8 - QUEGLI STRANI ESSERI

Riflessioni sull'Arte

L’arte e gli artisti in questo pazzo mondo!
Ebbene SI ! noi siamo passati dall’essere la "ricchezza" della società ad essere una "spesa", un "disavanzo pubblico", un "capriccio dispendioso".

In questa società sono poche le cose considerate ineludibili e necessarie e sono : lavorare, produrre, spendere. Certo che dipingere, scolpire, scrivere poesie, filmare, comporre sono "capricci" di quegli strani esseri che se lo possono permettere, sono altre le necessità e i bisogni a cui bisogna far fronte.
Io sono un artista, e di solito non mangio, vivo nelle caverne, la mia pelle e gialla, rossa e blu. Sono una specie in estinzione e al contrario delle foche Monache non sono ne protetta e ne tutelata dall’inquinamento e dagli sfruttatori.
E’ constatato che non serviamo a un tubo, l’unica utilità, se abbiamo una quotazione nella Borsa delle Arti, è economica e di prestigio culturale: Segantini s.p.a. è in rialzo rispetto a Fattori & C. che perde due punti ! Se non siamo quotati possiamo anche dedicarci a coltivare pomodori in campagna.
Siamo utili se abbiamo "audience", se abbiamo un mercato che ci appoggia e ci "compra". Saremo utili se siamo commerciali o commerciabili. Quindi e giusto che ci siano tanti medici, tanti ingegneri, e tanti commercialisti o economisti. Loro sono utili a questo sistema... ma noi no, per questo ci stiamo estinguendo, ed è per questo che siamo indispensabili e disponibili per la creazione di un’altra organizzazione sociale.

Molti di noi non sanno perché sono nati così o perché lo sono diventati, di solito i casi infetti vengono isolati o si isolano soffrendo della loro malattia. Proprio per questo isolamento dalla società è diminuito notevolmente il rischio di contagio, grazie anche allo sviluppo della società industriale prima e allo sviluppo tecnologico in questi ultimi 30 anni. Per evitare il contagio abbiamo creato anche dei circoli o dei luoghi riservati agli ammalati che comunemente vengono chiamate gallerie, perché è ben noto che oltre al tunnel della droga esiste anche quello dell’arte.

Quando tanto tempo fa’ capirono le conseguenze deliranti della malattia le società istituirono dei veri propri istituti come il liceo Artistico o l’accademia di Belle Arti, ma oramai vista la mancanza di casi chiuderanno presto. All’interno di questi istituti il paziente, carico di strani entusiasmi mistici, viene curato e riportato alla normalità. A questo riguardo sono chiari i dati che la maggior parte dei diplomati o laureati in questi istituti abbandonano totalmente le attività proprie della malattia o meglio conosciute come attività artistiche.
Molti di noi si fingono malati ma in realtà lo fanno per essere compatiti, basti guardare le loro produzioni che di artistico hanno solo la tecnica ma in realtà esprimono la sana lucidità e il fermo calcolo economico, oltre che la giusta dose di prestigio culturale che in tutti i casi li emancipa ad esseri assolutamente normali. Non si è mai ben capito perché costoro non stanno esplicitamente dalla parte dei sani di mente.
Eppure ogni volta che ripercorro la storia della civiltà umana prima ancora che ci fossero le guerre, che ci fosse il linguaggio in codice, che ci fosse la scrittura, c’era la musica, la pittura, la danza e in qualche modo anche il teatro, ma che potevano perdere così tanto tempo con queste sciocchezze inutili ?
Non si può spiegare l’espressione artistica come un fenomeno esterno, naturale come gli alberi e le pietre. Il suo senso non sta nell’utilità esterna. Se dipingo per mangiare o sono scemo o non ho ancora scoperto il pollo arrosto. Se recito per guadagnare l’obbiettivo è il denaro e non il registro di quello che faccio.
Se sono un essere naturale, una macchina biologica che è spinta dalle necessità del corpo , mangiare, dormire, riprodurmi e morire, che senso ha dedicarsi all’arte ? Sempre ci saranno cose più urgenti e più necessarie, perché tutto ciò che farò punterà a dei benefici pratici, tangibili, mostrabili, quantificabili, scientificamente validi o biologicamente validi.
Ma io sono malato, non capisco, vivo fuori dal mondo sono fuori dalla "realtà", perché dedico il mio tempo a dipingere scrivere, poetare, musicare, recitare. Sono malato perché mi esalto quando ascolto Puccini, mi emoziono quando vedo le ombre dello scolapasta sul tavolo, mi commuovo quando ascolto il suono di parole per me forti e semplici. Sono malato perché soffro quando vedo la "realtà" agitarsi frenetica sotto i suoi sontuosi palazzi fatti di paura e di timore per rifugiarsi dalla morte e dalle malattie.
Soffro perché anche se non vorrei ci sono dentro anch’io.
Soffro perché non ho mai accettato di diventare "adulto" e mentre il mio corpo cresce mi rifugio nell’arte dove finalmente posso essere bambino.
Ma so anche che tutto questo mi crea contraddizione, aumenta il varco violento tra il mio paesaggio esterno e il mio paesaggio interno, varco che profondamente non ho scelto.
Ma vale ancora la pena soffrire per i nostri errori ?
Vale la pena soffrire se il mondo non è come ce lo siamo immaginati ?
Vale la pena soffrire per i miei ideali di felicità o è un paradosso ?
E se soffriamo perché il paesaggio esterno non corrisponde a quello interno non è meglio cambiarlo anzi che punirsi per colpe che non abbiamo mai avuto ?
Chi soddisfiamo con la nostra sofferenza, dobbiamo forse pagare un pegno a qualcuno o a noi stessi ? E se così fosse non abbiamo già pagato abbastanza ?

Ogni artista lo sa, è un grande alchemico. Perché non proviamo a trasformarci, anzi che malati possiamo diventare guaritori e curatori. Quello che facciamo è medicina per lo spirito e per le emozioni. Poi forse ci faranno un telefilm "Artisti in prima linea", dove noi saremo al pronto soccorso spirito e accoglieremo persone con fratture emotive, collassi spirituali, e gravidanze artistiche che noi porteremo a compimento aiutandolo a partorire l’arte che c’è dentro di lui e non solo di lei.
Per far questo dobbiamo avere fiducia nel mondo, amarlo e curarlo come le nostre opere, perché non basta più una tela o un libro, non basta più. La nostra vita deve essere un opera d’arte le nostre relazioni con gli altri devono essere il nostro capolavoro.

Se lo faremo nessuno si chiederà che cosa serve l’arte, perché se anche non la sperimenteranno direttamente ne avranno i benefici. Si sentiranno allegri perché nel loro quartiere i palazzi saranno colorati, non saranno più scatole ma poesia, sentimento, creatività. Saranno rilassati perché rideranno delle commedie che si rappresenteranno per le strade. Rifletteranno perché stuzzicati dalle letture.

Facendo ciò anche a noi forse sarà più chiaro a cosa serve l’arte.

Firenze, giugno 1997

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