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Saggio 2003 E' vietata la riproduzione dei materiali della rivista Copyrigth CUEA |
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Luana
Gelli
IL TRENO DELLA VITA Manuela Giuffrida DEFORMAZIONE PROFESSIONALE LO SCRIBA LA SIGNORA E LO PSICHIATRA Andrea Masi MACACO L’OROLOGIO ROSE SECCHE Maurizio Teloni DANZA MACABRA GELOSIA IN INSALATA TIGRE E IO |
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Luana
Gelli ILTRENO DELLA VITA Clara se ne stava pazientemente in fila, davanti allo sportello della biglietteria. La stazione era poco illuminata; dei piloni metallici color verde salvia sorreggevano la pensilina, le pareti erano in grigio cemento, segnate da tante scritte e messaggi da frequentatori e passeggeri. Alcune panchine in pietra sbocconcellate s’intervallavano alla distanza di alcuni metri l’una dall’altra. L’ambiente era triste e desolato, come le persone che lo frequentavano, come la miseria della vita. La stazione era stata ricavata da una vecchia miniera in disuso, ai piedi della collina che guarda verso nord, dove il vento di tramontana ulula e il sole vi batte per poche ore. Quasi nascosta agli occhi del mondo che non vuole vedere e non vuole sapere. Davanti a una piccola folla Clara attendeva di poter salire su un convoglio o di vedervi salire qualcuno. La gente stava in fila composta davanti al botteghino era ansiosa come lei. Avere il biglietto significava avere la possibilità, l’occasione per virare un colpo al destino, alla vita. Era una lotteria in mano alla fortuna e all’opportunità. Clara di treni ne aveva visti passare tanti, ma tutti erano ripartiti: senza di lei. Un urlo di gioia irruppe nell’aria pesante della stazione: era Giacomo. Tutti gli sguardi furono subito su di lui fra la commozione e il pianto. Era un evento. Erano passati mesi dall’ultima volta che uno di loro aveva ricevuto un biglietto. Giacomo era un bel giovanotto di ventotto anni; frequenta la stazione da circa dieci, in cerca di un lavoro, uno stabile, per sposare Giulia la sua ragazza, stavano insieme da sei anni, ed è da allora che cominciò a frequentare la stazione settimanalmente. Alto, moro, con due occhi a mandorla saltò felice come uno stambecco, baciò il biglietto come fosse un santino. Clara lo conosceva bene, un ragazzo un po’ irrequieto che si aggirava per la stazione nervosamente ma pronto a mettersi in fila, a sperare, come tutti quelli che si trovavano lì. Quando toccò a Clara, il bigliettaio alzò il capo e girò la testa in segno di diniego. Lei abbassò gli occhi e uscì dalla fila. Bionda, occhi grandi ed azzurri e nello sguardo il velo di tristezza per gli anni perduti. Aveva trentadue anni e da cinque si recava alla stazione, sperando in un biglietto che la riportasse alla sua città. Era fuggita colpita da un immenso dolore, il più grande, la morte di un figlio. Gianni aveva quattro anni, quando gli avevano diagnosticato quella orribile malattia, leucemia. Due anni d’inferno, prima che l’angelo perfido della morte se lo prendesse. Clara e Rodolfo, i genitori, si erano sottoposti al prelievo del midollo, purtroppo incompatibile. La chemioterapia l’aveva ridotto ad uno straccio. Nulla era rimasto di quel bambino allegro e gioioso. I capelli diradati, il visino cereo e spento lo rendevano simile ad un vecchietto. La speranza in un donatore aveva per un po’ aveva illuso i genitori, ma era crollata, col precipitarsi della malattia. Gianni si era spento come un piccolo rondinotto, alle sei di un mattino di giugno. Il cielo era limpido e luminoso, l’aria era dolce e mite, i raggi del sole filtravano allegri dalla veneziana per un nuovo giorno che lui non avrebbe visto. Rondinotto sì, come un rondinotto era morto, come quello che da piccola aveva raccolto ai piedi di un albero. Ricordò con quanto amore l’aveva accudito, gli aveva fatto un nido con una vecchia sciarpa. Usciva due volte il giorno per cercargli insetti e piccoli vermi, pensava che tutto il suo amore sarebbe bastato per farlo vivere, finché un giorno, lo trovò con la testa riversa sul petto, freddo e immobile; l’aveva preso fra le mani, accarezzato, baciato, bagnato di lacrime, sperando di riporlo in vita, ma lui se n’era andato lasciando vuota la vecchia sciarpa e il suo cuore. La morte del figlio l’aveva sconvolta. Era scappata con Rodolfo dalla città ululante di dolore. Avevano preso alloggio in una casa in campagna, a circa quaranta chilometri, lontani dagli affetti più cari, rinnegandosi al mondo, a leccarsi le ferite. Tempo, ci voleva tempo, la città era troppo incalzante, tempo per riflettere, per pensare. Lì in quella pace sperava di ritrovare il suo equilibrio e di farsene una ragione. Col tempo quella casa, la stessa che l’aveva accolta come un rifugio, si stava ora trasformando in una prigione. Quello che più le stava pesando era l’emarginazione che lei stessa inizialmente aveva scelto. Giornate piene di niente, lontano anche dal paese per alcuni chilometri, senza telefono né auto a disposizione. Sentiva che poteva essere pronta a ritornare nel mondo, al lavoro, ad un nuovo inserimento sociale. Una possibilità che avrebbe avuto solo tornando nella sua città, vicino ai famigliari e agli amici. Sapeva, credeva, voleva credere, che un giorno sarebbe tornata e cullando questa speranza aveva preso a frequentare la stazione. Era qui che aveva conosciuto molte persone dalle quali aveva ricevuto affetto e solidarietà; una in particolare che le suscitava tenerezza, Iole. La donna, piccola e magra, curva nei suoi ottantasei anni, aspettava ogni giorno il figlio che forse non sarebbe mai arrivato. Era molto che non lo vedeva, se n’era andato venti anni prima in Brasile, per lavoro. Clara le si accostò: "Signora Iole come va?" "Ma… come vuole che vada, forse morirò senza riabbracciarlo!" "No! Ma che dice! Vedrà, quando meno se lo aspetta verrà quel treno che porta suo figlio!" "Mah… speriamo che io ci sia ancora!" "Certo che ci sarà!" Iole si allontanò silenziosamente. Clara s’incamminò sventolando la mano, un saluto teso ad un gruppetto di persone. Ogni tanto a qualcuno toccava il biglietto e in quel caso se ne andava, altri giungevano nuovi o di passaggio nell’attesa di un treno successivo. Salutò Vasco seduto sulla soglia della porta. Era uno dei più anziani frequentatori, viveva ormai come un barbone, non si metteva più nemmeno in fila. All’inizio sì, sperava di riconciliarsi con la moglie, di tornare in famiglia con i suoi figli, ma da quando aveva saputo che lei si era messa con un altro si era lasciato andare, aveva perso il lavoro e si era dato a quella vita di randagio. Passava molte ore alla stazione, era diventata la sua famiglia. Tutti lo conoscevano e lo salutavano con affetto, a volte qualcuno gli si sedeva accanto raccontandogli le proprie pene, lui gli ascoltava in silenzio, non si esprimeva mai in giudizi ed aveva sempre una parola d’incoraggiamento. Camminando per la strada che la portava a casa, Clara incontrò Luca e Fabiola, con la piccola Rosi di due anni. Loro aspettavano il treno della solidarietà, denaro raccolto da persone umane e generose, soldi necessari per l’intervento della bambina a Parigi. Rosi era nata con una rara malattia ossea, scoperta quando aveva quattro mesi. Da quell’intervento dipendeva la sua sopravvivenza. Prese in collo la bambina per farle dei complimenti e la piccola le sorrise facendole stringere il cuore. In quel sorriso innocente si celava un dramma a lei ancora sconosciuto. Restituì la piccola alle braccia della madre, salutò i genitori e riprese la strada di casa. All’inizio Clara si recava quasi ogni giorno alla stazione, poi una volta la settimana, ora al massimo una o due volte al mese. Non poteva smettere di sperare in quel biglietto tanto agognato, sì, era sicura che un giorno si sarebbe staccato da quel blocchetto magico. Ma questa volta lasciò passare dei mesi prima di tornare alla stazione. Le persone che la frequentavano pensavano a lei e si chiedevano quale fosse il motivo della sua assenza. Fecero le supposizioni più svariate, ma una era la più probabile e la più comune: l’abbattimento, la perdita della speranza. Del resto non sarebbe stata la prima. Appena vi entrò tutti le andarono incontro, salutandola calorosamente. Clara chiese subito di essere informata sulle novità. Si fece avanti Fausto, un ragazzo di ventidue anni, da tre frequentava la stazione, da quando cioè aveva saputo di essere un figlio adottivo. Aveva iniziato a frequentare la stazione della vita sperando di avere il biglietto dell’opportunità. L’opportunità di conoscere sua madre. "Clara sai!", le diceva Fausto con la voce concitata, quasi aggredendola, "Luca e Fabiola sono già partiti con la piccola per Parigi! Ce l’hanno fatta!" "Oh! Sono proprio contenta", rispose Clara. Guardò il gruppo di persone che aveva intorno a lei, c’erano tutti, e questo le fece salire un groppo in gola. Certo non era facile avere il biglietto. Li salutò con un leggero bacio sulle guance, fece per avviarsi allo sportello quando seduta sulla panchina, poco più avanti, vide Iole: teneva lo sguardo fisso nel nulla, senza battere ciglio, il corpo irrigidito sembrava imbalsamato. "Iole!", le sussurrò con dolcezza. Quel richiamo alla realtà la fece sobbalzare. "Oh! Clara, come state?" Ma non finì la frase che scoppiò in un pianto. Clara si sedette accanto e la circondò in un abbraccio. "Su, non fate così! Verrà vostro figlio, verrà!" Nel dire queste parole si sentiva quasi una vigliacca, perché stava ingannando quella povera vecchia? Che diritto aveva di consolarla con una menzogna? Perché? Bugie come balsamo. Intanto che la coccolava l’altoparlante annunciò l’arrivo di un treno. Tutti si guardarono prima in volto, poi le mani. Vuote. Nessuno aveva un biglietto. Il treno entrò silenziosamente, sgusciando come una biscia lungo il binario. Si fermò, tutti avevano gli occhi erano puntati su quel convoglio, quando uno sportello si aprì e dalla seconda carrozza scese una sola persona. Era un uomo sui cinquant’anni, vestito elegantemente, e la sua mano stringeva una pesante valigia. Si guardò attorno smarrito, fermo a pochi passi dalla carrozza. Tutti gli si fecero appresso incuriositi, investendolo con una valanga di domande: "Con quale biglietto è giunto qui? E’ di passaggio? Aspetta qualcuno? L’uomo ignorò le domande, pareva intento a cercare qualcosa, qualcuno. Improvvisamente si fece largo ed uscì dal gruppo di persone che lo stavano assediando, e con passo deciso si diresse verso la biglietteria. La piccola folla lo seguì, curiosa di sapere quale biglietto avrebbe chiesto. L’uomo, giunto allo sportello lo superò senza soffermarsi, andò ancora avanti per una decina di metri. Si fermò davanti alla panchina dove erano sedute Clara e Iole. Le due donne alzarono la testa e lo guardarono, chiedendosi chi fosse; Iole, inebetita, fissava la bocca dell’uomo che restava socchiusa, lasciando le due donne perplesse. Finalmente, dopo un attimo che sembrò un’eternità si aprì in una sola parola: "Mamma!" Iole gli gettò le braccia al collo, i suoi occhi ora brillavano di lacrime. Rimasero abbracciati per alcuni minuti. Iole uscì dalla stazione con le spalle circondate dal braccio del figlio; così rannicchiata sembrava ancora più piccola e fragile. Fausto commentò sottovoce: " Potessi io vedere il volto di mia madre!". Clara, che aveva sentito, non poté fare a meno di rimproverargli: "Non andare a caccia di fantasmi, tu la madre ce l’hai, è lei la tua vera mamma, è quella che ti ha cresciuto e amato fin dal primo momento che sei stato nelle sue braccia". "Lo so", rispose, "l’amore per lei e per mio padre è ancora più grande da quando ho saputo la verità, ma, la mia ossessione è di poter vedere almeno una volta il suo volto, ho bisogno di avere una sua immagine, un’identità". "Capisco, ma tu non sai se anche lei lo vorrebbe, potresti rischiare di essere rinnegato una seconda volta!" "Ho pensato anche a questo, vorrei solo sapere chi è, mi apposterei vicino alla casa aspetterei che lei uscisse per quardarla, magari andandole incontro, urtandola perché si fermasse un attimo, allora fisserei i lineamenti del suo volto, imprimendoli per sempre nella mente; questo mi basterebbe, non voglio entrare nella sua vita, né potrei tollerare un nuovo rifiuto". "Quello che tu stai dicendo è legittimo e umano, ti auguro che tu possa avere il biglietto per questa opportunità". Salutò Fausto e si avviò alla biglietteria. Se ne andò contenta solo per Iole. Con il passare del tempo Clara andò alla stazione sempre più di rado, finchè smise del tutto. Era successo all’improvviso. Un giorno aveva preso coscienza che il suo era stato un sogno, un bellissimo sogno che le aveva fatto compagnia in tutti quegli anni, ben sette. I primi quattro anni erano trascorsi nel dolore e nella solitudine, poi aveva alzato la testa e aveva preso a frequentare la stazione. Lì si era sentita in famiglia fra persone come lei, disperate, ma con la voglia di tentare ancora, di provare a sperare in una svolta della vita. Ora si domandava come aveva potuto sperare in quel biglietto! Come aveva potuto continuare a recarsi alla stazione, senza nessun motivo concreto, sperando in un biglietto impossibile! Si sentì stupida e insensata. Come chi crede in Dio aveva creduto con fede, senza ragionamento, lei, che non credeva in Dio. Quella presa di coscienza le aveva inflitto un duro colpo. Ora si sentiva ancora più sola senza il sogno che in tutti quegli anni l’aveva cullata. Ora viveva per forza d’inerzia, condannata a respirare, costretta ad essere viva. Qualcuno aveva scelto per lei, ma chi? Chi aveva disegnato la sua vita? Quale mano perfida aveva scritto quel copione? Costretta a recitare su un palcoscenico un assolo di fronte ad un pubblico inesistente. Di quale ignobile crimine si era macchiata nei suoi ventisei anni? L’età nella quale aveva scoperto l’orribile malattia di suo figlio, cosa doveva scontare allora, e cosa ancora? Di fronte a queste domande senza risposta si era chiusa sempre più in se stessa, escludendo per sempre la stazione. Di quella Clara felicemente sposata e madre non rimaneva più nulla. Sentì di aver toccato il fondo e riemergere era impossibile. I giorni e i mesi passavano e con loro Clara perdeva i suoi anni più belli, così confinata, emarginata da se stessa e dal mondo. La casa in cui viveva, non molto confortevole, era disposta su due piani, la cucina era un seminterrato, mentre le altre stanze erano al piano superiore. I pavimenti in cotto erano molto vecchi e consunti ma lei si ostinava a tenerli sempre incerati; le finestre erano piccole, tipiche delle case rurali; una stufa, prima a cherosene e poi a legna, scaldava il piano superiore, mentre in cucina il calore veniva diffuso da un gran cammino. Ma non era il disagio della casa che le pesava, era l’isolamento cui si era condannata, che la angosciava. La mancanza di un telefono e la possibilità di avere un’auto a disposizione erano in realtà le cose che più le pesavano. Certo, avrebbe potuto acquistare una piccola utilitaria, o chiedere l’allacciamento del telefono, avrebbe potuto. Eppure, si ostinava a vivere in un’immobile solitudine. La casa era immersa nei campi fra coltivazioni di mais d’estate e di grano d’inverno, poco distante da quella dei contadini sempre indaffarati e integrati in un mondo che a lei non apparteneva. In un azzurro mattino di primavera inoltrata Fausto decise di andare a trovarla, era da troppo tempo che non la vedeva, voleva accertarsi che stesse bene. Clara stava stirando quando sentì bussare alla porta. Quando se lo vide davanti, rimase stupita e lo guardò come fosse un fantasma. Fausto sorridendo la salutò, lei contraccambio contenta per quella visita inaspettata. "Ciao come stai?" "Bene grazie" Gli disse Clara porgendoli la mano. Lui intanto era pronto ad incalzare con un’altra domanda: "Perché non vieni più alla stazione?" Clara non aveva voglia di parlare di sé, né delle sue tristezze, ed evitò di rispondere chiedendo invece notizie degli altri compagni. Lui la mise al corrente di quelli che avevano avuto il biglietto, dei soliti ancora in attesa e dei nuovi. Intanto che ascoltava le novità mise sul fuoco la macchinetta del caffè. Seduti al tavolo lui le ripetè la domanda che lei aveva ignorato. Clara fu costretta a rispondere: "Meglio non sperare, non credere, è troppo amaro aprire gli occhi e accorgersi di rincorrere un sogno impossibile, con il lavoro precario di Rodolfo non possiamo permetterci un affitto in città ed io così tagliata fuori dal mondo, il solo lavoro che ho trovato è questo", disse additando alle tomaie adagiate sul piano della macchina da cucire. Fausto cercò di incoraggiarla, parlò, parlò, cercando di iniettare in lei la fiducia, la speranza. "Grazie", gli rispose alla fine. "Così non sto bene, vivo in uno stato apatico, ma poiché non mi aspetto nulla, non rimarrò mai delusa". Si era fatto tardi, Fausto la salutò, deluso dalla sua impotenza di fronte all’amica; non era riuscito a infonderle la voglia di combattere, di lottare. Se ne andò dispiaciuto, la donna che lui aveva conosciuto anni prima era capace di essere se stessa, e quella non era più la stessa donna. A Clara quella visita aveva fatto piacere, le mancavano molto le persone amiche della stazione, con loro aveva conosciuto e condiviso le pene e dolori dell’esistenza. Era una famiglia, unita dalla speranza e dal desiderio, in fondo i loro non erano sogni impossibili, ma umane richieste. Passarono alcune settimane. Fausto tornò alla casa di Clara, ansimante. "Clara! Clara!" Aveva iniziato a chiamarla gridando già da un centinaio di metri. Lei che si trovava in giardino ad annaffiare le piante si voltò, lasciò cadere a terra la canna e lo vide correrle incontro, senza capire le parole sconnesse che andava farfugliando. Finalmente l’aveva raggiunta. "Fausto! Cosa c’è?" Lui non aveva più fiato per risponderle. Clara pensò che avesse avuto il biglietto e glielo chiese ansiosa. "Hai avuto il biglietto? Fausto rispondi!" Lui non rispondeva ma con la testa continuava a dire no. "Allora?" Continuava a chiedergli sempre più perplessa. Visto che l’affanno che gli toglieva ogni parola, lo condusse in casa. Lui si lasciò cadere sulla sedia mentre Clara intanto gli porgeva un bicchiere d’acqua. Lo trangugiò tutto d’un fiato. Clara aspettò alcuni secondi e poi: "Allora?! Che cosa ti è successo Fausto?" "A te! Per te! Il biglietto!" "Cosa?" Chiese sbigottita. Finalmente Fausto aveva ripreso fiato. "Sì! Stamani alla stazione hanno fatto il tuo nome, c’era il biglietto per te!" Clara ancora sbigottita rimase per un attimo in silenzio, poi con un grande slancio abbracciò Fausto, piangendo e ridendo. "Oh, Fausto! Grazie, sei venuto qui apposta per dirmelo, grazie, grazie!" "Devi venire subito alla stazione! E’ da troppo tempo che non vieni e la tua assenza fa pensare che non t’interessi più verrà cestinato, io ho pregato il bigliettaio di tenerlo fino a stasera, ma su sbrigati! Vai a prepararti". Stava andando all’armadio per cambiarsi, quando si ricordò della canna dell’acqua ancora aperta e si diresse in giardino. Guardò l’orologio, erano appena suonate le dieci, chiamò Fausto, lui la raggiunse fuori, e una spruzzata d’acqua lo colse impreparato. "Ma… che fai! Clara!" "Sono felice! Sono felice! Felice!" gridava, continuando a girare su se stessa con la canna in mano e gettando acqua da tutte le parti. "Sono felice!" Fausto le tolse la canna di mano e la diresse su di lei: "Sei felice! Eh! Sei felice! Allora io ti battezzo nel nome della felicità!" Fra i due iniziò una lotta chiassosa e furente, per impossessarsi della canna. Getti d’acqua volavano verso il cielo per poi ricadere su di loro; dalle loro bocche uscivano fragorose e schiamazzanti risate. In quel gioco pazzo e liberatorio scivolarono per terra rotolandosi sull’erba, grida e urla irrompevano nell’aria, lance di gioia nel vento. Accasciati, esausti e ansimanti, in silenzio guardarono il cielo, grossi nuvoloni bianchi passavano veloci, leggeri e soffici, allineati in gruppo come vagoni ferroviari. Rimasero così per un tempo breve e infinito. Clara si sentì liberata d’un colpo di tutti quegli anni passati nella sofferenza. Fradici, zuppi d’acqua, con fili d’erba incollati sulle mani, sui vestiti e sui capelli inebriati di felicità rientrarono in casa. "Sei pazza! Guarda come mi hai conciato!", disse, volgendosi lo sguardo addosso. "Se questa è pazzia non voglio essere curata!" replicò Clara. "Vedrai! Troverò qualcosa da metterti addosso non ti preoc-cupare!", disse, mentre assetata versava l’acqua nei bicchieri. Dopo aver ripreso fiato andò nell’armadio in camera a cercare fra gli abiti di suo marito. Fausto era troppo più alto di Rodolfo, i pantaloni gli sarebbero stati corti, ne trovò un paio tipo bermuda e una maglietta a mezze maniche. Ritornò da lui trionfante. "Tieni, questi ti dovrebbe andare bene!" Lui riprese a ridere. "Che c’è da ridere?" "Così vestito sembro uscito da una stazione balneare!" "Ma stai proprio bene! Uggioso!" Con molta serietà si vestirono in fretta, avevano scherzato abbastanza. Un piccolo ciclomotore li attendeva poco distante. Arrivata alla stazione Clara si mise in coda paziente, quando fu vicino il suo turno guardò il bigliettaio, per un eterno attimo vacillò la certezza che l’uomo le consegnasse il biglietto. Quando lo ebbe fra le mani, queste si misero a tremare ubriache, credette di svenire e stretto nel pugno, se lo appoggiò sul cuore. Tutti i presenti le si strinsero attorno, lei li baciò tutti, mentre dagli occhi copiose lacrime di gioia le rigavano le guance. Rodolfo, suo marito, aveva avuto un’ottima occasione di lavoro. Tornando a casa le pareva di cavalcare una nuvola. "Adesso" - si disse, "posso ricominciare a vivere". |
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| Manuela
Giuffrida |
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Andrea
Masi MACACO Sankay era un maestro Zen ed era considerato l’uomo più saggio di tutto il Paese. Aveva ricevuto l’illuminazione a dodici anni e a diciotto aveva fondato una scuola di meditazione Zen. Era difficile diventare suoi allievi, poiché ne sceglieva dieci ogni dieci anni. Una volta scelti, i suoi discepoli erano sottoposti a lavori umili e gli venivano rivolti indovinelli e prove impossibili da risolvere; questo trattamento era necessario per giungere all’esperienza dell’illuminazione. Molte persone, ogni giorno si rivolgevano a Sankay per ricevere consigli su come risolvere i problemi o anche solo per parlare e farsi illuminare dalle parole sagge e pure che gli uscivano dalla bocca. Un giorno, verso i sessanta anni d’età, il maestro Sankay stava meditando nel giardino della sua scuola e componeva un sutra. Per aiutarsi a trovare l’ispirazione, aveva riposto una banana sul tavolo. Quel frutto esotico era sconosciuto nel suo Paese, ma i suoi discepoli lo conoscevano molto bene, poiché egli aveva un banano nel suo giardino che era stato piantato da un suo trisavolo dopo aver fatto ritorno da un lungo viaggio in un paese straniero. Sankay grazie all’immagine della banana, con la sua forma curvilinea, aveva scritto una parabola su quel frutto che diceva che il cammino della vita non è mai rettilineo. Nel giardino, oltre a lui, si trovava un piccolo branco di macachi che salterellavano d’albero in albero alla ricerca di frutti da mangiare. "Mmhh… vediamo cosa posso scrivere: Il secchio è zeppo d’acqua quando la nostra testa è piena di nozioni stagnanti… Si, mi sembra che possa andare". Un macaco vide la banana adagiata sul tavolo. Aveva una forma curiosa; gli piaceva. Voleva mangiarla. Scese dall’albero e si avvicinò quatto quatto al tavolo. A volte è meglio ascoltare il mormorio della luna in una notte tempestosa che la voce del saggio in… "Accidenti, non riesco a trovare una fine per questo sutra. Cosa può dire di sbagliato la voce del saggio? Banana aiutami tu". Alzò lo sguardo dalla pergamena per osservare il suo magico frutto e vide una manina pelosa tastare il tavolo e subito dopo afferrare la banana e scomparire sotto il tavolo. Alquanto sorpreso Sankay si chinò sotto il tavolo e scoprì un macaco mangiare la banana. La scimmietta lo osservò incuriosita e scaraventò la buccia in faccia al maestro. "Brutta mascalzona, te la faccio passare io la voglia di rubarmi la fonte d’ispirazione", e allungò le mani per afferrare il macaco. Esso non rimase fermo per farsi afferrare ma scappò via. Sankay lo rincorse per tutto il giardino. Poi, la scimmietta stufa di scappare si arrampicò su un albero e dall’alto di un ramo si prese gioco del suo inseguitore imitando i suoi buffi movimenti. "Brutto essere antropomorfo, oltre che derubarmi, ti prendi anche gioco di me", e così dicendo si chinò, afferrò una pietra e la scagliò verso il macaco. Mancò completamente il bersaglio, ma il macaco sentendosi minacciato, a sua volta staccò una pigna da un ramo e la tirò verso il maestro Sankay. La pigna si infranse sulla fronte del maestro che rimase per un attimo in piedi ad osservare il macaco che salterellava felice. "Hiiii! Huuu! Hiii!". Il maestro, prima di cascare a terra privo di sensi, sussurrò: "Hi-Hu-Hi". Tzughimi era andato al villaggio per comprare del thè. Ma avendo saputo del ferimento del suo maestro, aveva abbandonato il suo compito e si era precipitato alla scuola. Quando arrivò, trovò Sankay che giaceva sul letto e accanto a lui si trovavano gli alti discepoli. Tzughimi prima di entrare nella stanza fece un piccolo inchino. Gli altri discepoli fecero altrettanto. Tzughimi chiese: "Il maestro come sta? Il dottore è stato avvisato?" "Il dottore è andato via da poco", rispose Ghumiki. "Il Maestro ha preso una botta in testa, ma se la caverà". Sankay sgranò gli occhi. Si alzò e si sedette sul letto. I suoi allievi lo osservarono. "Maestro, come va?" "Maestro, si sente bene?" Sankay li osservò uno ad uno. Non si ricordava chi fossero quelle persone attorno a lui, e cosa gli dicevano? Non capiva quei suoni che pronunciavano. Dove si trovava? Chi era lui? "Maestro tutto bene?" Sankay chiuse gli occhi e la sua mente rimembrò un’immagine di un macaco che salterellava su un ramo e che gridava: "Hiii! Huuu! Hiii!" "Maestro, si sente bene? Dobbiamo richiamare il dottore?" Sankay si portò una mano sulla testa, si sfregò i capelli e gridò: "Hiii! Huuu! Hiii!". Poi camminando su quattro zampe si fece largo tra i discepoli e andò in giardino. "Tzughimi, ma che gli è preso? Si comporta come una scimmia". "Non so Makia, credo che si tratti di una nuova prova. Senz’altro ci vorrà dimostrare che una scimmia ha più umiltà di un essere umano e quindi ha più possibilità di trovare l’illuminazione e lo zen di ogni istante". "Quindi bisogna imitarlo e comportarci anche noi come se fossimo dei macachi?". "Direi proprio di si". I discepoli raggiunsero il maestro camminando come macachi e gridando: "Hiii! Huuu! Hiiii!", poi iniziarono a giocherellare fra loro, salterellarono per il prato, mangiarono bacche che sporgevano dai rami più bassi e si spulciarono reciprocamente, ma il maestro li ignorò, si arrampicò su un albero e si addormentò. "Pss… Tzughimi, stiamo facendo la cosa giusta? Se avessimo sbagliato ci avrebbe senz’altro rimproverato". "E invece non ci ha degnato neanche di uno sguardo. Questo significa che stiamo capendo la lezione. Continuiamo così e presto saremo illuminati". I discepoli continuarono a gingillarsi come delle scimmie per alcune ore, poi arrivò la sera e la stanchezza si fece sentire. Sankay era ancora appollaiato sul ramo e ronfava rumorosamente. "Tzughimi, io ho sonno. Andiamo a letto?" "Parla piano Makia, se ti sente il maestro si arrabbierà. Dobbiamo parlarci strillando come scimmie e poi se hai sonno dormi su un albero, non vedi come fa il maestro". Makia si arrampicò su un albero. Si sdraiò e si addormentò. Subito dopo cadde a terra. "Ahh! Che dolore ma come fa il maestro a dormire sui rami! Ahia. Che male". "Pss… Makia ti ho detto di non urlare. Devi comportarti come una scimmia". "Per dormire su un ramo occorre molto equilibrio e quindi per trovarlo devi applicare gli esercizi sulla conoscenza della mente e infondere al tuo corpo la pace interiore". Per tutta la notte i dieci discepoli tentarono invano di dormire sugli alberi ma appena si adagiavano, cascavano a terra. Arrivò la mattina e il maestro si svegliò, scese dall’albero e trovò i suoi discepoli che dormivano sull’erba. Non li osservò nemmeno e iniziò a fare colazione con delle bacche. Gli allievi si svegliarono poco dopo, e trovarono il loro maestro che giocherellava con la pergamena in cui aveva scritto i sutra. L’accartocciava, la dispiegava e l’accartocciava nuovamente, la gettava in aria e poi ci saltava sopra. Ghumiki si accorse per primo del loro errore: avevano dormito sull’erba anziché sui rami, e allora tutto gli fu chiaro. Il maestro si stava autoinfliggendo una punizione perché non era stato in grado di far comprendere la sua lezione. Ghumiki si inginocchiò di fronte al maestro. "Ve ne prego smettete. È stata colpa nostra. Non distrugga i sutra. Lei è un ottimo maestro". Sankay continuava a stralciare la pergamena. Tzughimi raggiunse Ghumiki e lo trascinò via afferrandolo per il cappuccio della tunica. Sankay smise di strappare la pergamena e passò nuovamente alla raccolta di bacche. Tzughimi disse sottovoce e stando molto attento che il maestro non sentisse: "Ma cosa volevi fare? Lo sai che non bisogna parlare. Così hai dimostrato ancor di più che lui non è in grado di farci capire le cose. Sei un idiota". "Mi dispiace, non accadrà mai più". Sankay iniziò a grattarsi. I vestiti gli davano noia e se li strappò: rimase nudo. Subito dopo fece i suoi bisogni di fronte a tutti. Tzughimi mormorò ai suoi compagni: "Che aspettiamo, strappiamoci i vestiti e facciamo i nostri bisogni. Solo così potremo considerarci liberi dalla materia e non più vincolati dalle leggi conformiste". Tutti i discepoli si strapparono le vesti di dosso e iniziarono a fare i bisogni fisiologici l’uno davanti all’altro. Nel pomeriggio Otzumi, un contadino, si recò alla scuola di Sankay. Voleva mostrargli un sutra che aveva scritto durante la notte. Entrò nella scuola. "C’è qualcuno? Si può?" "Hi-hi-hi". "Huuhuu". "Haaaa haaa" Otzumi incuriosito dalle grida, le seguì e giunse in giardino. Trovò i dieci allievi e il maestro completamente nudi, a scorrazzare sul prato imitando i movimenti dei macachi. Otzumi non credendo a ciò che vedeva si mise seduto su una sedia. Si rialzò subito, poiché si era accorto di essersi seduto su degli escrementi. Sankay si diresse verso il tavolo e si distese sopra. Aveva intenzione di mangiare alcune termiti che vivevano nei fori sul tavolo. "Buonasera maestro", fece Otzumi inchinandosi. "Hiii". "Sono passato da lei perché ho scritto un sutra. Volevo farglielo leggerlo. Posso?" "Ha-hiii". Otzumi iniziò a leggerlo, mentre il maestro cercava di afferrare senza successo le termiti, troppo piccole per le sue dita. Poi, stancato dagli inutili tentativi, alzò la testa verso Otzumi e vedendo il foglio che aveva in mano si ricordò di quando aveva stracciato la pergamena. Era stato divertente. Afferrò il foglio e lo strappò in mille coriandoli, mentre gridava: "Hii! Huuu! Hiii". "Scusi maestro, se ho sbagliato. Ma io sono solo un contadino". Otzumi se ne andò a testa bassa. Quando ritornò al villaggio, raccontò a tutti ciò che aveva visto. "Vi giuro che il maestro Sankay e i suoi allievi si stanno comportando come dei macachi. Quell’uomo è proprio un genio. Dovreste vederlo, ha rinunciato alla sua dignità per raggiungere uno stadio elevato dell’io interiore…". La notizia si diramò molto velocemente di villaggio in villaggio. E presto la stima verso il maestro Sankay crebbe sempre di più, fino a che non divenne una specie di divinità. Molti maestri Zen si ispirarono agli insegnamenti di Sankay e imitarono il suo modo di vivere: andarono in giro nudi e si comportarono come macachi, speranzosi di raggiungere presto la conoscenza Zen allo stato più avanzato sopra l’immaginabile. Col tempo, gli allievi di Sankay avevano imparato a mantenere l’equilibrio mentre dormivano. Solo Makia cascava di tanto in tanto e proprio una di quelle cadute gli si rivelò fatale. Nessuno lo sentì cadere a terra; si ruppe l’osso del collo e morì sul corpo. La mattina seguente, gli allievi lo trovarono cadavere. A fianco di Makia c’era Sankay che lo stuzzicava con un ramoscello. Ghumiki disse: "Non posso crederci che Makia sia morto. Ma non si onora il suo corpo bruciandolo?". Sankay lanciò il ramoscello in aria e si allontanò dal cadavere di Makia. Tzughimi sussurrò irritato. "Ma perché hai parlato? Hai fatto arrabbiare il maestro. E poi non capisci che il maestro ha raccolto l’anima di Makia con il bastoncino e l’ha innalzata verso il cielo per consegnarla agli dei. Il maestro ha cercato di farci capire che se il suo corpo rimarrà con noi sarà più facile ricordarlo. In un certo senso è come se Makia non fosse mai morto". "Scusami Tzughimi se non l’ho capito subito". "Succede, ma adesso stiamo in silenzio, il maestro sta ritornando". La nuova teoria di Sankay fu accolta con molto interesse. Molti studiosi dello Zen considerarono la magnifica idea di non dover bruciare i morti per farli rimanere sempre con i parenti. I cadaveri venivano legati su una sedia e collocati al tavolo, in modo che le famiglie, quando si riunivano per cenare, potevano ritrovare la compagnia dei loro cari defunti. Presto le città iniziarono a puzzare di marcio. Un giorno, sul Paese incombette una minaccia. Molto spesso ai confini erano avvistati delle squadriglie di cavalieri provenienti dalle Terre Lontane. I cavalieri non avevano nè ucciso, né saccheggiati villaggi, ma incutevano timore con la loro presenza. A volte fermavano i contadini e compravano da mangiare. L’Imperatore del Paese non sapeva come comportarsi; non riusciva a capire quali fossero le loro intenzioni. I cavalieri venivano in pace o erano degli esploratori con il compito di riferire al loro esercito ciò che vedevano? I consiglieri imperiali non si trovarono d’accordo ed emersero giudizi contrapposti. L’Imperatore allora chiamò al suo cospetto il primo ministro e gli chiese: "Romachi, chi è l’uomo più saggio di tutto il Paese?" "Mia Maestà, l’uomo più saggio è Sankay, ma per vostra fortuna si dice che non sia soltanto l’uomo più saggio del Paese, ma dell’intero creato". "Bene Romachi, conducetelo a me, ho da porgli un quesito da cui potrebbe dipendere la sorte del Paese". Romachi partì immediatamente per la scuola del maestro Zen. Arrivò prima del calar del sole. Bussò con veemenza alla porta. Non rispose nessuno. Allora riprovò ma questa volta si accorse che la porta era aperta ed entrò. Andò in giardino e vide Sankay e gli allievi arrampicarsi sugli alberi e nutrirsi di bacche. "Maestro Sankay; sono il primo ministro del Paese, devo condurvi al palazzo imperiale…" Sankay vide che l’uomo avanzava più del dovuto nel suo territorio, allora per fermarlo salì su un albero e gli scaraventò delle pigne. I suoi allievi lo imitarono e Romachi dovette rientrare nella casa. "E ora che faccio. Non posso tornare dall’imperatore a mani vuote. Devo inventarmi un messaggio e portargli un dono". Si guardò in torno e vide un grappolo di frutti gialli ricurvi. Erano strani: prima d’ora non li aveva mai visti. Li prese con se e pensò che durante il viaggio si sarebbe inventato una risposta, tanto se avesse sbagliato non sarebbe stato lui, ma Sankay. Il maestro dall’alto dell’albero vide che quello sconosciuto stava portando via il casco di banane. Sankay aveva fame e la banana era il suo frutto preferito. Scese dall’albero e inseguì l’uomo. Per tutto il viaggio Romachi non si accorse di essere inseguito dal maestro. La carrozza passò per i villaggi e ogni persona si inchinava per rendere omaggio al sommo maestro che correva dietro ad essa, nudo e urlando versi da scimmia. Le persone dicevano: "Ma quello è il maestro Sankay, è molto saggio. Preferisce non salire sulla carrozza imperiale, ma seguirla a piedi sporcandosi di fango". "Sankay è il più umile degli umili, ma è il più grande spiritualmente". "Sankay è proprio maestro Zen, ha rifiutato la vita da uomo per essere una scimmia illuminata". La carrozza entrò nel palazzo reale e quando Romachi scese, vide arrivare di corsa il maestro Sankay. Pensò che quell’uomo fosse stato più saggio di quello che si diceva. Aveva preferito cacciarlo anziché dover negare di salire in carrozza. "Maestro Sankay, grazie per essere venuto. Venga, l’Imperatore la sta aspettando". Lo prese per mano. Sankay non fece molta resistenza, poiché era stremato dalla corsa e poiché avanti a lui c’era un servitore che portava il casco di banane. Romachi lo condusse all’interno di una sala. L’Imperatore vedendo il maestro si inchinò davanti a tale saggezza. Sankay vide un’anfora piena d’acqua e iniziò a bere. Aveva molta sete. L’Imperatore parlò: "Oh, immenso Sankay, la tua conoscenza non conosce limiti. So che le tue idee sono sempre eccellenti e che il tuo pensiero rischiara come un raggio di sole. Perciò ascolti: da diverso tempo lungo i nostri confini ci sono stati degli avvistamenti di cavalieri…". Sankay beveva senza ascoltare l’imperatore. "…e ora che ti ho detto tutto. Mi piacerebbe ascoltare il vostro parere: quei cavalieri sono da combatterli o da farseli amici?" Sankay non aveva più sete. Si sedette sul pavimento e i suoi occhi incrociarono il casco di banane, collocato, nel frattempo, dai servitori su un tavolino. "HiiiHiii Huu HHiii!", urlò mentre si alzava e correva scimmiottando verso il casco di banane. Lo afferrò e con esso uscì dalla finestra. Il primo ministro rimase senza parole e osservò l’Imperatore a bocca aperta. L’Imperatore era pensieroso. "Romachi hai capito il messaggio? Il sommo maestro si è espresso con i fatti, poiché le sue parole erano troppo potenti e solari per essere comprese da esseri umani come noi. Ci ha dimostrato che i cavalieri non sono altro che predoni e che presto ci saccheggeranno dei nostri averi. Bisogna attaccarli finché siamo in tempo". Sankay ritornò alla scuola Zen. Aveva la pancia piena dal troppo mangiare e dal troppo bere. Provò a scavalcare la recinzione. Si ritrovò in piedi su il muro e scivolò nel giardino. Sbatté la testa per terra e perse conoscenza. Si risvegliò il giorno dopo. Accanto aveva i suoi allievi. Erano tutti nudi, sporchi e pieni di zecche. Si accorse di essere anche lui nudo e di avere le pulci. Annusò l’aria: aleggiava un fetore di morte. Ghumaki fece: "Hiiii. Huuuu". Sankay era disorientato e sentendosi preso in giro da quel verso scimmiesco, perse la pazienza e colpì con uno schiaffo il suo allievo. "Idiota! Che cosa strilli? Cosa avete combinato a questo giardino? Me lo ricordavo perfetto e ora ci sono i vostri escrementi a giro per il prato". "Ma maestro, noi…". "Zitto Tzughimi. Mi dovete spiegare come mai siete tutti nudi e sporchi", disse mentre camminava per il prato. Scorse i resti del cadavere di Makia in via di putrefazione. "Che cosa glia avete fatto? Non lo avete neanche cremato. Siete solo delle bestie!". "Ma maestro, noi…". "Zitto Tzughimi". Un venticello si levò da ponente e sollevò in aria un pezzo di carta della pergamena in cui aveva scritto i sutra, e gli svolazzò davanti al viso. Lo afferrò e decifrò dei suoi versi sulla carta bagnata dalle intemperie: …è meglio ascoltare il mormorio della luna in una notte tempestosa che la voce del saggio im… "Impazzito". Riconobbe il suo verso ed esclamò. "Ma che cosa avete fatto alla mia pergamena. Lì vi erano scritti miliardi di sutra che rappresentavano l’universo… siete solo delle bestie!" "Ma maestro, noi…". "Zitto Tzughimi". Alcuni macachi strillarono dall’alto degli alberi e sembrava che le loro grida fossero delle risa. "Ma maestro, noi…". "Zitto Tzughimi. Non abbiamo tempo per discolparci. Dobbiamo rimediare a tutti i danni che abbiamo fatto". L’OROLOGIO Tic. L’orologio in camera di Paola scandiva il tempo con puntualità assoluta. Tac. In sei anni non aveva mai sgarrato di un solo secondo. Tic. Era uno strumento perfetto e Paola vi si affidava. Tac. Paola stava studiando matematica in camera sua, l’indomani avrebbe avuto una prova molto difficile che doveva superare assolutamente. Tic. Quanto tempo aveva fino all’indomani? Tac. Paola osservò l’orologio sopra la sua testa. Tic. La lancetta corta dell’orologio segnava le nove. Tac. La lancetta lunga dei minuti indicava il sette. Tic. La lancetta rossa dei secondi con movimento ritmatico scorreva in senso orario. Tac. Paola contò le pagine che gli mancavano da studiare. Tic. Erano diciannove e per il giorno successivo non ce l’avrebbe mai fatta. Tac. Chiuse il libro e lo allontanò da sé sbuffando. Tic. "Accidenti; sono già le nove e trentacinque. Finirò dopo mezzanotte". Tac. Controvoglia riaprì il libro sfogliandolo velocemente fino a che non trovò la pagina dove era rimasta. Tic. Prese l’evidenziatore giallo e si concentrò nello studio. Tac. Evidenziò le parti esaurienti. Tic. E con il lapis di quanto in quanto scriveva note da ricordare facilmente. Tac. "Il teorema di Pitagora si applica quando sono noti i cateti minori di un triangolo e serve per calcolare l’ipotenusa", leggeva Paola. Tic. "Se i cateti minori si chiamano a e b, e l’ipotenusa è c, allora la formula è: c uguale alla radice quadrata di a più b". Tac. Paola si stirò e osservò l’orologio. Tic. Le lancette segnavano venti minuti alle undici. Tac. "E tacchete e ticchete, non ce la faccio a concentrarmi con questo odioso ticchettio", sbuffò Paola. E senza pensarci si alzò, afferrò libro e matite, chiuse la porta di camera e se ne andò in cucina. "Almeno qui non ci sarà nessun rumore che mi distrarrà". Iniziò a studiare, esaminò tutta la dimostrazione del teorema di Nepero e quando stava scrivendo su un foglietto la formula finale, udì un tac, seguito da un tic. "Non è possibile, la camera è distante almeno dieci metri come faccio a sentirlo." Tac. Subito, Paola andò in camera sua. Tic. Tolse l’orologio dal muro e lo nascose sotto al cuscino. Tac. E i ticchetti si attenuarono. Soddisfatta, Paola tornò in cucina, contò le pagine che gli mancavano. "Cavoli, ancora sette e inizio già ad essere stanca". Poi, tirandosi su le maniche, caparbiamente si rimise a studiare. Lesse e prese appunti e quando ebbe studiato tutto il teorema di Euclide, udì nuovamente il ticchettio dell’orologio. Tac. Immediatamente, Paola perse la concentrazione, si alzò di scattò. "Mamma! Non capisci un cavolo!" Esclamò pensando che sua madre fosse andata in camera sua e avesse notato l’orologio sotto al cuscino e lo avesse rimesso al posto. Tic. Arrivò in camera. Tac. Paola si accorse che era tutto come lei aveva lasciato. Tic. Ma come era possibile udire il ticchettio dell’orologio nonostante che fosse soffocato da un cuscino e che la camera distasse dieci metri dalla ccucina? Tac. Non sono pazza e ai fantasmi non ci credo, si convinse Paola. Tic. Afferrò l’orologio e gli tolse le pile. L’orologio si fermò indicando due minuti a mezzanotte. "Finalmente ti ho sistemato." Poi rimise l’orologio sotto al cuscino e rinchiuse le pile in un cassetto. A passo svelto e sorridente, Paola tornò in cucina. Ma non fece in tempo a mettersi seduta che udì tac. Immediatamente sbiancò. Tic. Ma come era possibile? Tac. Rimase immobile mentre il battito del suo cuore si alternava al ticchettio. Tic. Poi, camminò lentamente verso la sua camera. Tac. Ad ogni passo il ticchettio era sempre più forte. Tic. Era come un martello di uno scalpellino. Tac. Scandito a ritmi regolari. Tic. Paola mise la mano sulla maniglia. Tac. Per la prima volta, si accorse che la maniglia era gelida. Tic. La girò e la porta si aprì facilmente. Tac. La camera era come l’aveva lasciata. Tic. Alzò il cuscino con un movimento brusco e scoprì l’orologio. Tac. Le lancette indicavano le dodici: mezzanotte. Tic. Tranne quella rossa dei secondi che girava lentamente. Tac. E l’orologio era senza pile. Tic. "Ma come possibile? Non sono pazza e non credo ai fantasmi". Tac. Paola scaraventò l’orologio a terra rompendolo. Il ticchettio cessò. "Ora posso studiare", mormorò Paola con gli occhi pieni di lacrime. Tic. Tac. "No! Non è possibile", pianse Paola accovacciandosi sul pavimento. Tic. Tac… ROSE SECCHE Aveva appena smesso di piovere, e Samuel si era perso. Avrebbe dovuto consegnare delle pizze al 39 di St. Robert ma non era pratico di quella zona di New Orleans. Anzi, per la verità New Orleans non la conosceva affatto. Si era trasferito con la sua famiglia solo da poche settimane e non aveva fatto conoscenza con nessuno; e durante i mesi estivi, nell’attesa di iniziare la scuola, si era trovato un lavoretto per passare il tempo. Samuel era stato assunto sotto casa sua, alla pizzeria Four Rosis. Di solito consegnava la pizza a domicilio nei pressi della zona in cui abitava. Ma questa volta era diverso. Gino, il proprietario – un italo-americano – aveva avuto un’ordinazione dal quartiere francese e gli altri ragazzi che consegnavano le pizze erano fuori. C’era solo Samuel. Per cui, Gino gli aveva dato una piantina con segnato il tragitto da percorrere. Nonostante ciò, Samuel era riuscito a perdersi. "Accidenti; e adesso da che parte vado". La strada era deserta e non c’era nessuno per chiedere informazioni. Samuel, già da tempo aveva rinunciato a consultare la piantina. Pedalò per alcuni metri sulla sua bicicletta. Le luci giallognole dei lampioni provocavano delle ombre tozze sull’asfalto bagnato. Sul portapacchi della ruota posteriore aveva le pizze che lentamente stavano raffreddandosi. "Se non consegno le pizze al più presto Gino si incazzerà". Improvvisamente udì un rumore. Era il suono prodotto da un metallo che cade per terra. Samuel pensò che si trattasse di qualcuno che avesse tolto il coperchio metallico di un bidone e stesse buttando via l’immondizia. Per cui, pedalò fino alla fonte del suono, sperando che il tizio potesse indicargli St. Robert. Svoltò in un vicolo scarsamente illuminato e subito avvertì un forte odore dolciastro, molto pesante e sgradevole a sentirsi, che lo costrinse a tapparsi il naso con la mano destra. Samuel riconobbe subito quell’odore, l’aveva sentito molte volte nel negozio di fiori di sua nonna. Quello era il fetore dei fiori che stavano appassendo. "Blua! È insopportabile". Samuel si osservò attorno. Nel vicolo non c’era nessuno. Il coperchio del bidone era rovesciato e si trovava in mezzo al viottolo. "C’è qualcuno?" Chiese Samuel scendendo dalla bicicletta. Non ci fu risposta. Samuel, spingendo la bicicletta con le mani, avanzò nel vicolo, verso il fetore e verso il buio. Una piccola ombra fuoriuscì dal buio e urtò il bidone. Samuel lasciò cadere la bici per terra e arretrò sussurrando. Poi, con sollievo si accorse che era solo un gatto. Raccolse la bici da terra e controllò che le pizze non si fossero danneggiate. Fortunatamente erano state rinchiuse in una cassetta ermetica. Poi, incuriosito dal quel nauseabondo odore - "chissa che razza di fiori saranno" pensò, - guardò nel bidone. C’erano una dozzina di rose – tredici per la precisione – incartate con della carta rossa in cui erano stampati dei cuoricini alati. I petali delle rose erano ancora rossi, ma lentamente stavano acquistando un colore marcio, tendente al marrone e al nero; e ancor più lentamente stavano arricciandosi su se stessi in tante piccole grinze. Samuel si scostò per un attimo dal bidone. Al suo interno per via dello spazio ristretto e non aerato, il tanfo dolciastro delle rose era amplificato. Samuel, spinto da una curiosità morbosa, tappandosi il naso, si riaffacciò nuovamente. Sotto il mazzo di rose aveva notato una piccola busta rosa. La prese e si accorse che era ancora sigillata. L’aprì ed estrasse un bigliettino scritto a mano. La calligrafia era perfetta e ricordava vagamente i caratteri adornati con cui gli amanuensi, nel Medioevo, ricopiavano i libri. Quelle lettere formavano parole e frasi d’amore. Louis E. - chi l’aveva scritta - doveva essere molto innamorato di Anne. Ma ad Anne non doveva importare più di tanto, poiché nonostante tutte le ore passate da Luis E. a scrivere su quel foglio, aveva deciso di gettarlo senza neanche leggerlo. Samuel si immaginò Anne: una ragazza di trentadue anni, dai capelli rossi, vestita completamente in nero, con tacchi alti che ad ogni passo svelto producevano, nel silenzio del vicolo, un temibile ticchettio. Anne, in mano aveva il mazzo di rose rivolto dalla parte delle corolle vero il basso. Il suo viso, nonostante i suoi lineamenti delicati, era duro per lo sdegno provocato dal gesto d’amore di Louis E. Anne, quando passò accanto al bidone, senza nemmeno osservarlo, vi gettò le rose e il biglietto. Samuel, ricordandosi che doveva consegnare le pizze fece altrettanto; lasciò cadere il biglietto per terra, senza neanche osservarlo, che si posò sull’acqua stagnante di una pozza. Subito, la carta assorbì l’acqua e l’inchiostro si sciolse. Samuel in sella alla sua bicicletta si allontanò dal vicolo e da quel fetore nauseabondo. Anche se, in futuro, ebbe modo di risentirlo spesso. Accadeva ogni volta che una donna rifiutava di mettersi insieme a lui, ogni volta che fu abbandonato, ogni volta che una donna uscì dalla sua vita. |
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| Maurizio
Teloni DANZA MACABRA Sarebbe stata una grande festa di fine anno. I ragazzi erano riusciti a strappare al Quartiere il permesso di utilizzare la vecchia sede in disuso: un capannone di trecento metri quadri. Le pareti divisorie erano state tolte, per avere a disposizione un salone sterminato. Bagni e corrente funzionavano ancora, e non c’erano abitazioni abbastanza vicine perché qualcuno si lamentasse del rumore. Fin dal primo giorno di vacanza i ragazzi si erano dati da fare a pulire, addobbare, montare gli impianti e preparare le vettovaglie, e soprattutto a far girare la voce: in uno spazio così grande ci poteva entrare tanta gente, e più si era, meglio era. La sera del 31 Martina e Sara si preparavano in camera. - Che dici Marti, quale rossetto mi sta meglio? - Io metterei quello più scuro…senti Sara, non succederà mica niente? - A me piace di più l’altro…cosa dovrebbe succedere? - Hai le labbra grosse, quello te le evidenzia troppo…no, è che ho sentito dire che il capannone è stato abbandonato perché non l’avevano costruito secondo le norme e non era sicuro. - Per l’amor di Dio Marti, stringiti la cintura che così sembri un sacco…ma cosa vai a pensare, ha retto tanti anni e dovrebbe crollare proprio stasera? Devi sempre cercare un motivo per non divertirti! - Sì, hai ragione…secondo te Daniele e Jessica si mettono insieme alla festa? - Sarebbe ora, lo spero perché ce li vedo bene. - Anch’io. Mi aiuti a mettere il rimmel per favore? Sai che sono negata. Anche Federico e Gabriele si preparavano, davanti al bar. - Allora Gabri, ce l’hai? - Due casse intere, qua nell’ape. - Tuo zio non ha detto nulla? E tuo padre? - Mio zio non lo sa, le ho prese quando aveva già chiuso il negozio. E a mio padre ho detto che l’ape è più sicura del motorino e se l’è bevuta. - Grande! Voglio prendermi una megasbronza stanotte! Alex e Mattia si impomatavano i capelli davanti allo specchio. - Basta così, Alex, o me ne metto di più? - Basta, basta, sennò sembri Fonzie. - Magari! Ci sarà un sacco di gente stasera, sai quante ragazze…certo, è una bella sfortuna per te che ci sia anche Giulia, magari qualcosa beccavi. - Io sto bene con lei, le altre non m’interessano. - Bum! Vediamo quanto ti dura! Denise e Valentina erano già pronte da un pezzo. - Si va, Deni? - È troppo presto, bisogna arrivare nel pieno della festa. Controlliamoci ancora, c’è sempre qualche particolare da aggiustare. - Sì, forse dovresti tirare un po’ giù la gonna, ti si vede quasi tutto! - Quasi? Allora semmai me la tiro più su! Ihihih! E tu apriti un altro paio di bottoni della camicia. - Ihihih. Mi si vede il reggiseno, Deni! - Levatelo, no? Ihihih. - Ihihih. Tua madre non ci lascerà uscire così. - Basta che ci abbottoniamo bene il cappotto, Vale. Chiara si era preparata da sola, si guardava poco convinta e si chiedeva se alla festa qualcuno le avrebbe parlato. Anche Andrea si era preparato da solo, si guardava ancor meno convinto, e si chiedeva se alla festa avrebbe trovato il coraggio di parlare a Chiara. Marco era già sul posto e provava gli impianti con la cuffia in testa, muovendosi a ritmo. Una nottata immerso nella musica era tutto quello che gli interessava. Debora impacchettava i dolci che aveva preparato per tutto il pomeriggio, resistendo alla tentazione di assaggiarli e sperando di rifarsi dopo. Manuel era già uscito, ma prima di recarsi alla festa era passato dalla tabaccheria dei genitori e aveva riempito un sacchetto di sigarette. Così gli amici sarebbero stati contenti, a lui personalmente il fumo faceva schifo. Anche Aisha e Samira erano della partita: avevano lottato con tutte le forze per il permesso dei genitori, e l’avevano ottenuto a patto che mantenessero un atteggiamento decoroso. Avevano promesso di farlo, ma naturalmente nascondevano nella borsetta i trucchi, e appena entrate alla festa i chador sarebbero spariti dalle loro teste. La festa era cominciata, la musica suonava a tutto volume e la pista da ballo si riempiva poco a poco. Continuava ad arrivare gente: l’amico dell’amico, la compagna di scuola della cugina, la ragazzina incontrata il giorno prima sull’autobus, il ragazzo che ne aveva sentito parlare per caso…il tamtam era stato efficace. Giacomo e Francesco, da un angolo, studiavano le facce nuove. - Chi è quella ragazza? Quella vestita dark, la conosci? - Mai vista… Ma è una ragazza? - Che dici, guardale il viso. - Guardale il fisico. Non ha né tette né culo, e che spalle larghe! - Non mi sembra un maschio. Sarà un’anoressica, è secca come un chiodo! - O un trans, hahaha - Hahaha…vediamo se c’è di meglio. Sara si era lanciata nelle danze, e Mattia le faceva la ronda. Martina, che non amava particolarmente il ballo, sedeva sorseggiando una Coca e canticchiava tra sé il motivo della musica. Notò la dark che camminava lentamente intorno alla pista da ballo, e le tornò all’improvviso il pensiero del possibile crollo. Il suo sguardo incrociò quello dell’altra e vi lesse qualcosa di ostile. Rabbrividì, ma Manuel si sedette accanto a lei, attaccarono discorso, e se ne dimenticò. Federico e Gabriele sedevano a un tavolino bevendo birra insieme a Samira e Aisha. Le ragazze, che non avevano mai bevuto alcolici prima, avevano già la ridarella dopo qualche sorso. La dark si fermò a guardarli, una luce stroboscopica investì il suo viso e ne aumentò il pallore. A Samira si soffocò il riso in gola, ma Federico alzò una bottiglia e disse allegramente: "Ne vuoi un po’ anche tu?" La ragazza scosse il capo, ma abbozzò un sorriso che sembrava di approvazione e riprese a camminare. Denise e Valentina avevano scodinzolato a lungo per la pista, si erano assicurate che tutti le avessero viste e adesso sedevano insieme a Giacomo e Francesco nell’angolo dei fumatori. Nessuno dei quattro parlava molto, le ragazze aspiravano e soffiavano con smorfie sensuali e i ragazzi le ammiravano. La dark si fermò davanti a loro e fece un cenno di assenso con la testa. Denise la scrutò, stabilì che non era una concorrente temibile e le sorrise: "Vuoi una sigaretta?" Di nuovo la ragazza scosse il capo, e si allontanò sogghignando. Debora era al tavolo dei dolci. Quando la dark passò di là, li aveva già gustati tutti e si sentiva di buon umore. "Ne vuoi assaggiare qualcuno? Sono buonissimi. Io ne mangerei ancora, ma sono piena!" La ragazza fece cenno di mettersi due dita in gola e passò oltre, lasciando Debora dubbiosa. Jessica e Daniele conversavano in un angolo poco illuminato. La dark li guardò da lontano storcendo il naso. Poi Jessica scoppiò a piangere, e lei sorrise ancora e ripartì. Daniele, dopo qualche istante di esitazione, circondò le spalle di Jessica col braccio. Marco mise su un lento e si formarono le coppie. Giulia e Alex ballavano stretti, la testa di lei sulla spalla di lui. Martina ballava con Manuel, stava un po’ a distanza ma lo guardava e lo trovava piacevole. Gabriele invitò Aisha, che continuò a ridacchiare, ma si capiva che non era solo l’effetto della birra. Andrea scrutò Chiara a lungo e pensò che era bellissima con quel vestito e sotto quelle luci, ma non riusciva a decidersi. La dark si era seduta e guardava la pista con aria disgustata, poi volse gli occhi verso Andrea e fece una risatina. Riattaccò la musica veloce. Martina adesso continuava a ballare, vicino a Manuel. Si divertiva, finché non le sembrò di sentire degli scricchiolii. Ma forse era solo un effetto musicale. Però in quel momento la dark si alzò, guardò verso il tetto e si precipitò in mezzo alla mischia. Iniziò a ballare sfrenatamente. Tutti la guardavano e si sentivano trascinati. Cominciarono, senza rendersene conto, a seguire i suoi passi. Nessuno era rimasto a sedere, nessuno stava fermo. Anche Marco, dietro la consolle, si agitava al ritmo delle basi che aveva alzato al volume massimo. Debora aveva abbandonato i dolci e si era spostata accanto a lui, dimenando il suo corpo cellulitico. La dark muoveva tutte le membra a ritmo perfetto, era un piacere vederla, veniva spontaneo tentare di imitarla. Ogni tanto guardava in alto e rideva: ogni volta che la musica faceva quello strano scricchiolio. I ragazzi ridevano con lei e sentivano che stava per succedere qualcosa di eccezionale. Poi, all’eccitazione subentrò un senso di angoscia. Nessuno lo mostrava, ma tutti lo provavano. Sentivano che non avrebbero potuto smettere di ballare di loro volontà, che non dovevano smettere perché con quel ballo sarebbe finito tutto. Marco, pensando che la consolle ormai aveva vita propria, prese Debora per mano e la trascinò in pista. La dark si dimenava al centro esatto della sala, e i ragazzi avevano fatto cerchio intorno a lei. Qualcosa li spingeva a intrappolarla. E per la prima volta in vita loro, sentivano che non c’era tempo da perdere. Adesso la ragazza strana girava su se stessa, e il suo sguardo si posava su ognuno. Martina aveva lasciato che Manuel si avvicinasse e i loro corpi si sfiorassero. Gabriele pensava che Aisha era bella e glielo sussurrò. Chiara si era accorta di Andrea e gli tendeva la mano. Jessica guardava Daniele negli occhi e sorrideva. Giulia e Alex ballavano abbracciati. Marco trovava simpatica la ciccia di Debora e tentava di accarezzarla. Tutti si erano riuniti in circoli e si muovevano all’unisono. Per adattarsi al ritmo degli altri, Mattia aveva abbandonato i versi da bullo e Denise e Valentina avevano smesso di sculettare. La dark cambiò espressione, il suo viso sembrava più dolce. Smise all’improvviso di ballare, guardò in alto e tutto il suo corpo si tese. Si sentì ancora uno scricchiolio, ma più forte e un po’ diverso. Martina pensò che sembrava andare al contrario, ma questo non aveva senso. La ragazza strana parlò per la prima volta: una voce piatta, cupa, ma forte abbastanza da sovrastare la musica. "Ragazzi, è quasi mezzanotte!" Tutti smisero di ballare e si sparsero: la consolle fu spenta, gli orologi estratti, le bottiglie di spumante preparate, i bicchieri distribuiti. Iniziò il conto alla rovescia. - 5…4…3…2…1…buon anno! - POP! Con le grida di augurio e lo scoppio dei tappi, un peso si sollevò dall’anima. Lo spumante scorreva, i bicchieri tintinnavano, baci e abbracci venivano scambiati a profusione. La dark rifiutò lo spumante e non baciò nessuno, ma batté il suo bicchiere vuoto con tutti gli altri sorridendo amichevolmente. Ricominciarono musica e danze, i ragazzi erano allegri e avevano già dimenticato le sensazioni strane di prima. Martina e Manuel si erano appartati nel corridoio d’ingresso e si abbracciavano. La dark passò davanti a loro. - Te ne vai di già? La ragazza si fermò senza voltarsi: "Un nuovo anno. Una nuova possibilità per tutti." Guardò Martina: "Divertiti. Il capannone non crollerà." E si diresse all’uscita. - Ma chi sei tu? – le gridò dietro Martina. - Mi conoscerai un giorno. Mi conoscerete tutti. Ma non oggi. Infilò la porta e sparì nel buio. GELOSIA IN INSALATA È una domenica calda, ci si alza troppo tardi per una vera colazione e troppo presto per un vero pranzo. La cosa migliore è un piatto unico, fresco e mediamente nutriente: un’insalata! Anzi. Ancora meglio: insalata greca. Ho tutti gli ingredienti: lattuga, pomodori, sedano, cetriolo, peperone verde, acciughe sott’olio, olive nere…e feta. Cominciamo a lavare le verdure. Sento i suoi passi felpati. Si affaccia alla cucina. - Buongiorno amore. - Buongiorno bella. Com’è carina appena sveglia, con gli occhi impastati, i capelli sconvolti e la maglietta extralarge con cui dorme e che lascia scoperte le gambe. Bacino di rito, verrebbe voglia di altro, ma ora sono occupato. Mi concentro sull’acqua che scroscia sulle foglie di lattuga. - Vuoi il caffè? - Faccio da sola. Che prepari di buono? - Insalata greca! Non mostra particolari emozioni. Tipico di lei, del resto. Siede e sorseggia il caffè, con le gambe accavallate e le cosce in piena evidenza. Strofino i pomodori con energia. - Ci metti tutte quelle verdure? - È così la ricetta: un cespo di lattuga, tre pomodori, due sedani, un cetriolo, un peperone…tu dovresti saperlo. - Quanto sei scemo! E ride. Ridi, ridi, poi vedremo. - Faccio qualcosa anch’io? - Tira fuori sei filetti d’acciuga, sgocciolali e spezzettali. Poi prepara sedici olive. Ho finito di lavare le verdure, le mondo, le taglio a pezzetti e le metto nell’insalatiera. La cosa più divertente è strappare filamenti e semini dal peperone. - No! Hai comprato le olive già snocciolate? - È meno faticoso, sono già pronte. - Ma non sono le vere olive greche. - E allora? Neanch’io sono un vero uomo greco. Si ferma un momento. - Ma stai alludendo a qualcosa? - Figurati. Per favore, mescola le verdure e aggiungi le acciughe e le olive. Adesso bisogna preparare il condimento. Una vera opera d’arte: mettere in una ciotola cinque cucchiai di olio d’oliva, due cucchiai di aceto bianco, un pizzico di origano e uno di sale; emulsionare il tutto. Sbatto il cucchiaio alla velocità giusta. Lei ha messo il broncio. - Insomma, amore, lo sai che non ho un buon ricordo della Grecia. - È una tua fissa. Solo perché sei stato sfortunato quando ci sei andato. Ci sono anche bei posti e gente simpatica. Lo sa bene, lei. Meglio lasciar cadere l’argomento per ora. Avvicino un cucchiaino di condimento alla sua bocca. - Che te ne pare? - Va bene, amalgamato al punto giusto. L’insalatiera è una festa di colori: verde, rosso, bianco, nero. Ho lasciato gli ingredienti leggermente umidi, per aumentare la sensazione di fresco. - Che dici, non è invitante? - Sì, sa di estate, di pranzi sulla spiaggia… - Aha. Di spiagge dove si rimorchia. Io non ci sono riuscito, tu sì. Lo dico ridendo, ma lei non ride. Anzi, batte la mano sul tavolo. - Insomma, smettila. È successo quando ancora non ci conoscevamo. - Siamo permalosi oggi, eh? Dai, amore, che manca ancora il meglio. - Il meglio di che? - Dell’insalata, di che sennò? La feta! - Ah. Taglio cento grammi di feta a dadini, facendoli cadere direttamente nell’insalatiera. Il bianco aumenta, diventa quasi abbagliante. - Non sapevo che avessi la feta in casa. - L’ho comprata ieri. Qualcosa di greco salta sempre fuori quando meno te lo aspetti. Forza bella, versa il condimento nell’insalata e io mescolo. La ciotola con l’emulsione trema nella sua mano. La patina di unto sembra offuscare i colori. Prendo le apposite posate e comincio a rivoltare il tutto. - Ha telefonato l’altro giorno. - Chi? - Il greco. Avevi lasciato il cellulare qui quando sei uscita e ho risposto io. Qualcuno ha chiesto di te in inglese, poi quando ha sentito la mia voce ha riattaccato. Si alza, le tremano le labbra, fa un respiro profondo. - Ma che ne sai che era lui? Continuo a mescolare l’insalata a una velocità da centrifuga. - Solo i greci parlano un inglese così brutto. Mi fermo. - Da quanto sta andando avanti questa storia? Da due mesi? Da quando lui è venuto a stare in Italia. Sta in piedi, rigida. - C’eri anche tu quando gli ho parlato. Ti ricordi cosa gli ho detto? "Non chiamarmi più." - Non potevi dirgli altro davanti a me. L’insalata ha un buon profumo. Sa davvero di estate. - Se non ti fidi di me, non so cosa farci. È meglio che me ne vada. Esce dalla cucina a passo svelto. - Non assaggi neanche l’insalata greca, amore? - Vaffanculo! È bene aspettare qualche istante, che gli ingredienti si amalgamino. Fumo una sigaretta e sento il rumore di indumenti buttati in una borsa. Poi la vedo passare per il corridoio, e la porta di casa sbatte. Mi è rimasto un mucchio di insalata da mangiare. Era la dose per quattro persone, pensa un po’. La divoro tutta da solo, tanto ho un bel vuoto dentro da riempire. Buona davvero. In effetti, a mio ricordo, la cosa migliore della Grecia era il cibo. TIGRE E IO Ciao Tigre, bentornato! Ecco la tua cena. Mangi di gusto eh, ti lecchi le labbra. Io mi sono fatto un preconfezionato veloce, non ho mai tempo di cucinare seriamente, mi foraggio alla meglio. Vieni sul divano, ci riposiamo. Fatti accarezzare, mi rilassa e ne ho bisogno. Ho avuto una giornataccia. Questo lavoro mi sta uccidendo, sono sempre stanco e stressato. Com’è morbido il tuo pelo, è uno dei maggiori piaceri della mia vita. Fai le fusa, bene, almeno uno di noi è contento. Dove sei stato stasera? A spasso, beato te. E magari ti sei fatto qualche gattina, è la stagione degli amori. Non sei mica sfigato in amore come il tuo padrone! Sbadigli? Sei stanco anche tu. Che bei denti affilati, sei una belva Tigre! Avrai dovuto lottare con gli altri maschi. Fammi vedere: hai solo un paio di graffi. Glie le hai suonate vero? Vorrei saper combattere bene come te! Vorrei vivere come te. In fondo un po’ ci somigliamo, anch’io andrei sempre in cerca di avventure se potessi. Ecco perché questa routine mi pesa. E mi pesano i legami: anch’io ho un carattere indipendente. Ma ho preso così tanti impegni ormai. Sbadigli ancora? Sei proprio stanco. Stanco e soddisfatto, scommetto. Vorrei esserlo anch’io, invece sono stanco e depresso. Che vitaccia la mia, Tigre! - E basta! - Cos’è? Chi è stato? - Secondo te? Qui ci siamo solo tu e io. - Tigre! Ma tu parli! - Miao, e mi sembra giusto, tu hai parlato anche troppo. Non ne posso più delle tue lagne. - Oh…scusa, non volevo annoiarti. - Lo dico per te. Miao, datti una mossa, amico. Se la tua vita non ti piace cambiala! - Ti sembra facile? Bisogna pur mantenersi. Tu dici bene, ma che faresti se non ci fossi io a occuparmi di te? - Mi arrangerei, come tanti miei simili. Miao, non serve poi tanto per vivere. Un topo di qua, un pezzo di cibo rubato di là. Un cespuglio o un sottoscala per dormire. Una gatta ogni tanto per una sveltina. Un tetto su cui stare sdraiati o un giardino da esplorare. - Beh, per noi umani è diverso. Non possiamo mangiare carne cruda o rifiuti. Non possiamo dormire all’aperto se non siamo attrezzati. E le nostre femmine non si accontentano di accoppiarsi e poi andare ognuno per i fatti suoi. E comunque anche noi abbiamo bisogno di passatempi più elaborati… - Miao, e non vedete al buio, non sentite gli odori, non cadete in piedi, non estraete le unghie, vi muovete come dei sacchi di patate…siete gli animali più imbranati e impediti del mondo! Gnaa gnaa, non potete neanche curarvi le ferite da soli! Vi tocca comprare il disinfettante, per non parlare dei digestivi e della vitamina C. Gnaa gnaa, sapessi le risate che ci facciamo su di voi! - Ma insomma Tigre…beh non hai tutti i torti a pensarci bene… - Miao, pensa, pensa, che è l’unica cosa che vi riesce bene. Pensare, cioè arzigogolare con la mente. Bell’affare avete fatto, tra tanti organi sviluppare proprio il cervello! - Miao, cioè sì, hai ragione. Ma non l’ho mica chiesto io di nascere umano, e non ci si può fare niente. - Miao, qualcosa si può fare invece… - Ma che succede?…mi gira la testa…tutto diventa più grande…o sono io che rimpicciolisco?…ehi ora vedo tutto molto meglio…percepisco tutto meglio…ho caldo…mi sento più forte, più sano…è fantastico! Sei stato tu? Come hai fatto? - Miao, qualunque animale può farlo se ha abbastanza empatia con l’umano. - Empatia? - Miao, l’hai detto anche tu che ci assomigliamo. E poi sai, anche se ho riso di te, un po’ ti voglio bene. Mi faceva male vederti ridotto così, e mi piaceva l’idea che potessimo stare di più insieme e divertirci. Miao, o sei ancora così umano da credere alla vecchia storia che i gatti non si affezionano? - Lo sai che non ci ho mai creduto. Ma adesso come faccio? Chi si occuperà della mia casa? Che dirà la mia famiglia? Chi porterà avanti il mio lavoro? - Casa? Famiglia? Lavoro? Pffffff! Che te ne importa di queste cose? Sei un gatto! - Hai ragione, a pensarci bene non me ne importa più niente. - Pensare? Pfffffff! - Va bene, non penso più. Allora, che facciamo adesso? - Miao, è una bella notte di luna, andiamo un po’ in giro a esplorare, poi si vedrà. - Sì, cioè miao. Ma non torniamo troppo tardi. Domattina devo… - Pffffffffff! - Abbi pazienza, mi ci devo abituare. Andiamo, amico. |
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