un corso rigido, freddo, autoritario, in cui l’insegnante è uno
stressato, chiuso, musone, privo di gioco e di allegria? Vi sembra coerente?
Io non mi fiderei di quello che dice, io mi fido solo di chi sta cercando
di insegnarmi e trasmettermi dei concetti, delle filosofie, delle metodologie,
degli atteggiamenti mentali ed emotivi e li esprime nella sua persona,
uno che è nel suo stile di vita ciò che insegna.
Non vogliamo dire che un corso di teatro deve essere teatrale e uno
di disegno disegnato, ma parliamo di atteggiamenti più interni.
Ne consegue il fatto che un educatore deve essere un modello di ciò
che propone agli altri come tale, perché delle persone dovrebbero
essere motivate a lasciarsi andare a dare un grande valore a ciò
che studiano se lo stesso se chi propone tali forme non è lui
per primo espressione di ciò che espone?
La coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa è
elemento fondamentale per avere un corretto e giusto riferimento nei
discenti. Si parla in questo caso di “maestri” nel vecchio e aulico
senso del termine non solo nel mestiere ma anche nelle condotte. Dire
maestro di vita è presuntuoso, non si tratta di guide religiose
o morali ma sicuramente di guide emotive, esemplari e in qualche modo
spirituali nel senso del giusto “spirito” per affrontare le arti.
La disciplina interiore
L’educazione si fa in questo modo più complessa perché
non c’è solo da prepararsi tecnicamente a sapere qualcosa ma
essere attenti osservatori di ciò che ci succede. E non c’è
niente di più difficile che conoscere se stessi, è decisamente
più facile vedere, criticare, disquisire su ciò che è
esterno a noi come ad esempio le critiche che si fanno ai lavori degli
allievi. Ma in tutta onestà neanche noi ci siamo chiesti fino
in fondo il perché di certe cose, ci succedono e basta, siamo
capaci e basta, magari ci siamo dimenticati dei passi, dei ragionamenti,
delle inquietudini che hanno accompagnato tali conquiste. Il rischio
è quello di credere che ci siano cose “evidenti”, scontate e
quindi si passa subito da un tema ad un altro con una facilità
che abbiamo ottenuto solo negli anni. Questa ricerca dei processi di
apprendimento, elaborazione e sintesi che hanno agito in noi è
essenziale per un buon didatta che non da niente per scontato e che
cerca sempre di sciogliere ciò che in lui è gia sintetizzato,
abituale. Noi non abbiamo seguito solo delle tecniche e di conseguenza
queste hanno agito su di noi e ci hanno formato, non è stata
una cosa così passiva e sbaglieremo se pensassimo che meccanicamente
il solo fatto di fare un certo tipo di percorso “esterno” ci porti a
delle conoscenze. Non è così, ogni qual volta ci sono
stati dati degli stimoli, delle prove, dei compiti, noi abbiamo operato
in maniera complessa abbiamo interagito con questa realtà, ne
abbiamo visto solo una parte e altri elementi erano gia dentro di noi
dovuti ad esperienze precedenti. Abbiamo operato in una determinata
forma, in un modo, con delle caratteristiche “interne”. C’era in noi
una curiosità, una necessità, una voglia di scoprire,
smontare, capire, che ha fatto si che con i giusti esercizi ci siamo
rafforzati, siamo cresciuti.
Questo bisogna insegnare, un atteggiamento, un modo di pensare sulla
forma, sull’estetica, sui contenuti, sulle modalità. Mi ricordo
Domenico, l’insegnate di Sceneggiatura Cinematografica, che in una lezione
che ho assistito aiutava a scrivere per immagini, aiutava a ragionare
per immagini, insegnava non una tecnica ma un atteggiamento. L’atteggiamento
è prima della tecnica. Pensare e sentire prima di agire. È
forse azzardato dire che istruiamo a pensare ma è così,
e lo diciamo alla presentazione di nostri corsi.
Didattica
Come si educa ad una disciplina interiore. Bisogna prima osservarla
in noi stessi e negli altri, essa si esprime in ragionamenti e sentimenti
che anticipano e seguono l’azione. Bisogna quindi stabilire quali sono
i modi corretti per affrontare ad esempio il disegno di una bottiglia
e quelli che invece sono scorretti. Scorretto è ciò che
ti allontana dall’ottenere i risultati voluti corretto e il contrario.
Non si può lasciare totalmente al caso, all’ispirazione, oggi
mi riesce e domani chissà. Bisogna capire cosa ci fa ottenere
dei risultati costanti e crescenti. Per questo non si può agire
senza ragionare prima e dopo. Nella pratica un allievo mi porta un disegno,
si valuta il disegno ma non solo, gli chiedo che cosa è successo
nella sua testa mentre lo faceva, come ragionava, gli chiedo di mostrarmi
il suo “Dialogo Interiore”. Se è entrato in conflitto con se
stesso, se non sapeva da dove partire e quindi era disorientato, se
la sua preoccupazione era che doveva finirlo entro un’ora, se no riusciva
a dare un ordine ed una armonia a tutte le componenti, il suo disegno
sarà sbagliato. Ma se invece si è domandato su quante
linee cerano in quello spessore, se non nominava gli oggetti, se procedeva
con ordine, se cercava di capire come stava in piedi quell’oggetto il
disegno sarà più corretto. Il buon disegno è frutto
di un buon ragionamento, ma anche un buon recitato, una buona esecuzione
musicale. Ma questo è solo il primo passo ossia padroneggiare
una tecnica e poi ci vuole un altro tipo di ragionamento fatto di similitudini,
di associazioni, di tipologia di tratto, di scelta dell’inquadratura
che rendono quel disegno non solo una buona esecuzione tecnica della
realtà ma un particolare e soggettivo modo di trasferire in un
oggetto elementi propri di altre dimensioni psicologiche, emotive e
spirituali (energetiche, respiro o soffio vitale, il CH’I per i cinesi
taoisti).
Sicuramente dei corsi di base come sono i nostri non hanno la pretesa
di educare alle alte e complesse implicazioni del linguaggio e del senso
dell’arte a noi basta aiutare ad avere una certa dimestichezza tecnica
con una coscienza minima di tali forze ed energie che si esprimono nelle
opere d’arte che continuano per lo più a rimanere un mistero
per tutti ma non per questo non avvertibile e comunicabile. Ma sappaimo
che facendo filosofia dell’arte si va da poche parti per cui ci limitiamo
a capire come le insicurezze e le paure prima di tutto agiscono nella
elaborazione e critica delle creazioni degli allievi.
Torniamo alla pratica. Chiaramente alla domanda cosa ti è successo
mentre disegnavi nessuno sa dirti niente, allora si disegna assieme
cercando di fare attenzione agli elementi che agiscono. L’insegnate
sa e deve sapere come più o meno si ragiona correttamente e scorrettamente,
per questo quando gli chiedo se gli sono successe delle cose si sentono
con sorpresa capiti, sentono che c’è qualcuno che può
aiutarli a osservarsi. Quindi la prima educazione è quella di
fornire dei parametri di osserazione, delle tecniche, e poi un metodo
descrittivo. Dopo poche lezioni alla domanda cosa ti è successo
ci sono molte cose che prima non si notavano, una scoperta. Sembra dicano
“ma guarda mentre disegno cosa tutto mi succede”. Attenzione. Si tratta
di questo. Ma poi no basta, devo anche capire cosa c’è da modificare,
devo capire anche dal disegno quali ragionamenti sono mancati, quali
domande o condizioni, come il tempo, lo spazio, i disturbi intestinali
o altri elementi che subentrano nell’agire. Le aspettative e le credenze
sono forze che modificano l’atteggiamento, si vedono subito alla prima
lezione. Ci si scopre disegnando, e poi dopo che si vede il disegno
come analizzarlo, cosa guardare, come leggere i segni in modo tale da
andare oltre dal bello/brutto o giusto/sbagliato. Cosa è funzionato
e va rafforzato e cosa no. Ed anche in questo caso c’è un dialogo
interiore nel come guardo il mio operato. Di fronte allo stesso disegno
posso decidere di non disegnare mai più oppure ci posso vedere
degli sviluppi. Anche questo non dipende solo dal disegno ma soprattutto
dall’atteggiamento che pongo di fonte ad esso. Va educato anche quello
chiedendo loro cosa ne pensano, di criticare il proprio lavoro vedendone
più aspetti possibili.
Stiamo elaborando un materiale apposito sul dialogo interiore del prima,
durante e dopo la creazione artistica e sul tema del metodo descrittivo
che deve essere di un certo tipo non identificato, come se si trattasse
di descrivere un fenomeno esterno a noi (visto anche che ci riesce così
bene criticare e vedere le cose esterne!).
La prima educazione è
questa di atteggiamento che si esprime nel “dialogo interiore” fatto
di voci di personaggi, come l’Insicuro, il Criticone, il Passionale,
personaggi che vanno distinti e conosciuti mentre agiscono. Forse non
diventeranno dei grandi disegnatori, chi lo sa, ma sicuramente il corso
di disegno porta le persone a sviluppare maggiore attenzione, senso
delle proporzioni, dell’armonia oltre che una discreta auto conoscenza.
Il gioco
Quando i corsi hanno una notevole parte creativa come quelli di Scrittura
o di Fumetto, rispetto ad altri più tecnici come Disegno, Pittura,
Creta, Canto, Chitarra, ecc. la maggior parte degli esercizi vengono
proposti e sono come di giochi. C’è molto divertimento e questo
accresce l’entusiasmo e la voglia di mettersi alla prova (tanto è
un gioco!). Ma l’aspetto ludico ed anche la leggerezza e l’allegria
in ciò che si fa sono elementi che aiutano e facilitano l’apertura
emotiva e la costanza nella partecipazione. Se l’insegnante sa essere
simpatico, brillante e con battute e forme giocose trasmette il suo
sapere gli allievi sono molto più disposti ad apprendere e riescono
a memorizzare meglio le cose. L’atteggiamento serio e solenne è
anche quello in certi momenti necessario ed indispensabile, ma solitamente
il ricordo di molti insegnati non è certamente quello dell’allegria,
del gioco e della simpatia, e sappiamo tutti che il nostro rapporto
con loro non era certamente dei migliori. Poi se si cerca con la simpatia
di compensare l’incapacità di insegnare si cade nell’opposto.
Allora meglio uno più serio e onesto.
Nella didattica dell’arte il gioco è strumentale al di là
dei caratteri degli insegnati, dovrebbe essere sviluppato anche con
l’ottica professionale, certamente forzare non ha senso ma si può
cercare di rendere i propri corsi sempre più brillanti, tonici,
svegli.
Nel corso di Disegno ma anche in quelli di Pittura e Creta e sopratutto
quello sulla Creatività gioco molto sulle paure, sulle insicurezze,
sullo sbagliarmi a dire le cose, mi metto dubbi, faccio delle domande
trasversali, ad esempio dico sempre che chi lo desidera ho un frustino
per fustigarsi in caso di necessità e questo aiuta a scoprirsi
e farci vedere con affetto le nostre debolezze.
L’integrazione
Per finire la didattica del CUEA ha come punto di forza il fatto che
chi organizza i corsi da anche la possibilità di partecipare
all’organizzazione di eventi, come sono stati i Calderoni, gli incontri
di Libera Espressione, le Gite Artistiche e Culturali fuori Firenze,
le scampagnate in montagna, e tutta una serie di attività che
puntano a far si che si crei un ambiente di scambio e di solidarietà
che vada oltre alla partecipazione stretta dei corsi. Partecipa sempre
una percentuale degli allievi, ma l’obbiettivo non è numerico
ma qualitativo, ci interessa creare condizioni affinché attraverso
l’interesse per l’arte si stabiliscano relazioni più profonde
e forti di quelle che normalmente si instaurano tra le persone che partecipano
ad un corso. Non solo questo consente poi di avere la possibilità
di applicare l’arte che si è appresa al di la dei corsi, ma anche
di creare un piccolo fenomeno culturale e umano che rende viva l’associazione
come aggregazione e sviluppo di nuove forme di relazione.
Tutto questo fa sentire l’ambiente della scuola come accogliente, caldo
e aperto condizioni ottime per lasciarsi andare all’espressione.
Considerazioni personali
Non si può definire la passione e l’affetto che ognuno di noi
prova o non prova nei confronti di questi esseri che come noi cercano
di essere più felici. Io amo le persone, abbraccio i miei allievi,
mi interesso a quello che gli succede nella vita personale, con molti
di loro ho stretto amicizie che durano da anni, curo le relazioni perché
sento che questo mi rende più umano. Non si può certamente
ridurre questo rapporto a insegnate-allievo ma da persona a persona.
Ho la fortuna di conoscere oltre 40 persone diverse ogni anno, di vederle
per nove mesi una volta alla settimana, ricevo le loro e-meil, le telefonate
in cui mi ringraziano per quello che faccio e mi aprono le loro vite,
ed io anche mi confido con loro gli racconto cose della mia vita e ho
un immenso piacere a vederli ogni settimana. Sempre sono entusiasta
di fare quel che faccio e le soddisfazioni che ho ricevuto e ricevo
ogni anno mi confermano che è giusto quel che faccio e che ha
un senso che va molto più in la di insegnare a delle persone
a esprimere delle loro capacità. Tutto questo va detto ed è
il motivo che mi muove. Non si può insegnare questo, almeno credo,
si tratta solo di sentire l’umano nell’altro e sentire che ogni lezione
è una occasione per crescere ed amare.
Note.
1. Vedi Silo, Opere Complete Vol.I, Contributi al pensiero: Discusioni
storiologiche; ed. Multimage 2000
2. Si consideri che l’apprendimento è un processo di registrazione,
elaborazione e trasmissione di dati, e questa attività della
coscienza è a sua volta registrata internamente. Quando si stabilisce
questo tipo di retro-alimentazione (feedback) la registrazione si accentua.
Quindi si apprende agendo e non solo registrando, e questo sistema genera
una nuova retro-alimentazione tra chi insegna e chi apprende. Le domande
sono operazioni mentali eseguite da chi sta apprendendo e che necessitano,
da parte di chi insegna, l’elaborazione di operazioni e associazioni
che non avrebbe mai pensato stando da solo. In questo sistema di relazione
ambedue insegnano e apprendono simultaneamente.
3. Vedi Articolo sul web cuea.it, Saggi, Riflessioni sull’Arte, Il Voto
nelle scuole
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